Lun. Mag 10th, 2021

La prima istituzione ricostruita attraverso il libero voto a suffragio universale dopo la seconda guerra mondiale fu quella comunale, nel 1946.
Nell’Italia devastata dalla guerra alle prime elezioni amministrative si giunse in maniera per nulla semplice. Da un lato gli americani che premevano affinché l’Italia offrisse una prova della sincera normalizzazione e democratizzazione della vita politica nazionale; dall’altro i partiti politici alle prese con i problemi interni e con alcuni fondamentali quesiti: svolgere le elezioni amministrative prima o dopo le votazione sulla Costituente e sul referendum? Elezioni generali o parziali? In linea generale la sinistra propendeva per fare precedere le elezioni politiche pensando di poter sfruttare “il vento resistenziale” e la volontà di rinnovamento presente nel paese. Prevalse alla fine l’opportunità di saggiare la forza elettorale per procedere in tempo ad eventuali contromisure nelle elezioni che contavano, quelle sul referendum su monarchia o repubblica e sulla costituente. La scelta di “spezzettare” le elezioni amministrative fu anche dovuta alla consapevolezza dell’influenza delle destre monarchiche sulle realtà urbane del sud che potevano avere effetti psicologici sulla scelta della forma di governo del Paese.
Il voto comunale fu dunque frammentato. In primavera, tra marzo ed aprile, si votò in cinque domeniche successive per il rinnovo di 5.722 comuni: 10 marzo (436 comuni), 17 marzo (1.033 comuni), 24 marzo (1.469 comuni), 31 marzo (1.560 comuni) e 7 aprile (1.224 comuni). Altri 1.383 comuni, tra cui i più popolosi del meridione, andarono al voto in autunno in altre otto tornate elettorali: il 6, 13, 20 e 27 ottobre ed il 3, 10, 17 e 24 novembre, dopo che si era consumata l’elezione sul referendum costituzionale sulla forma di governo e la Repubblica aveva visto la luce in un Paese che dal Lazio in giù si era espresso massicciamente per la monarchia.
Quelle elezioni amministrative sono ricordate anche perché per la prima volta le donne poterono esercitare il diritto di voto. Una forza elettorale maggioritaria quella femminile, il 53% del corpo dei votanti. Per questo, al di là delle dichiarazioni di facciata, motivi di diffidenza accomunavano tutti i partiti: le sinistre temevano l’influenza della Chiesa sull’orientamento elettorale delle donne; la Dc guardava all’attività politica femminile come minaccia ai valori tradizionali e all’unità della famiglia; nei partiti minori si paventava che il voto femminile avrebbe premiato i partiti di massa.
La Calabria partecipa a questa storia politica anche con due singolari eventi apparentemente contraddittori, come spesso accade per le cose nostrane. L’unico comune di cui si ha notizia della totale astensione delle donne al voto è Zaccanopoli, poco più di 1.200 abitanti. Il prefetto di Catanzaro scriveva che  «… le donne hanno ritenuto d’intesa con i loro uomini, che l’esercizio del diritto di voto potesse apparire come una manifestazione di immodestia e di esibizionismo. I Capi dei partiti locali hanno ora promesso che per le elezioni politiche svolgeranno ogni propaganda perché le donne acquistino la coscienza dei loro diritti politici e la necessità di esercitarla …».
Ma in Calabria è eletta, in ordine di tempo, la prima donna sindaco italiana e in totale due delle prime dieci sindache del Paese: Caterina Tufarelli Palumbo in Pisani, eletta il 24 marzo 1946 dal consiglio comunale di San Sosti a soli 24 anni e Lydia Toraldo Serra, quarantenne, eletta nel mese di aprile a Tropea.
Ancora oggi sul web questo primato viene attribuito alla sindaca di Massa Fermana, Ada Natali, che fu anche deputata. Ma a seguito dell’inaugurazione a Montecitorio della “Sala delle Donne” da parte della presidente della Camera, con una ricerca che a detta della stessa Boldrini «non è stata facile», è ormai assodato che il primato spetta alla sindaca di San Sosti, eletta dal consiglio comunale con una settimana d’anticipo sulla collega marchigiana.
Recentemente due diverse manifestazioni hanno voluto rendere omaggio a questa “ragazza del ‘46”. L’amministrazione comunale di San Sosti del sindaco De Marco le ha dedicato il concorso letterario “Pettoruto” mentre quella di Nocara del sindaco Trebisacce le ha intitolato una via cittadina.
Caterina Tufarelli Palumbo nasce a Nocara il 25 febbraio 1922. Di famiglia facoltosa la sua vita è andata di corsa, quasi presagisse una vita non lunga che infatti si spegne a soli 57 anni. Si sposa in piena guerra a 21 anni con l’avvocato Baldo Pisani, all’epoca ufficiale carrista che pare si recasse con il suo blindato a Trinità dei Monti a Roma dove la giovane Caterina frequentava le scuole superiori e che sarà presidente della provincia di Cosenza per tre consiliature. Madre e quindi laureata in giurisprudenza a Napoli diventa Sindaca a soli 24 anni.
In un tempo di fortissime contrapposizioni ideologiche lei, eletta nelle fila della Democrazia Cristiana, viene votata all’unanimità dal Consiglio prima cittadina di San Sosti a dimostrazione di una forte e carismatica personalità, impegnata nella politica che era al tempo stesso impegno civile e sociale date le drammatiche condizioni del dopoguerra.
Questa idea del futuro che passa attraverso il serrato impegno personale, elemento che modifica le cose, è ben presente in quel bel documento che è la “Relazione sull’attività svolta dell’amministrazione comunale”. C’è voluta una recente legge dello Stato affinché venisse reso obbligatorio la relazione di fine mandato delle sindacature. Quanta modernità in questa donna che nel lontano 1952 avverte la responsabilità di congedare la sua esperienza amministrativa con un resoconto, segno di un profondo rispetto politico e sociale.
San Sosti è all’epoca un Comune di poco più di 3.500 abitanti. Oggi facciamo fatica a ricordare i tempi e quindi a comprendere il senso e il valore di un impegno amministrativo diretto. Allora, forse più di oggi, i Comuni erano il terminale praticamente unico di tutte le esigenze e le richieste di una popolazione stremata. Nel luglio del 1946 la razione del pane in Italia è di 250 grammi e ancora nel 1947 gli  italiani sono i cittadini peggio alimentati di tutta la parte occidentale.
Nel 1945 il tasso di mortalità infantile è di 103 ogni mille nati vivi e per scendere sotto i 50 bisogna giungere al 1956. Per capire la gravità basta pensare che oggi il tasso è di circa il 3 per mille.
Tutto giustificherebbe un approccio rivendicativo e scagionante rispetto alle indubbie difficoltà di un ente che rinasce privo di una vera autonomia politica e finanziaria.
Niente di tutto ciò emerge nell’approccio della sindaca Caterina Tufarelli, anzi si avverte un agire concreto, proiettato al futuro, pragmatico, senza facili e discolpanti accuse: «… se non tutte le aspirazioni hanno potuto essere realizzate, non ne vada biasimo a nessuno…». Emerge addirittura una vena di intelligente ironia quando parla della mancanza di illuminazione pubblica: «… A San Sosti, a tre anni dalla fine della guerra, continuava l’oscuramento, dando in ciò esempio di disciplina… a rovescio».
Sicuramente appassionata ma altrettanto certamente competente. Questo il senso di quella relazione di fine mandato in cui espone le scelte amministrative, dalle finanze alle opere pubbliche, dall’assistenza alla programmazione.
Il presente duro con i buoni individuali, l’indennità del caropane, la distribuzione dei prodotti di prima necessità. Ma anche il futuro da sostenere: l’asilo infantile difeso con caparbietà, l’orologio pubblico che oggi farebbe sorridere (“…la cui necessità era da tutti sentita specie dai lavoratori…”), l’acquedotto comunale, il mercato coperto, l’edificio scolastico, le case popolari.
Insomma, una donna calabrese che meriterebbe, insieme ad altre figure, una maggiore conoscenza e valorizzazione così come quel periodo ancora caratterizzato da molte ombre documentali.
Andrebbe verificato, ad esempio, se anche il Comune di San Pietro in Amantea abbia espresso sempre nel marzo 1946 un sindaco donna nella figura dell’insegnante Ines Nervi in Carratelli.
Se così fosse la Calabria rappresenterebbe per l’epoca la punta più avanzata della rinascita dell’impegno femminile nella politica comunale.
Poi la storia ha preso un’altra strada. La presenza delle donne nella vita politica e amministrativa si è andata rarefacendo. In Italia, oggi, solo il 14% dei sindaci sono donne. In Calabria ancora meno, circa la metà della già bassa media nazionale, meno dell’8%, una storia oramai da troppi decenni caratterizzata da marginalità e assenza, sintomo ulteriore di uno scollamento tra società e politica.

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