Lun. Mag 10th, 2021

Sei e trenta del 5 ottobre 2016 questa l’ora e la data in cui la fuga del superlatitante Antonio Pelle, detto “la mamma”, finisce dopo 5 anni di fuga dalla legge.

La stessa che lo ha scovato indifeso ed incredulo proprio a casa sua, a Bovalino nella strada che porta a San Luca, in un’intercapedine accanto ad un armadio, fra la stanza da letto del figlio ed il bagno. E’ proprio da lì che con le mani alzate e lo sguardo di chi sa di non poterla fare più franca Pelle si arrende agli agenti della Polizia di Stato della Squadra mobile di Reggio Calabria che hanno messo fine alla sua latitanza consegnandolo finalmente alla Giustizia.

Si tratta di un Boss di rango, del capo indiscusso dell’omonima cosca federata con i Vottari che da San Luca, con il classico modus operandi della ‘ndrangheta, controlla tutto il territorio nazionale e non. Una ricchezza costruita con la droga e l’autorità dei suoi ordini ai quali gli affiliati non sanno rifiutare perché “la mamma” è una figura carismatica che ottiene il consenso anche senza chiederlo.

San Luca e quella contrada di Bovalino sono i suoi feudi, i territori che lo hanno reso un’ombra per più di cinque anni, da quando nel 2011, dopo una strategia di dimagrimento in carcere per ottenere gli arresti domiciliari era arrivato a pesare 49 kg e in seguito ad un malore venne trasportato presso l’ospedale di Locri, proprio da lì ebbe inizio la sua ennesima fuga. Pelle divenne così soltanto uno dei nomi della lista dei 100 latitanti più pericolosi d’Italia, lista destinata a dimezzarsi con gli anni.

La vita-non vita di Pelle si svolgeva all’interno di quell’intercapedine, dotata di un materasso ed altri oggetti in corso di accertamento, delle bottiglie vuote e qualche banconota da dieci euro.

Il blitz, scaturito “dall’impenetrabilità della Squadra di Stato e dalla riservatezza delle indagini” è stato coordinato dal primo dirigente Francesco Rattà e dai suoi uomini, circa in 50, oltre ai segugi della squadra mobile reggina anche quelli dello Sco e della Scientifica di Roma, che da mesi studiavano i movimenti dell’abitazione sulle tracce di Pelle

E’ bastato qualche colpo di martello per mandare le pareti in frantumi e fare uscire, con fare sorpreso il latitante, non più con aria sorniona e con il sorriso beffardo della prima cattura avvenuta ad Ardore nel 2008, dopo un anno di latitanza ed in seguito alla condanna a 14 anni emessa dal Gup di Reggio scaturita dall’inchiesta Fehida.

“Un capocosca durante la sua latitanza difficilmente si allontana dal suo territorio” ha affermato il Procuratore Federico Cafiero De Raho nella conferenza stampa di ieri.

La latitanza è finita per il vertice operativo della cosca Pelle-Vottari contrapposta ai Nirta-Strangio, una rivalità decennale che trasformò uno scherzo in una faida per l’egemonia del potere. Dall’omicidio di Maria Strangio ad una serie di agguati e vittime culminati nel “Ferragosto di sangue”, la strage di Duisburg del 2007.

Ma da ieri la fuga interminabile di Pelle è giunta al capolinea, l’uomo con addosso un giubbotto scuro e un jeans è stato portato in Questura a Reggio Calabria dove gli è stato notificato il cumulo di pene da scontare, circa 20 anni e un mese di reclusione per associazione mafiosa, droga, armi ed evasione. “La mamma” dal sorriso beffardo e dai modi saccenti è stata messa in silenzio dalla Giustizia che sfoltisce la sua lista e punta al prossimo da catturare, perché l’invincibilità non è una dote umana e di certo non dei latitanti che sanno che è solo questione di tempo.

SARA FAZZARI

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