I “Vattienti” di Nocera Terinese: «Né matti né masochisti»

2012

Il racconto di uno dei partecipanti all’antico rito pasquale degli autoflaggellanti: «Sento naturalmente un grande dolore, ma mi annullo. È una cosa che abbiamo nell’anima e che ci avvicina a Gesù»

Ad ogni autoflagellazione perdono quasi “una sacca di sangue” ma quando si percuotono con le “lanze” – tredici punte di vetro infilate nel sughero – si sentono più vicini a Gesù. Il loro sangue in segno di penitenza. Sono i “Vattienti”, fieri autoflagellanti che la sera del Venerdì Santo e nell’intera giornata del seguente Sabato Santo, dal 1300, si flagellano con un rito forte e di grandi simbologie famoso in tutto il mondo. «Perdiamo quasi una sacca di sangue ogni volta, circa 400 ml, non siamo nè matti nè masochisti. È una cosa che abbiamo nell’anima e che ci avvicina a Gesù Cristo», afferma all’Adnkronos V.C., di Nocera Terinese, paesino della provincia di Catanzaro, zoccolo duro di questo rito pasquale di penitenza ed espiazione dei peccati. V. C. viene da una famiglia di “Vattienti” doc e si è flagellato fino allo scorso anno. «Ho fatto il “Vattiente” fino al 2016 per voto. Per tredici anni – spiega -. Tredici come le lanze che ho utilizzato per flagellarmi, le tredici punte di vetro che rappresentano Gesù, gli Apostoli e Giuda». V.C. non nasconde il dolore che si prova durante l’autoflagellazione: «Quando mi flagello sento naturalmente un grande dolore ma mi annullo. È come se non sentissi più nulla intorno a me. E una settimana prima le gambe cominciano ad avere una reazione strana, cominciano a “scricchiolare”».
Un rito impressionante e cruento dove sgorga tanto sangue che in passato ha registrato veti e scontri soprattutto con la Chiesa e le autorità laiche locali. In passato, ricorda Franco Ferlaino, cultore di etnologia al dipartimento di Filologia della facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università della Calabria, autore di un saggio sul rito “Vattienti. Osservazione e riplasmazione di una ritualità tradizionale”, intervenne anche un plotone di celerini per impedire l’uscita dei flagellanti. Gli zii di V.C. vennero portati in caserma mentre stavano svolgendo il rito. Ma le autorità non avevano fatto i conti con un generale dell’Arma che in passato nel rito dei “Vattienti” aveva fatto l'”Ecce Homo” (rappresenta Gesù, ed è legato al Vattiente con una cordicella, che dopo la flagellazione è portato da Pilato davanti al popolo per essere giudicato). «Il generale – ricorda V.C. – quel giorno stava andando via in elicottero ma, vista dall’alto la scena, si precipitò di corsa in piazza e rivolgendosi ai carabinieri disse loro: “Guai a voi, i Vattienti non si toccano”». Da allora le cose sono andate più lisce per il rito con il quale si chiede a Dio di allontanare calamità e guerre. I “Vattienti” hanno avuto anche l’autorevole riconoscimento di un cardinale, Ersilio Tonini che, in una trasmissione televisiva, dichiarò: «Anche la flagellazione non è autopunizione ma è quasi voler partecipare alla passione del Signore, un desiderio profondo di dire: “Tu hai fatto questo per me, io faccio questo per te”». Ad ogni inizio di marzo, nelle botteghe dei mastri operai c’è gran fermento per preparare gli attrezzi della flagellazione e tutto ciò che serve al rito. «Ognuno dà una mano – spiega V.C. -, chi prepara il “cardo” (l’attrezzo con le tredici punte di vetro), chi la “rosa” (il sughero liscio che serve per pulire la gamba al termine della flagellazione), chi leviga con la raspa. Anche le donne hanno il loro daffare nel preparare i piatti con ceci e lenticchie come segno della vita che germoglia».
In alcune zone del paese si allestisce il sepolcro dove viene poi fatta transitare la Madonna Addolorata, una gigantesca statua in legno di pero selvatico di cinque quintali. «La processione – racconta ancora V.C. – è lunghissima: inizia alle 20.30 e si arriva sino alla mezzanotte. Con i “Vattienti” che si percuotono e poi si inginocchiano in preghiera davanti alla Madonna». Al termine della processione ci sono le ferite da medicare: «Mettiamo a bollire il rosmarino per curare le ferite – spiega V.C. -. Poi passiamo sopra la “rosa” pratica piuttosto dolorosa. Quindi si versa sopra una tanica di vino che contribuisce a lavare la gamba, e che simbolicamente rappresenta l’aceto che viene dato a Gesù sulla croce». «I Vattienti – ragguaglia ancora l’etnologo Ferlaino – appartengono a tutti i ceti sociali: ci sono operai, professionisti, giovani universitari, anche anziani. L’autoflagellazione si fa per un motivo devozionale; per fare rivivere la memoria degli antenati nel presente o per una ricerca d’indentità attraverso le proprie radici». Proprio ritornando alle proprie radici, un neurochirurgo nato in Argentina ma con i genitori di Nocera Terinese, scoperta una brutta malattia, poi guarita, ogni Pasqua si mette sull’aereo per la Calabria e diventa “Vattiente”.

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