Foibe: C’è memoria e memoria.

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Il 27 gennaio si è celebrata in tutta Italia la “Giornata della memoria”, in ricordo delle vittime dell’olocausto del popolo ebreo perpetrato dai nazisti ed assecondato in Italia dai fascisti e dallo stesso Re che aveva consentito l’emanazione delle leggi razziali.

Una popolazione fu quasi annientata solo perchè di religione diversa, anche se le vere motivazioni devono ricercarsi in campo economico e culturale.

Il 10 febbraio quella del “ricordo” per la tragedia delle foibe.

Se è giusto e sacrosanto ricordare l’olocausto degli ebrei e i vari olocausti che la storia ci tramanda, quello degli armeni, dei cambogiani, degli indiani d’america, ecc…, credo sia giusto ricordare i tantissimi che hanno pagato con la propria vita e con quella dei loro cari per resistere a chi invadeva il proprio paese, annullava loro la cultura e li rendeva coloni .

Non mi riferisco solo alle popolazioni africane, nel periodo dei vari imperi: inglese, tedesco, francese, spagnolo, italiano, ecc…, ma anche su quanto successe alla popolazione del meridione d’Italia a seguito degli ancora oscuri eventi avvenuti dopo il 1861.

Grazie al tradimento di alcuni generali dell’esercito borbonico e di tanti politici e latifondisti meridionali, alla sospetta eliminazione fisica del Re Ferdinando II  e grazie soprattutto all’indispensabile aiuto degli inglesi e dei francesi, che volevano eliminare uno stato autonomo, quello meridionale, che minava gli interessi delle due superpotenze europee nel mediterraneo, Garibaldi, “libera” il sud, ed iniziano i guai per il popolo meridionale.

Si cancella, ”grazie” anche  Garibaldi, in un attimo, un antico Stato sovrano e si inizia il metodico smantellamento di una economia che era all’avanguardia a livello europeo (cantieristica navale, commercio, agricoltura, siderurgia, ecc…).

Il Savoia iniziano ad imporre al Sud alcune leggi molto penalizzanti per l’economia e per la stessa cultura meridionale, ma  evitano accuratamente di applicarne altre che sarebbero potute essere utili al sud. Inoltre il governo piemontese si appropria del tesoro dello stato meridionale, il più cospicuo dell’intera penisola, allo scopo di risanare l’asfittica economia sabauda.

Opera di smantellamento di uno Stato e di una economia, quella delle Due Sicile, forse nella convinzione che prima o poi, come era già avvenuto nel passato, i sovrani borbonici sarebbero ritornati al potere e quindi era più opportuno attuare nel sud una politica di rapina per trasformarlo così in una landa desolata e povera proprio come un deserto africano.

I Borbone, condannati dagli eventi e dai mutamenti politici in atto in Europa non fecero mai più ritorno al potere e l’Italia “unita” si trovò così una “palla al piede”, un peso, in fin dei conti, creato dallo stesso Piemonte con la politica attuata nei confronti dei nuovi territori conquistati.  Il primo presidente del nuovo Banco Nazionale, Bombrini, co-fondatore della Ansaldo, ordinò: i meridionali non dovranno mai più intraprendere, e così è stato. Il suo perentorio “ordine” di fatto azzerò l’apparato industriale meridionale, che avrebbe potuto contribuire, se mantenuto in essere, alla crescita dell’intera economia nazionale.

Ridotti alla fame, molti del Sud, furono costretti a lasciare la Patria.

Oltre 6 milioni di meridionali emigrarono e riempirono con milioni di lire dell’epoca, derivanti dalle rimesse economiche mandate alle famiglie, le casse dei piemontesi, i quali li impiegarono per lo sviluppo economico del nord Italia.

Altri, divennero “briganti” ed iniziarono la lotta armata e di resistenza contro gli invasori, lottando, più che per il proprio Re, per la propria terra e per mantenere le proprie tradizioni.

Lutti, sofferenze, tragedie, stragi, caratterizzarono  per ben 10 anni le regioni del sud.

La repressione attuata dai Piemontesi, una vera e propria pulizia etnica, fece inorridire politici e scrittori italiani ed europei per come fu portata a compimento.

Quanti furono i morti, 100.000, 600.000?  Non ci è dato sapere, interi paesi furono rasi al suolo, molti  “partigiani”( definiti briganti, resistettero e morirono per la loro patria, combattendo sotto la loro bandiera, ma nulla ostacolò il disegno del governo italiano che non si fermò davanti a nulla, nel totale ed  assordante silenzio dell’opinione pubblica settentrionale ed europea.

Un esercito ben armato, di oltre 120.000 soldati fu inviato nel Sud Italia per “pacificare” quei territori. Furono emanate leggi speciali, che annullavano tutte le garanzie del tempo, furono istituiti tribunali speciali, furono predisposti veri e propri campi di concentramento,  più o meno  come fecero i nazisti contro gli ebrei, come i turchi contro gli armeni, come gli americani contro i “pellerossa”, solo che in quei campi di concentramento, voluti dal governo piemontese, furono deportati migliaia di figli del meridione: soldati, preti, contadini, ecc.. fedeli al proprio Re, colpevoli solo di non avere giurato fedeltà al nuovo Re d’Italia e di non voler essere “liberati”e “unificati”.

Se quella resistenza avesse avuto diversa sorte e fosse riuscita a scacciare gli invasori piemontesi, come sarebbero stati chiamati quei valorosi? Sarebbero stati definiti: briganti o patrioti?

Il deputato Ferrari, nel novembre 1862 grida in aula: «Potete chiamarli briganti, ma combattono sotto la loro bandiera nazionale; potete chiamarli briganti, ma i padri di quei briganti hanno riportato due volte i Borbone sul trono di Napoli. E’ possibile, come il governo vuol far credere, che 1500 uomini comandati da due o tre vagabondi tengano testa a un esercito regolare di 120.000 uomini? Ho visto una città di 5000 abitanti completamente distrutta e non dai briganti» (Ferrari allude a Pontelandolfo, paese raso al suolo dal regio esercito italiano il 13 agosto 1861).

 Massimo D’Azeglio nel 1861 si domanda in aula come mai «al sud del Tronto» sono necessari «sessanta battaglioni e sembra non bastino»: «Deve esserci stato qualche errore; e bisogna cangiare atti e principii e sapere dai Napoletani, una volta per tutte, se ci vogliono o no… agli Italiani che, rimanendo italiani, non volessero unirsi a noi, credo non abbiamo diritto di dare delle archibugiate».

Ancora oggi molte nostre strade e piazze, ci ricordano i fautori e gli istigatori del massacro del meridione ( Garibaldi, Cavour, Mazzini, Vittorio Emanuele, ecc..) niente ci ricorda il sacrificio di tanti nostri conterranei che morirono a difesa della loro e della nostra terra.

Gli Americani hanno rivisitato la loro storia e tributato il giusto riconoscimento morale ai pellerossa e agli americani degli stati del Sud.

Da noi, si istituisce la giornata della memoria per l’olocausto degli ebrei, bene; ed il giorno della conciliazione per dare memoria a tutti coloro che morirono negli anni della Resistenza e nelle foibe, benissimo.

Non sarebbe altrettanto giusto dedicare anche una giornata al ricordo di quei tantissimi meridionali morti nel decennio post unitario, nei dieci anni di resistenza all’invasione Piemontese? I governatori delle regioni meridionali si attivino in tal senso.

Non meritano questi morti di essere ricordati? O i morti del meridione non contano e non hanno valore? Non ai posteri, ma a noi, a noi che discendiamo da quegli “sventurati” la giusta “risposta”.

 

FRANCO Danilo

 

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