«A Mariella gliel’hanno fatta pagare»

Le parole del nuovo pentito di Laureana di Borrello, Giuseppe Dimasi, riportano l’ombra della ‘ndrangheta nella vicenda di Maria Chindamo. La donna scomparve nelle campagne di Limbadi il 6 maggio del 2016. Cinque mesi dopo sparì anche un agricoltore 84enne

È sempre più fondata, giorno dopo giorno, l’ipotesi che alla base della scomparsa di Maria Chìndamo, la 44enne di Laureana di Borrello, e di cui si sono perse le tracce il 6 maggio dello scorso anno, ci sia in realtà un omicidio volontario con occultamento di cadavere. Stando a quanto è emerso sin da subito, dalle prime indagini, la donna sembra essere stata vittima di un agguato, pianificato da tempo.
Ma chi era Maria Chìndamo? Una mamma, anzitutto. Guidava l’azienda agricola di famiglia, a Limbadi, dopo che il marito si era tolto la vita, impiccandosi, per quella relazione ormai finita. E agli investigatori, non è mai sfuggita la coincidenza temporale tra le due vicende: la scomparsa della donna è avvenuta nel giorno in cui cadeva il primo anniversario della morte di Ferdinando Punturiero.
La Procura di Vibo ha, per mesi, continuato ad indagare sulla sfera privata della donna che, una settimana prima della scomparsa, sulla sua pagina Facebook, aveva riportato una frase di Oriana Fallaci: “Il coraggio è fatto di paura…”. Che Maria temesse qualcosa o qualcuno è uno degli interrogativi a cui, ora più che mai, si sta tentando di dare a tutti i costi una risposta.
Sul luogo del rapimento, nei pressi del cancello della tenuta agricola che ha sede a Limbadi, dove si era recata la donna la mattina del 6 maggio, gli investigatori hanno trovato diverse tracce di sangue. Ma le tracce ematiche sono state rinvenute anche all’interno della sua auto, una Dacia Duster bianca, e sulla carrozzeria, come se qualcuno le avesse sbattuto la testa violentemente, fino a farle perdere i sensi.
Ma non è tutto. Sulla scena, è stato prelevato anche un capello: è probabile che Maria abbia provato a difendersi per sfuggire ai suoi aggressori.
Ma si indaga da tempo anche su un altro particolare di non poco conto: i sequestratori hanno manomesso l’unica telecamera della zona, quella che avrebbe potuto filmare la presenza e i movimenti di chi ha deciso di prelevare con forza Maria e portarla con sé per farla sparire.
E se dalle prime indagini era stato escluso il coinvolgimento della ‘ndrangheta nel rapimento, cosa che aveva portato gli inquirenti a sondare più che altro nel privato e nelle relazioni che intratteneva la Chindamo, una testimonianza ritenuta “giovane, ma piuttosto affidabile”, ha gettato uno spiraglio di luce sul giallo di Limbadi. Si tratta di Giuseppe Dimasi, coinvolto nella rete della Dda reggina nell’indagine “Lex” e che aveva portato all’arresto di 41 presunti boss e affiliati ai clan Ferrentino-Chindamo e Lamari di Laureana di Borrello.
Ed è proprio tra le dichiarazioni del nuovo collaboratore di giustizia che c’è spazio anche per alcuni dettagli che riguardano la scomparsa di Maria. Dimasi ha confermato agli inquirenti il rapporto fiduciario che lo lega da tempo a Marco Ferrentino, capo dell’omonima cosca, egemone a Laureana di Borrello.
Nero su bianco da cui emergono informazioni, circostanze, vincoli e relazioni, ma soprattutto, dettagli, e non di poco conto, che potrebbero portare ad una svolta definitiva le indagini sulla 44enne: «Con riferimento alla scomparsa di Mariella Chindamo, Marco (Ferrentino, ndr) diceva “secondo me gliel’hanno fatta pagare”. Alludendo al fatto che la donna aveva avuto una relazione extraconiugale e il marito non accettando la separazione, si era suicidato».
La relazione che Maria aveva intrapreso, almeno stando a quanto sostenuto dai familiari qualche mese fa durante la trasmissione “Quarto Grado” però, pare fosse con un suo coetaneo, un agente di polizia, che aveva conosciuto a Rosarno. E fu proprio lui, la mattina del 6 maggio, ad accorrere tra i primi nella campagna di Limbadi.
Ma allora qual è la verità? Chi è veramente l’uomo di cui si era invaghita Maria? Ma sul giallo della Chìndamo, a questa ultima pista intrapresa dagli inquirenti, se ne era aggiunta anche un’altra, collegata ad una seconda scomparsa avvenuta nella stessa zona cinque mesi dopo la sparizione della 44enne.
Dall’ottobre del 2016, infatti, non si hanno più notizie di un anziano agricoltore 84enne, Vincenzo Freiland. L’uomo era proprietario di un terreno proprio vicino a quello in cui è stato cercato il corpo di Maria.
Solo una coincidenza? O è possibile che l’anziano agricoltore si sia reso uno scomodo testimone di quanto avvenuto la mattina del 6 maggio? Al momento però, non ci sarebbe un fascicolo d’indagine comune.
Resta, soltanto, un’unica certezza: chi ha voluto la morte della donna – o per dirla con le parole dell’allora procuratore di Vibo, Mario Spagnuolo, «si è voluto sostituire a Dio» – non ha lasciato nulla al caso.




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