PAZZANO CENTRO MINERARIO E SIDERURGICO

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PANORAMA Sino all’unità d’Italia, nel territorio Calabrese, in cui ricadono i comuni di Bivongi, Pazzano, Stilo, Fabrizia, Mongiana, Guardavalle,  era operante, uno dei più importanti centri siderurgici dell’in­tera penisola Italiana. In esso, in varie epoche, furono attive: tre fabbriche d’armi, 29 ferriere e 4 fonderie.

Nei “forni” di queste, veniva “trattata”, la limonite (minerale da cui si ricava il ferro),  estrat­ta dalle locali miniere, circa 35, ubicate nei monti Stella, Mammico­mito, Petracca e Consolino, che nella loro globalità rappresentavano il più grande bacino minerario del Mezzogiorno d’Italia.

Pazzano, da sempre, viene citato solo come paese delle miniere, per la presenza nel suo territorio del vasto giacimento minerario.

Da analisi più approfondite di documenti e dallo studio dell’evoluzione tecnica della siderurgia nella vallata dello Stilaro e delle Serra Calabre, si può affermare che Pazzano, a fianco delle sue miniere, “vantava” in passato anche la presenza di ferriere e forni fusori.

E’ risaputo che agli albori della siderurgia era uso costruire i forni di fusione nelle immediate vicinanze delle miniere, ciò accadde anche a Pazzano sin dal periodo dei greci per protrarsi con una certa continuità sino al sec. XVIII.

 

La zona di Pazzano risulta essere abitata da tempi remoti. Lo testimoniano ritrovamenti di mattoni greci nei pressi delle miniere e il ritrovamento monetale, denominato appunto il tesoretto di Pazzano, effettuato nel 1952 in località “Praca”.

Questo, consiste in 15 monete: 7 elettri punici raffiguranti Tanit e un cavallo; e 8 siracusane, raffiguranti Apollo e il tripode, risalenti al 310 – 290 a.C., conservate presso il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria. Le monete potrebbero essere state utilizzate per pagare i mercenari impegnati nella guerra combattuta tra Reggio e Locri alleati contro i Bretti, o per pagare gli addetti alle miniere di Pazzano o i militari che presidiavano il luogo.  Siracusa

 

 Cartagine

 

 

 

 

 

 

 

 

Il ritrovamento, effettuato casualmente da alcuni braccianti impegnati in una cava, conferma l’esistenza di un nucleo abitativo nel luogo dove sorge Pazzano e confermerebbe anche una tesi formulata dal latinista Giuseppe Pensabene,  riguardante il toponimo stesso di Pazzano (Pactus -pactano), che starebbe ad indicare un “avamposto difensivo” del passo e/o delle miniere, da dove proveniva chi nascose il tesoretto. Di solito, si nascondeva il denaro in vista di qualche evento bellico, per salvaguardalo, sperando di poterlo poi recuperare. Cosa che nel nostro caso non fu fatto, forse a causa della morte o prigionia del proprietario.

I romani, “affamati” di metalli, da cui ricavare le armi per il loro poderoso esercito, avviarono una razionalizzazione dello sfruttamento minerario ed emanarono vere e proprie leggi minerarie. Ripresero lo sfruttamento delle antiche miniere greche e sicuramente ne aprirono delle altre.

Nella Vallata dello Stilaro, istituirono, nei pressi delle mi­niere una colonia penale per i ” damnata ad metalla”, dalla quale probabilmente prenderà origine l’attuale paese di Pazzano, che ha conservato questa “vocazione” mineraria sino agli anni 50 del secolo scorso.

I forni attivi nel periodo romano, erano molto elementari, a volte semplici buche scavate nel terreno che una volta utilizzati venivano distrutti e sostituiti da altri.

In seguito i Bizantini continuarono lo sfruttamento minerario e iniziarono a realizzare impianti siderurgici più consistenti.

E’ con i Normanni, che nei loro possedimenti introducono nuovi forni fusori (i forni per l’Osmund), che le attività minerarie e siderurgiche della Vallata dello Stilaro e delle Serre Calabre, entrano a chiare lettere nella storia. E’ a questi, uomini del nord, che si deve sino ad adesso, il primo documento cartaceo che chiaramente ci informa delle attività minerarie e metallurgiche in atto nella vallata e nell’area circostante.

 

Questo preciso riferimento, è contenuto nell’oramai famosa concessione territoriale, fatta nel 1094, da Ruggero il Normanno ai certosini di San Bruno, con la quale, egli concede: terreni, villaggi, e colture, siti nel circondario di Stilo e Bivongi. In particolare il documento così recita“… concedo pro eandem Ecclesia in dotem Domini Patri Brunoni, …molendinis, mineris aeris, ferri, e omnium metallorum”. 

 

 

 

In seguito, altri sovrani, succeduti a Ruggero, riconfermarono le vecchie donazioni, ed in alcuni casi le ampliarono.

Nel 1173, Guglielmo II, Re di Sicilia, concede ancora ai Certosini il possesso delle miniere dello Stilaro:“…et libertatibus minereae aeris et ferri…”, ed inoltre, concede alcuni mulini e “battendieri”, già attivi nell’area.

Alla morte di Guglielmo II, la Calabria fu teatro di contesa, per motivi di successione dinastica, tra i Normanni e gli Svevi.

Vinsero questi ultimi, e la Calabria, come tutto il Meridione, sotto Enrico IV, divenne Sveva.

Con l’avvento di questa dinastia, ed in particolare con Federico II (1197-1250), che successe al padre, la Calabria, fu interessata, da una ventata di rinnovamento sociale e culturale. Miglioramenti, furono pure avviati nel campo agricolo, nei commerci e nell’industria. In questo periodo si diede un notevole impulso alla ricerca mineraria in Calabria.

Federico, “germanizza” il regno e introduce  i dettami della celebre costituzione del 1158 promulgata dal Barbarossa “quae sunt regalia”, grazie alla quale egli tenta di contrastare lo strapotere di nobili. Tra le tante diede risalto alla: vectigalia (il potere di imporre le tasse), argentaria (il diritto all’estrazione mineraria), thesauri (il diritto sui tesori rinvenuti), fodrum (dovere dei nobili e possidenti  di mantenimento della corte imperiale) e monetae (il diritto di battere moneta).

In conseguenza a tale applicazione le ferriere e le miniere vengono escluse dalle concessioni feudali, e per effettuarne lo sfruttamento, occorreva dotarsi di una speciale autorizzazione imperiale.

Nel 1224, Federico, concede alla Certosa di San Bruno “…il corso libero delle acque per uso dei molini, battandieri…i siti delli stessi, l’uso del ferro, del sale per comodo proprio…”.

 Nella vallata dello Stilaro, “battandieri”, erano nei pressi di Bivongi; miniere di sale nei pressi di Guardavalle e della “Grangia” certosina di San Leonte, nel territorio di Stilo; mulini, sparsi un po’ ovunque, lungo il corso dei fiumi. Inoltre, lo stesso Re incarica i propri emissari di effettuare una indagine “dalla quale conoscer si possa se le miniere di ferro in Calabria fossero state del tutto esplorate, o se in altro luogo del reame si fossero stabilite ferriere…”.

Nel XII-XIII sec., si incomincia a spostare le ferriere, verso le rive dei fiumi e in montagna. Ciò, per l’introduzione nella pratica metallurgica, di particolari macchine (mantici, magli, ecc.) che per il loro funzionamento avevano bisogno di acque fluenti.

Nel 1313, Roberto d’Angiò, nel confermare l’antica donazione normanna ai Certosini, riattiva le miniere di Pazzano e Stilo, e sempre a Pazzano, restaura e mette in produzione, una ferriera, di proprietà della Certosa di San Bruno. Le ferriere del Regno in questo periodo risultano essere in possesso sia del Governo che di ordini religiosi e nobili.

Nell’area dello Stilaro, oltre alle statali, vi erano ferriere che appartenevano ai Certosini, i quali le avevano ottenute grazie a precedenti donazioni dei Normanni. Queste, oltre a determinate la proprietà diretta degli impianti siderurgici, garantivano agli affittuari alcuni particolari privilegi.

Da questa data si perdono le tracce di impianti siderurgici a Pazzano.

Si ritrovano, in un documento notarile di metà 1700 stilato per redimere una controversia legata al fallimento delle Ferriere dell’Assi, gestite dalla famiglia stilese dei   Lamberti. 

Le  notizie che seguono, ci sono fornite da un interessante atto notarile che si trova dell’Archivio di stato di Locri, (Salvatore Riggio) ,  nel quale il Mastro fonditore della Regia Fonderia dei cannoni di Stilo, lo spagnolo Michele Sadurni, comandato in Calabria dall’Eccellentissimo Sig. Conte Gazzola, comandante dell’artiglieria del Regno, il 5 marzo 1749, dichiara testualmente in presenza del notaio Bova Francesco di Bivongi, quanto segue:” …In loco ubi dicitur Assi, seu in Regia Fonderia Cannonum Civitatis Stily… in nostra presenza personalmente costituito mastro Michele Sadurni della città di Barcellona, al presente capo fonditore della Regia Fonderia de Cannoni di ferro di questa Città di Stilo…. L’istesso attestano mastro Francesco D’Acqua Bresciano, mastro Domenico Fiorenza fonditore e mastro Antonio Vetrano capo mastro della Regia Fornace di Pazzano”.

Il documento è ricco di informazioni in quanto ci consente di ubicare esattamente sul territorio, la Regia Fonderia del Lamberti, che risulta edificata, lungo il corso del fiume Assi, in una località che ancora oggi conserva l’antico nome. Inoltre, ci testimonia la presenza negli impianti siderurgici di Stilo di maestranze “straniere”, ed ancora, dato ancor più interessante, la presenza a Pazzano di una “Regia Fornace”, dalla quale proveniva “mastro Antonio Vetrano”.

Sicuramente, la ” regia fornace”, è l’erede della vecchia ferriera Svevo-Aragonese, ed era quella “manifattura di cannoni”, costruita nel 1742 dal governo, della quale ancora oggi si notano i ruderi. 

 

 

La “Regia Fornace di Pazzano”, risulta essere in Calabria, un ulteriore tentativo governativo, seguìto a poca distanza da quello effettuato sul fiume Assi e poi, Ferdinandea e Mongiana, di dotare il Regno di una industria siderurgica militare pubblica. L’opificio di Pazzano, potrebbe essere stato preceduto nel 1600 da quello presentato in alcuni dipinti fiamminghi che rappresentano, in modo molto particolareggiato l’area mineraria-siderurgica di Pazzano e le attività di lavoro.

Danilo FRANCO

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