Mer. Gen 20th, 2021

Il “bosco di Stilo”, oltre a costituire un’importante area naturalistica montana, che conserva ancora  un ambiente incontaminato, con boschi impenetrabili e corsi d’acqua che disegnano sul territorio  scorci paesistici di notevole interesse, rappresenta anche uno “scrigno” che nel corso dei secoli ha innescato, prima, nascosto e salvaguardato, poi, dalla distruzione  beni culturali e storici, testimonianze del trascorso industriale della Calabria ( ferriere, fonderie, villaggi siderurgici, ecc..). I resti materiali, gli aspetti storici e sociali, l’ambiente che hanno attivato tali iniziative industriali, che costituiscono, ai nostri giorni, nel loro insieme un nuovo “soggetto” culturale da salvaguardare e da immettere nel circuito culturale e turistico europeo, sono oggetto di studio da parte dell’archeologia industriale, che può definirsi una nuova “branca” pluridisciplinare dell’archeologia e dei beni monumentali ed artistici.

Riflettere sul passato, rileggerlo, riconsiderare determinate vicende, ricercare e riappropriarsi delle radici storiche della comunità in cui viviamo, che in passato tanto ha dato all’economia della nostra Nazione, questo è il “dovere” morale che ognuno di noi deve avere.

Cercare nel passato, per recuperare quel sano senso di appartenenza ad una società attrice del proprio essere, non solo per dire “come eravamo” o “si stava meglio prima”, né per piangerci addosso in quanto condannati dagli eventi storici avversi, ma soprattutto per trarre giusti insegnamenti, che ci consentano di guardare con più fiducia al nostro divenire.

Tra i tanti reperti di archeologia industriale presenti nei boschi delle Serre Calabre, voglio segnalarne uno che, per la sua specificità, grandiosità monumentale e valenza storica, farà sicuramente riflettere i tanti frequentatori del “bosco di Stilo”, come in passato ha fatto riflettere quanti si sono interessati allo studio e alla ricerca del trascorso industriale della Calabria.

Mi riferisco alla “Ferdinandea”, che con le sue imponenti costruzioni si staglia nel verde dei boschi e sicuramente rappresenta una tappa d’obbligo, sia per chi salendo dalla costa Ionica o dalla Tirrenica, si accinge ad effettuare escursioni di qualunque genere nei boschi delle Serre, sia per chi si avvicina allo studio delle vicende storiche ed economiche che hanno caratterizzato la Calabria negli ultimi 4 secoli.

“Ferdinandea”, cantata da molti scrittori di “cose” calabresi.

“Ferdinandea”, luogo che richiama alla memoria pagine di storia e di leggende.

“Ferdinandea”, nucleo centrale dell’istituendo Ecomuseo delle ferriere e fonderie di Calabria.

 

Una precisazione mi sembra opportuno fare, per ovviare al solito errore ricorrente nell’immaginario collettivo. “Ferdinandea”, non fu mai una Reggia o un casino di caccia dei Borbone, ma fu nel corso dei secoli, che l’hanno vista attiva, solo ed esclusivamente un complesso siderurgico statale borbonico, una “cittadella operaia” e infine una azienda agro pastorale boschiva.

Ferdinandea, spogliata dalla sua veste nobiliare, sicuramente non perderà il proprio fascino e forse, si spera, eserciterà una maggiore attrazione culturale, ed attenzione politica, come avviene nel resto d’Europa dove le aree industriali dimesse sono soggette ad iniziative di recupero culturale e turistico.

I primi lavori tendenti a realizzare nei monti delle Serre Calabre  un complesso siderurgico, risalgono al 1491, quando Ferdinando il Cattolico (1479-1516), a sottolineare l’estrema importanza che l’’industria siderurgica e bellica rivestiva per la stessa sopravvivenza del proprio Regno, dà incarico a suoi emissari  e al capitano Regio di Stilo,  di “…fare a Stilo una o quante ferriere saranno necessarie per servizio de la Corona, dove più comodo et utile sarà, attento che tale beneficio et utilità resterà perpetua a la Corona”.

Il nuovo complesso, venne costruito nei boschi di Stilo e dislocato lungo il corso delle fiumare presenti. Questo, risultava costituito da una fonderia da alcune ferriere e da un piccolo villaggio ed operò autonomamente per circa 200 anni. Il nuovo complesso, andava alla sua nascita, ad affiancare le 4 ferriere Fieramosca operanti a Bivongi, Fabrizia, Campoli e Serra S. Bruno, e poi a sostituirle definitivamente nel corso del 1600.

Nel 1600 operavano nel bosco di Stilo diverse ferriere, in alcune delle quali si producevano archibugi e ancore per le navi. 

Il posto risultava essere ideale per la presenza di acque fluenti, utili per il funzionamento degli opifici e per la presenza di ricchi boschi dai quali produrre il carbone impiegato nei forni fusori. Ci si

allontanava dalle miniere di Pazzano, presso delle quali erano i primi forni fusori, ma nell’economia del lavoro siderurgico era più necessario avere vicino agli opifici acqua e boschi che non le miniere.

Sul finire del sec XVII, a questo, oramai vecchio ed obsoleto impianto, fu affiancato un nuovo e più moderno opificio. Il luogo prescelto per la nuova costruzione, gravitava, poco distante dal precedente, nel luogo dove oggi insiste la “Ferdinandea”.

Nascono così le “Ferriere di Stilo”, quattro o cinque, ed il grande palazzo amministrativo ora “annegato” nelle acque del lago artificiale “Giulia” posto a monte della Ferdinandea. 

La “fame” di ferro e di armi indusse il governo a concentrare attorno ad una nuova e più moderna fonderia le ferriere operanti nelle montagne di Stilo.

Nel 1789 si inizia a costruire la cittadella siderurgica di Ferdinandea e l’annessa grande fonderia, sull’esempio di manifatture realizzate in Europa (Manifactures Royales in Francia), e napoletane (Laboratorio di pietre dure e la Manifattura degli arazzi, presso la chiesa di  San Carlo alle Mortelle,  la Manifattura di porcellana a Capodimonte e la Manifattura di San Leucio resso Caserta)  .

Nei suoi pressi si realizzarono, a fianco delle ferriere già attive, tre raffinerie (dell’Armi nella quale prima, sin dal 1600 si producevano archibugi, Acciarera, Murata), un maglietto, una sega idraulica, ecc…

I lavori, furono incentivati, in particolare nel 1814 (decennio Francese), con lo stanziamento da parte dello Stato di ben 15.000 ducati. Murat, perde il Regno e i lavori, ben presto, vengono sospesi.

In seguito, furono riavviati dai Borbone, ritornati al potere, con Ferdinando I°, per essere completati solamente nel 1841, da Ferdinando II°, a cui la nuova fonderia sarà intitolata, a cui sarà dedicata una edicola commemorativa in ghisa.

Il grande opificio, che costò allo Stato ben 400.000 ducati, occupava, un’area di circa 15.000 m2, di cui ben 9.427 erano coperti, ed era distribuito, in due distinti complessi. Il primo, posto a ferro di cavallo, con corte interna, ospitava la residenza amministrativa, con uffici, alloggi per le truppe, carceri, chiesa, ecc… Il secondo, di cui rimangono solo due fabbricati, dei quattro esistenti in origine, costituiva in corpo centrale della fonderia.

Questa, era disposta su due livelli. Il superiore, era adibito a deposito carbone e alloggio delle maestranze, il sottostante, a deposito per i manufatti. Nel cortile, posto alle spalle del fabbricato, e addossato a questo, era posizionato l’altoforno denominato S. Antonio, capace di produrre circa 10 tonnellate di ghisa al giorno.

Alla fonderia di Ferdinandea, facevano da “contorno” numerose ferriere, ancora insistenti nell’area, poste sia sul fiume Stilaro, che scorre nelle sue immediate vicinanze, che sui poco distanti torrenti : Ruggero, Acciarello e Mulinelle.

Dopo l’unità d’Italia, il polo siderurgico Mongiana-Ferdinandea, passò in mano ai privati.

Il Fazzari, personaggio emblematico del risorgimento italiano, acquistò la Ferdinandea e divenne unico proprietario, non solo degli stabilimenti siderurgici di Ferdinandea ma anche di quelli di Mongiana, delle miniere e   di gran parte dei boschi del circondario. Iniziò immediatamente a restaurare il vecchio palazzo amministrativo delle ferriere di Stilo, realizzando una splendida villa con cortile interno, con abitazione padronale e case destinate ai suoi dipendenti.

Il Fazzari, diede immediatamente incarico all’ing. minerario Dainelli di studiare e valutare la reale possibilità di riattivare le miniere e le fonderie, con lo scopo primario, secondo quanto dichiarato più volte dallo stesso, di “risollevare le sorti delle popolazioni del circondario“.

Il Dainelli, si mise al lavoro, ed in breve: verificato lo stato degli impianti d’estrazione, aprì nuove miniere, fece analizzare il minerale, restaurare gli altiforni e nel 1875, relazionò, positivamente, al Fazzari sulle, possibilità di  ripresa dell’attività siderurgica: “…sembrami poter ritenere che ove si utilizzassero convenientemente  gli stabilimenti siderurgici di Mongiana, ove si traesse tutto il profitto possibile delle condizioni locali molto favorevoli, si potrebbero ottenere dei benefizi considerevolissimi”.

Incoraggiato da tali dati, il Fazzari, nel 1881, fece riprendere il lavoro nelle ex miniere Borboniche, che nel frattempo vennero ribattezzate con nomi alla moda ( Garibaldi, Margherita, Umberto ecc..).

Nel contempo, egli fece avviare la campagna di fusione degli altiforni, e iniziò a curare meglio i trasporti verso i porti, da sempre disagevoli, costosi, e penalizzanti, nell’economia generale, delle industrie delle Serre.

Costruì, una ferrovia (1885) ed una teleferica, per il trasporto dei materiali presso la stazione ferroviaria di Monasterace Marina e al molo d’imbarco realizzato dallo stesso.

Inoltre, egli, attivò una piccola centralina idroelettrica, a servizio della segheria, e delle abitazioni di Ferdinandea.

Purtroppo, le aspettative del Fazzari, non tardano a scontrarsi con l’amara realtà. Il governo, che aveva già decretato la morte dell’industria siderurgica Calabrese, vendendogli gli impianti, fece mancare le commesse pubbliche all’industria del Fazzari, che per non rischiare il fallimento, nello stesso anno fu costretto a chiudere, e questa volta definitivamente, le fonderie di Mongiana e Ferdinandea e di conseguenza le miniere di Pazzano. Il governo del nuovo stato unitario, al fine di cancellare del tutto il ricordo dei vecchi reali propose in una seduta della camera di cambiare il nome al sito di Ferdinandea ribattezzandola “Altiforni”. L’iniziativa non andò a buon fine.

La fonderia di Mongiana sarà abbandonata del tutto, e ridotta in pochissimo tempo allo stato di rudere, in essa fu impiantata una centralina idroelettrica. La Ferdinandea, ebbe, invece, migliore fortuna, in quanto il Fazzari, la trasformò, in una splendida residenza montana, nella quale ospitò numerose personalità dell’epoca, tra le quali, la scrittrice Matilde Serao.

La scrittrice partenopea, così descriveva il suo viaggio di avvicinamento a Ferdinandea, dalla stazione ferroviaria di  Monasterace-Stilo:

Ascende la carrozza fra le prime macchie, rade ancora, e gira intorno ad una collina, scoprendo ogni tanto con l’occhio l’immenso Ionio glaciale senza una vela. Lievemente l’aria rinfresca: Ecco Stilo, una piccola città bruna, antica, medievale, fabbricata a mezza costa: cittadina fiera e malinconica con le sue chiese antiche. Si attraversa Stilo: le calabresi dal volto pallido vi guardano senza curiosità, da dietro i piccoli vetri delle loro finestre. La vegetazione poi diventa sempre montanara e si gira sui fianchi della montagna, ora seppellendosi fra gli alberi, ora rasentando un precipizio spaventoso. Qui e là spunta la roccia, nuda, nera ciclopica. Non è dunque questo paese Ferdinandea? No questo è Pazzano: paese di pietra e paese di ferro. Sta nell’aria e si respira il ferro: sgorga e si rovescia dalla bocca delle miniere, rossastro, sottilissimo, dilagante in flutti di polvere”.

Ed immersa tra i boschi, nei pressi della sua meta, la Serao, scrive:

“Si entra ora nella foresta dei faggi salendo alla montagna. Fresca, profonda, verde, foresta. La luce vi è mite e delicatissima, il cielo pare infinitamente lontano; è deliziosa la freschezza dell’aria; in fondo al burrone canta il torrente; sotto le felci canta il ruscello…Si ascende sempre, fra il silenzio, fra la boscaglia fitta, per ampia via…Tacciono le voci umane…Non v’è foresta immensa sconfinata: solo quest’alta vegetazione esiste. Siamo lontani per centinaia di miglia dall’abitato: forse, il mondo è morto dietro di noi. Ma ad un tratto, fra la taciturnità serena di questa boscaglia, un che di bianco traspare fra le altezze dei faggi. Questa è Ferdinadea”. Dimora incantata. Come il Monsalvato, il mitico castello di Parsifal, che sta in una foresta, in una terra sconosciuta: Ferdinandea è fra gli alti alberi, solitaria, non villa, non trattoria, non palazzo, ma Ferdinandea, senz’altro nome, senz’altra qualifica, Ferdinandea, originale, bizzarra, unica”.

 

Uniche vocazioni “industriali”, attuate, a quel tempo a Ferdinandea e nel “Bosco di Stilo”, furono, e lo sono tutt’ora, quelle legate, allo sfruttamento del legname dei boschi che la circondano, e all’imbottigliamento delle acque della fonte di “Mangiatorella”, avviata dallo stesso Fazzari.

Il Fazzari trasforma l’opificio in una residenza agro-silvo-pastorale. E a fianco delle attività economiche nella sua residenza, in una grande sala raccolse reperti archeologici e opera d’arte provenienti dal circondario.

Ai nostri giorni, quello che rimane dell’antico stabilimento, sono gli edifici restaurati sul finire del sec. XIX dal Fazzari, ed il grande edificio, settecentesco, oramai in rovina, nel quale era ospitata la fonderia.

E’ necessario intervenire in fretta al fine di salvaguardare un così importante patrimonio culturale. Saranno semplici mura, saranno tegole, mattoni, pietre, ecc…, sembreranno cose di poco conto, ma rappresentano le radici della nostra storia, uniche ed interessanti che oltre ad arricchire il patrimonio archeologico industriale Calabrese, contribuiranno sicuramente ad avere un quadro più completo dei siti “industriali” delle Serre Calabre che se inserite nel circuito turistico montano sicuramente reciteranno ancor oggi un importante ruolo nell’economia della zona.

Danilo FRANCO

 

 

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