Sab. Mag 15th, 2021

Caro Ernesto, il tuo calvario si è appena concluso sul legno di una croce nel reparto rianimazione dell’Ospedale di Locri, dopo un coma profondo e impenetrabile alla scienza durato diciassette lunghi giorni.. E anche tu, come Gesù, avevi una Maria che piangeva ai piedi della croce, quella stessa donna, tua moglie, che dopo averti accompagnato nel viaggio verso il calvario, si è dovuta arrendere anche lei, malata, a vivere sulla sedia a rotelle. Chissà quanti di noi, nelle tue stesse condizioni, si sarebbero persi d’animo e avrebbero smarrito anche la compagna più importante della vita, che è la fede in Dio. Ma tu no, tu non hai mai pronunciato il grido straziante “Elì Elì lemà sabactàni” ( Dio mio. Dio mio, perché mi hai abbandonato), tu, non solo hai accettato la volontà del Padre, ma avevi intessuto col tuo creatore un dialogo meraviglioso di confidenze giornaliere, facendo della croce l’argomento continuo della tua preghiera. << Quandu vidi ca i cosi vannu storti / – dici in una delle poesie del tuo ultimo libro – e pensi ca si’ ‘u sulu spurtunatu,/ quandi ti pari ca è signata ‘a sorti / e ti senti ca si’ ‘u cchjù disgraziatu, / prega pa tia e pa chilli chi nda’ ntornu; / prega p’’o mundu e vòtati d’arretu; / prega e vi’ ca t’accorgi ca ogni jornu / ‘u patimentu toi vidi discretu”. Caro Ernesto, compagno di tante trasmissioni radiofoniche a Tele Radio Locri 102, negli anni 70, e televisive in poi fino ai nostri giorni, ogni qualvolta venivo a casa tua, invece di preoccuparti del fiume di disgrazie che ti aveva travolto, mi leggevi le tue poesie. Mi sei stato vicino nel dolore più straziante che possa travolgere un padre e hai scomodato la tua musa per farmi coraggio nella disperazione più nera. Quante volte mi hai confidato che non ce la facevi più con quella croce pesante che dovevi trascinare, dopo dieci anni di dialisi ed oltre cinquanta interventi chirurgici che hai dovuto sopportare negli ospedali di tutta Italia, ma tu non ti sei perso d’animo e ti se messo a pregare, perché sapevi che la preghiera è la fascia che ristagna il sangue e rinfresca le ferite. Nelle tue poesie, e nella vita, hai parlato sempre di amore e di Dio, sfidando la tendenza comune imperante ai nostri giorni di tacciare la fede, come se fosse un difetto e non un pregio degli uomini d’oggi. Per questo motivo hai scritto :<< Amuri è quandu nc’esti comprensioni, / pe cu’, sbagghjandu, danni cumbinau / amuri è perdunari, essiri boni / com’’o Signuri chi ndi perdunau >>. Proprio come hai fatto tu nella tua vita, caro Ernesto, che hai abbracciato la tua croce col sorriso sulle labbra, ben sapendo che solo la croce – come ripeteva il Santo Curato d’Ars – è l’unica strada che ci può portare in paradiso. Ed io, davanti alle tue spoglie mortali, vorrei ricordare e far sapere a tutti anche la tua sofferenza di poeta che ha ancora, chiuse nel cassetto da tanti anni, oltre sette libri da pubblicare, che sono il frutto del tuo estro creativo e del tuo rapporto con la vita e con Dio, perle di fulgido lirismo poetico, che hai scritto a futura memoria per illuminare la strada a tua moglie Maria, ai tuoi figli Cristina, Sammy, Armando, e a tutti noi, che ti abbiamo sempre apprezzato come uomo e come poeta. Addio, Ernesto, amico del cuore, porta un bacio per me a mia figlia Elena, che ti sta aspettando in paradiso.

Benestare, 9/4/2017 Franco Blefari

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