Nell’inferno di Rosarno dove è stato ucciso il giovane del Mali «Il notro amico Sekine non era violento, diteci come è morto»

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Una premessa: sono entrato nel campo dei dannati con un lasciapassare di assoluta credibilità.
Mi ha accompagnato Saibù Aiwa, un ragazzo fuggito dal Togo a 19 anni per “rifugiarsi” nella vecchia fabbrica dei disperati di Rosarno. Contro di lui, nel 2010, i mafiosi hanno sparato senza ragione alcuna come fosse una lepre, e gli hanno perforato la vescica.
La rivolta di Rosarno inizia per questo assurdo episodio.
Saibù è la mia guida nell’inferno dove gli “scarti umani” vivono in catapecchie di cartone con dentro una temperatura di oltre i 50°.
Saibù riesce a far parlare quelle bocche cucite e diffidenti.
A poco a poco la tendopoli intera urla la sua verità sulla tragica morte di Sekine Traore: la versione ufficiale è un’impostura!
Siamo nella baracca dove Sekine è stato ucciso.
Stranamente a terra non ci sono macchie di sangue e nessuno degli immigrati dice di aver pulito.
Entra un giovane del Ghana che per aver protestato contro il ferimento di Saibù ha fatto sei mesi di carcere.
Lui era lì il giorno della tragedia.
Tacki, insieme agli altri che si trovano nella baracca, ripetono all’unisono che Sekine non aveva alcun coltello a serramanico. Al massimo, nella confusione, – ma gli immigrati lo escludono – avrà potuto afferrare qualche coltello da cucina.
Non era un pazzo Sekine. Era un giovane dolce che aveva lasciato il Mali in cerca di lavoro e di libertà. (E non so proprio come si possa mantenere la ragione in questo girone infernale.)
Me lo dicono i presenti nella baracca.
Lo ripetono disperati i suoi vicini di tenda a cui Sekine non ha mai dato il minimo fastidio.
Ovviamente nessuno può escludere che quella mattina Sekine possa esser stato nervoso, forse alterato dopo una notte insonne per il caldo. Potrebbe pure aver bevuto anche se solitamente non lo faceva.
Ma non ci stanno a farlo passare per un violento.
E hanno la prova.
Il piccolo Manuel di appena due anni si aggira nei campi in cerca del suo amico Sekine. Nessuno ancora ha trovato il coraggio di dirgli che il suo amico non tornerà mai più.
La madre ha detto a Manuel una pietosa bugia: Sekine è al lavoro!
Quando non si rompeva la schiena nei campi, Sekine portava con sè il piccolo Manuel.
Lo portava fuori dove c’è il mondo, dove ci sono gli alberi e dove cantano gli uccelli.
Quella maledetta mattina Sekine non è passato a prendere Manuel. E’ entrato in quella baracca della morte e lì ha avuto una lite.
Non voleva rubare.
Non voleva uccidere.
Lo ripete una donna del campo facendo scorrere le lacrime come una bambina.
Lo ripete un ragazzo del Senegal – vicino di tenda- e che vorrebbe ritornare oggi stesso al suo paese.
Qualcuno ha chiamato i carabinieri che hanno fatto sgomberare la baracca in cui Sekine si trovava. Forse lo avrebbero voluto arrestare e lui ha opposto resistenza. Nessuno può escluderlo.
Ma, secondo gli immigrati, qualcuno dovrebbe spiegare come è possibile che oltre una mezza dozzina di uomini in divisa preparati ed addestrati non siano stati in grado di catturare un uomo che non aveva il fisico di Maciste.
Qualcuno dovrebbe spiegare cosa hanno fatto per oltre mezz’ora, in quella baracca prima che si sentisse lo sparo della morte.
I “dannati” vogliono la verità!
Hanno diritto alla verità questi disgraziati senza voce.
E solo la verità può spegnere il loro odio.
Io sono sicuro che nessuno quella mattina avrebbe voluto uccidere.
Sono certo che il carabiniere che ha sparato sia, a sua volta, è una vittima di questo assurdo dramma che si sta consumando in Calabria.
Nessuno chiede vendette o “punizioni esemplari” anche perché nessuno riporterà in vita Sekine!
La verità sì!
Se si è trattato di una disgrazia si dimostri che la Repubblica Italiana non è l’Egitto i cui servizi segreti hanno torturato ed ucciso il giovane Regeni. L’Italia non ha paura di ammettere eventuali errori dei suoi uomini.
Lo dobbiamo ai dannati della tendopoli, alla famiglia di Sekine, al piccolo Manuel che lo cerca disperatamente.
Lo dobbiamo alla stessa Arma dei carabinieri che non deve esser sfiorata da alcun dubbio ed, eventualmente, al carabiniere che ha sparato ma che non è un assassino e non ha alcun bisogno di essere coperto dall’omertà.
Si facciano per questo dannato della Terra i funerali solenni con tanto di corona del Presidente della Repubblica ed in presenza di autorevoli delegazioni da parte del governo e della Regione Calabria con la partecipazione dei sindaci in fascia tricolore.
Si consenta al popolo degli ultimi di esprimere il proprio dolore.
Si parta dalla “baracca di cartone dell’estinto” in modo che l’Italia intera possa vedere questa vergogna.
E che tutti possano vedere come gli italiani sanno riscattarsi!
Soprattutto si indennizzi la famiglia.
Questa è una terra in cui c’è la ‘ndrangheta che utilizza la violenza, la menzogna e l’omertà.
Lo Stato Italiano, nato dalla Resistenza, ha il dovere di dimostrare che ripudia con sdegno questi mezzi.
Umana pietà e Giustizia per Sekine Traore e per tutti gli uomini del lager!

ILARIO AMMENDOLIA

  • FONTE  (IL DUBBIO)
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