Dom. Gen 17th, 2021

 

L’interessante reperto di archeologia-industriale, è stato scoperto nel 1985 nei boschi di Stilo, a seguito di ricerche, effettuate da Salvatore Riggio, Giorgio Metastasio e dallo scrivente.

Il mondo scientifico prende conoscenza di tale ritrovamento grazie a due articoli apparsi, nei: “Quaderni ACAI” , 1992 e “Bollettino Ass. per l’A.I. Industriale di Napoli”, nel 1993, a firma dello scrivente e di Salvatore Riggio.

Il forno fusore, fu parte costituente e centro nevralgico delle così dette “Vecchie Ferriere di Stilo”.

Esso è da collocarsi, come data di costruzione, sul finire del 1700, inizi dell’800, ossia alla seconda fase di re-industrializzazione dell’area di Ferdinandea, voluta dal governo francese , quando si decise di incentivare le produzioni nel vecchio sito industriale. A tale scopo le antiche ferriere furono tutte restaurate, furono costruiti forni di prima e seconda fusione e fucine di raffinazione.

Il forno fusore, anche se allo stato di rudere, rappresenta un unicum nel settore in tutta Italia, sia per la sua permanenza in situ dopo secoli di abbandono, sia per la tipologia a cui appartiene.

Dovrebbe essere un forno a “Manica” e/o “Cannecchio”. Il forno di Chiesa Vecchia ha la forma di un tronco di piramide quadrangolare, rovesciato, molto allungato,  dalle considerevoli dimensioni, ed è da “collocarsi” in una ben precisa fase dell’evoluzione tecnologica dei forni fusori in atto anche in Calabria. Potrebbe rappresentare una fasi  intermedia, che avrebbe portato, nel giro di un secolo, i forni a manica cinquecenteschi, ai “cannecchi” secenteschi.

 

I forni a “manica”, presentavano all’esterno la forma tipica di un parallelepipedo, realizzato in mattoni e/o con blocchi di granito squadrati. Quelli cinquecenteschi di prima “generazione”, erano  alti intorno ai 2 metri.

In seguito, grazie alla introduzione di più efficienti sistemi di arricchimento di aria per  la combustione nei forni (trombe idro-eoliche e mantici più grandi,  azionati dall’acqua),  si inizia a dare maggiore altezza all’intera struttura del forno, che giunge a toccare, nei decenni successivi, i  6-8 metri. Questi forni fusori, fin dal momento della loro apparizione sulla scena, in ambito  siderurgico bresciano, dai quali provengono, fine XVI-XVII, iniziano ad essere denominati “cannecchi”, termine che soppianterà, ben presto, in tutto il territorio peninsulare italiano la denominazione “manica”.

Da sottolineare che vi sono periodi, medio lunghi, in cui i diversi tipi di forno a “manica”, quelli bassi e quelli più alti, coesistevano nelle stesse aree siderurgiche, affiancati anche dai forni alla “catalana”, i quali ebbero una lunga “sopravvivenza” nelle aree siderurgiche europee.

I nuovi “cannecchi”, presentavano una struttura più complessa e diversa dei precedenti. Alcuni, avevano la “sacca” e il crogiuolo a forma di tronco di piramide capovolta, altri invece presentavano un doppio tronco di piramide collegato per la base maggiore. In entrambi i casi le altezze si attestavano intorno ai sette-otto m.

In seguito, le migliorate tecniche di fusione, (per eliminazione della fase di arrostimento preventivo del minerale) e la richiesta maggiore di ferro, “costrinse” i tecnici metallurgici ad aumentare ancora di più l’altezza dei forni fusori (10-11 m.), che li “trasformerà” negli altoforni di metà ottocento.

Il Della Fratta di Montalbano nel 1678, ci fa sapere come fosse un forno a “manica”: “Questo è più alto del normale (circa 7 metri), con una cavità quadrata che si fa restringendo alla base e il portavento è posto nella parte anteriore sopra l’apertura di carico” e sottolinea come : “la manica o cannecchio (per dirlo alla bresciana) si fa d’ordinario alto di 12 braccia (oltre 7 metri) compartendolo così che la parte superiore sia larga  un braccio e mezzo per quadrato per principio e discendendo si restringa a poco a poco, fino in fondo del terreno dove resta quadripartita ugualmente alla misura di mezzo braccio circa”.

 

Il forno fusore presente a Chiesa Vecchia, è molto simile alla descrizione fattaci dal Della Fratta. Esso presenta la struttura esterna realizzata con blocchi di granito di media pezzatura, che all’origine avrebbe dato al forno la tipica forma di un parallelepipedo alto circa 7 m. e largo 2.40 m. circa. Il crollo della parete anteriore ci mostra il suo interno realizzato con conci lapidei di varia misura ben sagomati, che disegnano una struttura a  V, che va restringendosi in basso (circa 70 cm.).

Partendo dal ventre, largo 180 cm., si nota, verso l’alto, una convergenza delle due pareti come a volersi restringere verso il vertice, quasi a voler dare inizio al secondo tronco di piramide, che gli avrebbe conferito la tipica forma degli altoforni a “cannecchio”, realizzati con la sovrapposizione di due tronchi di piramide uniti per la base maggiore.

Questa ipotesi sembra “impossibile” da potersi verificare nel forno di Chiesa Vecchia, in quanto, le dimensioni messe in evidenza dai ruderi del forno, ci dicono che in quella struttura sarebbe stato molto di difficile realizzare un secondo tronco di piramide da “appoggiare” al precedente, se non altro per le dimensioni che l’altoforno avrebbe dovuto raggiungere.

E’ risaputo ed è testimoniato da disegni e scritti vari, che negli altoforni e anche nei cannecchi, le proporzioni tra la sacca e il crogiolo, che costituiscono la parte bassa del forno (primo tronco di piramide capovolto che terminano al “ventre”), ed  il tino ( secondo tronco di piramide  in alto), che inizia da questo, sono in un rapporto standard di circa  di uno per la parte bassa e due, per quella alta.

Se il forno di Chiesa Vecchia, lo si volesse ascrivere alla tipologia degli altoforni bresciani, realizzati con la sovrapposizione di due tronchi di piramide collegati per la base maggiore, esso avrebbe dovuto avere complessivamente, tenendo conto delle dimensioni che si “leggono” nei resti del forno, una altezza di circa 14-15m, cosa irrealizzabile per la tecnologia costruttiva del tempo.

Nel forno fusore di Chiesa Vecchia, la parte più larga, il “ventre”, arriva solo a 180 cm, troppo esile per consentire di innalzare la struttura del forno sino alle dimensioni che si dovrebbero ottenere se, alla base a tronco di piramide esistente (5,50 m.) se ne dovesse aggiungere una seconda che misurerebbe il doppio o anche più della prima.

 

Nel nostro forno, la struttura di fusione (il ventre e il crogiuolo), è sostenuta da pietre d’intaglio squadrate e posizionate a mo’ di parallelepipedo, che venivano tenute strette da catene e tiranti di ferro.

In basso sulla sinistra si notano i resti del “trombone del vento in pietra “intagliata” (un tubo in granito a più sezioni cavo al suo interno) che conduceva l’aria pressata all’interno del crogiuolo del forno per ossigenare la combustione.

Il piazzale dell’opifico era circondato da mura e al suo interno vi erano gli ambienti di lavoro (fucine, magli, depositi, carbonili, ecc…), sono ben visibili i pilastri che sorreggevano le coperture.

A Chiesa Vecchia di Stilo, si potrebbe essere, date le sue dimensioni e la sua forma, davanti ad un “semplice ” forno a “Manica”. Un forno a “manica” molto alto a semplice forma a V, con un leggero tentativo di restringimento in alto a protezione della combustione, una specie di paravento.

Questo, potrebbe rappresentare una evoluzione, un punto di passaggio tra i forni a manica, di ultimo sviluppo (molto alti), e i “cannecchi” alla bresciana, di prima generazione. Se così fosse, ci troveremmo davanti ad un reperto di archeologia industriale, unico nel suo genere, di cui sin ora si era a conoscenza solo attraverso delle descrizioni e ad una rappresentazione grafica.

Poco distante dal luogo di fusione, al di là del ruscello che separa l’area di lavoro da quella abitativa, si notano vari ambienti in muratura. Sono questi i resti del palazzo amministrativo, dei depositi e della chiesa del villaggio. Queste strutture, insistono sul terreno con una estensione di circa 410 m2, di cui 110 circa della sola chiesa. Il resto del villaggio con le case degli operai, costituito da semplici baracche in legno sarà stato distrutto nel tempo dagli agenti atmosferici.

Il luogo di culto era intitolato a San Giovanni Battista, ha un impianto mono navato ( 16X6,80 m. circa)  e   presenta  caratteristiche costruttive di una certa importanza, con l’utilizzo del granito per angolari, fregi e fonte battesimale.

Nel suo interno, si nota chiara l’impostazione dell’arco di trionfo, che delimita la navata da presbiterio. Nella navata è presente la botola che dava acceso alla cripta.

In fondo, a riprodurre le absidi sono presenti due nicchie, poste a fianco dell’altare, di cui si nota la base. Sparsi qua e là si scorgono tracce del pavimento realizzato in mattoni in cotto.

La soglia d’ingresso è realizzata in granito e sulla destra, appena entrati, si notano, le tracce di un caminetto, utilizzato per riscaldare l’ambiente. Camino che si scorge anche nell’annessa casa del parroco, che si trova attigua alla chiesa.

A fianco della chiesa, vi sono anche i ruderi del Palazzo amministrativo del complesso siderurgico di Stilo. Esso è allo stato di “resti” murari, alti appena 60-100 cm., che disegnano sul terreno numerosi ambienti, circa 6 sul piano terra per una estensione di quasi 300 m2. La costruzione in muratura, è di notevole spessore e ci fa presupporre che in origine ci potesse anche essere un altro piano. Il “modus costruendi”, dimostra anche la volontà degli edificatori di realizzare un edificio confortevole, che potesse fornire un adeguato ricovero a quanti lo abitassero tenuto conto delle disagevoli condizioni climatiche invernali.

La tipologia costruttiva è tipica del periodo, con il tentativo di adattare le progettazioni di derivazione civile a quelle industriali e amministrative.  Il materiale di costruzione, prelevato in loco, è costituto  da pietre di fiume di varia pezzatura e come legante la calce.

Nei muri, si notano distintamente frammisti alle pietre del fiume, scorie di fusione, presenti in grande quantità e di pezzatura varia. Ciò, sta ad indicare che all’epoca della costruzione dell’immobile, nello stesso sito era già in atto, una attività siderurgica che aveva lasciato sul posto molti scarti e scorie di fusione, riutilizzate per la nuova edificazione.

Potrebbe essere lo scarto di lavorazione della ferriera cinquecentesca denominata “Acciarera”, sostituita poi dalla “Ferrera Nova” ed in seguito dal forno fusore presente nell’area.

Sparsi nell’area della Ferdinandea, sullo Stilaro (Arcà, Azzarello), sul Ruggero e sul Mulinelle, vi sono altri opifici: ferriere, forni di arrostimento e il grande Palazzo sei-settecentesco delle Regie ferriere di Stilo, immerso nella diga.

Questi reperti, che costituivano il grande polo siderurgico esistente nelle montagne di Stilo, aspettano solo di essere studiati, restaurati e conservati, per tramandare alle future generazioni l’operosità della gente del luogo e per sottolineare l’importanza della Calabria che, con le industrie operanti nelle Serre Calabre, rivestiva in ambito Europeo quando era in vita il Regno delle Due Sicilie.

 

FRANCO Danilo

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