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DOMENICO MARIA: «NON VOLEVO VIVERE IN ASPROMONTE COME I LUPI»

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Con molta impazienza ho atteso che Domenico Maria (classe 1939) pubblicasse il suo secondo libro. Avevo divorato il primo, una raccolta di racconti dal titolo scarno Mastro Micantoni, e sapevo benissimo che le mie aspettative non sarebbero andate deluse.

Ho appena finito di leggere, tutto d’un fiato, il suo nuovo lavoro dal titolo Non volevo vivere in Aspromonte come i lupi. Un libro assolutamente autobiografico che narra degli episodi della sua travagliata infanzia, vissuta a cavallo della seconda guerra mondiale, in un paese, San Luca, povero al limite dell’incredibile e dai variegati risvolti umani.

Per chi non sa cosa significhi povertà assoluta, l’autore, con le sue peripezie, conduce il lettore attraverso giorni di fame disperata, tanto da costringerlo a contendersi, insieme al suo amico del cuore, un durissimo tozzo di pane con un cane; a dormire con miseri abiti, buoni per tutti i giorni e tutte le stagioni, bagnati dalla pioggia, su una dura cassapanca; ad essere massacrato di botte all’età di sei anni da un adulto, perché reo di avere rubato, per fame nerissima, una manciata di fichi; ad aver rischiato di essere sepolto ancora vivo, perché a quei tempi nulla si sapeva su come trattare uno stato comatoso. Micaregliu ha pure rischiato di finire arrostito in un forno destinato alla panificazione, ed è stato spettatore passivo di altre vicende che lascio scoprire al lettore.

Fame, povertà e ancora fame in un paese in cui la pioggia cadeva copiosa, il freddo pungeva oltre misura e i topi, sovente, erano una risorsa primaria. É un racconto dalla valenza umana eccezionale, ed è un tuffo nella storia di San Luca degli anni ‘40 e ‘50: le tradizioni e i messaggi di pace legati al rito della panificazione; il ruolo delle donne oberate oltre ogni ragionevole limite da fatiche indicibili; le condizioni in cui le mamme mettevano alla luce le creature. Vengono evidenziati anche certi aspetti della vita dei pastori, plasmati dalle intemperie e dalle difficoltà quotidiane al limite dell’imbruttimento, al punto che l’autore a stento riesce a tracciare una chiara linea di demarcazione fra uomini e bestie. Domenico Maria racconta, con estrema crudezza, anche gli aspetti più privati, intimi, dei suoi genitori e suoi personali.

L’abitazione, come moltissime altre a quei tempi, era composta da un solo e unico ambiente. Niente luce elettrica, niente servizi igienici. In quell’unica stanza si svolgeva la vita famigliare con tutte le relative implicazioni e problematiche. Racconta altresì il suo innato interesse per il sapere, la conoscenza che egli più volte sottolinea: l’amore per la storia e l’abbandono degli studi alle elementari perché “venduto” da suo padre, per circa 95 kg di grano per ogni anno di lavoro prestato ad un pastore nelle impervie montagne aspromontane. Il racconto abbraccia anche altri aspetti della vita sociale come le serate degli uomini del paese, spese a bere vino e a confrontarsi, a volte duramente, nella bottega di Donna Micuzza; e la sua mancata iniziazione a picciotto nella ‘ndrangheta di allora che, come egli descrive, non aveva alcunché di onorevole, comportandosi – gli ‘ndranghitisti – alla stregua di prepotenti, capaci solo di rubare bestiame ad altri pastori, spadroneggiare sui più deboli e ingozzarsi di carne proveniente dal bestiame rubato, spesso divorata cruda, come fossero lupi d’Aspromonte, cosa che lo disgustava profondamente.

Una visione, questa, della cosiddetta ‘ndrangheta pastorale, antica, totalmente opposta a quella narrata con toni epici da altri autori, che parlano di una società segreta governata da regole rigide basate sull’onore e sulla giustizia. Ma fortunatamente, nonostante fosse un predestinato ad essere reclutato in quella specie di organizzazione, il nostro eroe/narratore, alquanto determinato nella decisione di cambiare vita, riesce a scappare, insieme ad altri otto ragazzi, alla volta di Milano dove prende confidenza con lenzuola, coperte e un nuovo modo di vivere, forse nemmeno sognato.

Il racconto, nella parte finale, si conclude con la narrazione della sua “prima volta” avvenuta con una bionda in un bordello poco prima che questi venissero chiusi, la quale, generosamente e, a quanto pare, più che appagata, invece di farsi pagare pagò lei e in più regalò due pacchetti di sigarette al nostro eroe/narratore, che egli divise con i suoi compagni d’avventura. Ma la civiltà, quella vera, quella per cui sei rispettato in tutto e per tutto come essere umano e lavoratore, la trovò in Germania.

Ed è alla Germania che va il suo grazie, per tutto quello che un mancato pastore aspromontano, destinato ad essere uno dei tanti lupi aspromontani sbandati, è riuscito a fare di buono nella vita diventando un cittadino del mondo, ed anche, in età ormai matura, lo scrittore-testimone di un tempo che si spera rimanga relegato nel passato. Da sanluchese e calabrese, infine, desidero esprimere il mio più sincero ringraziamento a Domenico Maria per ciò che sta facendo per conservare la memoria storica della comunità sanluchese, che poi è la stessa di tanti altri paesi aspromontani, un tempo isolati dal resto del mondo e costretti a vivere in condizioni indicibili ma che comunque vanno portate, per finalità educative, alla conoscenza delle nuove generazioni.

Un sentito grazie per la schiettezza narrativa, sconfinante nel realismo più crudo nel trattare episodi privati, intimi, ma utili per comprendere come le età della vita venivano vissute in quel periodo particolare della nostra storia. Concludo invitandolo a continuare la sua opera di divulgazione per portare alla luce non solo la storia ma anche le leggende che aleggiano attorno ai tanti luoghi notevoli della nostra terra.

 (fonte CorriereLocride)
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