La filiera sporca dell’agricoltura

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È stato presentato nei giorni scorsi, il secondo rapporto #FilieraSporca ,nella sala stampa della Camera dei deputati, realizzato da Terra!Onlus, l’associazione antimafia daSud e Terrelibere.org.

Nel dossier vengono spiegate le cause del caporalato nell’anno in cui si registrano oltre dieci morti nei campi e centinaia di migliaia di braccianti, stranieri e italiani, sfruttati per la raccolta dell’ortofrutta. Lavoro schiavile che passa anche per l’utilizzo di migranti richiedenti asilo, come quelli del Cara di Mineo ma anche tramite l’uso di lavoratori nostrani. I promotori della campagna #FilieraSporca hanno illustrato un quadro inquietante. La crisi economica ed etica del settore agrumicolo sostanzialmente scarica il peso sui lavoratori, italiani e migranti, mettendo sul mercato prodotti sotto costo.

Un chilo di arance per il mercato del fresco viene pagato al produttore tra i 13 e i 15 centesimi, di cui solo 8-9 vanno ai lavoratori, fino a scendere a 3-4 per i braccianti in nero, che arrivano a 2 per gli stagionali di Rosarno. Un litro di succo d’arancia al supermercato costa 1,80-2 euro, ma è un prezzo imposto dal mercato, perché, anche con i miseri margini di guadagno della produzione, il prezzo minimo reale dovrebbe essere almeno 2,70 euro al litro. Il sottocosto lo pagano i lavoratori sfruttati e i consumatori che bevono succo tagliato con concentrato proveniente dall’estero, più economico e spacciato come italiano: l’industria di trasformazione delle arance fattura 400 milioni l’anno ma si comprano agrumi italiani per soli 50 milioni. Nel contempo per il succo c’è stato un aumento vertiginoso di importazioni da Egitto, Marocco e Spagna, oltre che dal Brasile. Discorso opposto per quanto riguarda l’export nostrano che è passato dalle 344.009 tonnellate del 2009-2010 alle 250.622 tonnellate del 2014-2015.

#FilieraSporca ha inviato un questionario sulla trasparenza di filiera a 10 gruppi presenti in Italia: Coop, Conad, Carrefour, Auchan – Sma, Crai, Esselunga, Pam, Panorama, Sisa Spa, Despar, Gruppo Vegè e Lidl. Le risposte sono pervenute solo da quattro di loro: Coop, Pam Panorama, Auchan – Sma e Esselunga. Conad ha spiegato di “non essere molto interessata a questo tipo di operazioni”. La Coop inoltre risulta il distributore di arance e derivati a marchio più trasparente, seguito da Coca Cola, Auchan e Pam. Per la prima volta, il rapporto interpella anche i maggiori commercianti di arance, imprese da fatturati enormi, poco conosciute ma centrali nella determinazione dei prezzi, così come le Op, le Organizzazioni di Produttori, che soprattutto al Sud sono diventate un escamotage di poche grosse aziende per accaparrarsi terre e accedere ai fondi

Nel questionario si è chiesto alle aziende di indicare la lista dei fornitori e dei subfornitori di arance in Sicilia e in Calabria, di conoscere come viene gestito il trasporto della merce dai magazzini siciliani alle piattaforme della distribuzione, di specificare la politica dei prezzi adottata e di indicare quali sono le politiche aziendali e di certificazione mirate a verificare la condotta dei fornitori nei confronti dei lavoratori.

La FilieraSporca chiede una legge sulla trasparenza che preveda: l’introduzione di una etichetta narrante sui prodotti agroalimentari o su quelli (agrumicoli in primis) dove insiste il fenomeno del caporalato; l’introduzione dell’elenco pubblico dei fornitori che permetta la tracciabilità dei fornitori lungo la filiera. Un elenco, consultabile sui siti web delle aziende, dove sono indicati tutti i fornitori delle singole aziende. #FilieraSporca sfida la Gdo e i grandi marchi ad adottare da subito un’etichetta trasparente.
“E’ arrivato il momento che la politica agisca sulla prevenzione del fenomeno, rendendo trasparente la filiera”, ha dichiarato Fabio Cicone, direttore di Terra!Onlus e portavoce della campagna, chiedendo un incontro urgente al ministro del Mipaaf Maurizio Martina. “Qualsiasi provvedimento repressivo, per quanto necessario, sarà insufficiente a contrastare un fenomeno che riguarda tutti, grande distribuzione, imprenditori agricoli, commercianti e braccianti, stranieri e non, che pagano il prezzo più alto di una filiera che non funziona”.“

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