Sab. Gen 16th, 2021

La morte del grande scrittore Saverio Strati non mi ha sorpreso più di tanto. A una certa età il ritorno alla casa del padre, o distacco terreno, diventa una sorta di benedizione, la fuga da un mondo che – a un certo punto della vita, al di là di quello che siamo riusciti a fare – ci confina ai margini di una società nella quale non ci riconosciamo più, e tanto meno pensiamo di appartenerle.

Ciò che invece mi ha colpito, e mi ha fatto profondamente riflettere, è che Saverio Strati non sia tornato nemmeno da morto nella terra dove è nato e dove è cresciuto, e dove ha elaborato personaggi, storie e drammi del suo popolo. Strati è stato tumulato nel cimitero del paese dove ha scelto di vivere, una volta raggiunta la maturità artistica e letteraria.

L’eterno dramma del calabrese-meridionale che, anche da morto, è costretto a fare l’emigrante, ad accettare il vestito della diaspora che lo ha vestito e segnato per tutto il tempo che ha vissuto e prodotto lavoro, fatiche, sogni, illusioni, speranze, attese. Tutti valori che appartengono a chi ha il dono della scrittura e, nella scrittura – che è un’arte alta ed autentica – sceglie di rifugiarsi per lottare e denunciare. La stessa sorte, guarda caso, è toccata molti anni prima a un altro grande della letteratura del Novecento nato in Calabria: lo scrittore di San Luca Corrado Alvaro.

Egli, una volta lasciata la terra natìa, ha prima scelto Roma come epicentro delle sue elaborazioni letterarie per poi rifugiarsi nel tranquillo paesino di Vallerano dove, a morte avvenuta, è stato sepolto con tutti gli onori che contraddistinguono il funerale di un grande uomo e di un grande scrittore. Le due tumulazioni, pur presentando aspetti e risvolti diversi, si somigliano. Anche se non sapremo mai se è stata davvero volontà di Alvaro quella di farsi tumulare nel Viterbese (e nemmeno il fratello don Massimo ha mai voluto dipanare il velo che ammanta questo sorte di mistero); mentre per quanto riguarda la tumulazione di Strati in quel di Scandicci, c’è stata una precisa volontà dello scrittore e della moglie. Nell’uno e nell’altro caso comunque, non possiamo parlare che di grande penalizzazione per la nostra terra, perché è chiaro che la sepoltura nella terra natìa, di due dei suoi figli migliori, avrebbe sicuramente apportato qualche miglioramento o vantaggio, che non sarebbe stato economico ma di immagine, di sostanza morale.

Quasi mi viene spontaneo dire che per noi calabresi, ricchi o poveri, famosi e soprattutto normali, la diaspora è una condizione che ci appartiene e ci accompagnerà per sempre. Anche dopo morti!

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