5 Dicembre 2020

La storia del centro commerciale di Villa San Giovanni. Le sfere di influenza criminali. Gli appetiti della politica. Le liti (e le vendette) tra Paolo Romeo e il sindaco Messina. Un perfetto manuale Cencelli per dividersi una torta fatta di milioni e di consenso

Un ufficio di collocamento per amici e compari dei clan, della politica, della massoneria, ma anche una torta da spartire fra i vari casati di ‘ndrangheta in modo da non scontentare nessuno. Questa era il centro commerciale “Perla dello Stretto” gestito da Paolo Romeo a Villa San Giocanni, al contempo arbitro e vero padrone del gioco di una partita che ha sempre visto vincere gli arcoti. A raccontarlo, interrogato dai pm Stefano Musolino e Walter Ignazitto, è il neopentito Vincenzo Cristiano, uomo cresciuto tra i ranghi del clan Bertuca, che di recente ha deciso di collaborare con la giustizia.

IL VERO DOMINUS DI VILLA Eloquio accidentato, italiano che spesso si mischia con il dialetto, Cristiano non si esprime facilmente. Ma sa. E molto. Per anni ha vissuto in simbiosi con i vertici dei Bertuca, per loro ha portato messaggi e ambasciate, ma soprattutto ha lavorato per una società di servizi legata al Comune. Per questo, con pazienza e dedizione, domanda dopo domanda, i pm lo fanno parlare in modo da ricostruire un mosaico coerente. E inquietante. A Villa – emerge dalle dichiarazioni del collaboratore, depositate agli atti del processo Gotha – chi ha gestito, diviso e organizzato il maggiore business degli ultimi anni è l’avvocato Paolo Romeo, quale rappresentante dei De Stefano, che con i Condello – sottolinea il collaboratore – erano ormai «tutti una cosa». Era Romeo – dice il pentito Cristiano – a stabilire i confini degli interessi degli altri clan.

IL MANUALE CENCELLI DEI CLAN Il cuore del business batteva ad Archi. Per tutti gli altri c’erano appalti e briciole. Il sistema lo ricostruisce con dovizia di particolari il collaboratore. «Paolo Tripodi che gestiva per conto dei Condello anche le assunzioni, è venuto da Ciccio Aricò – racconta Cristiano – e ha detto “compare, due per voi, due per il gruppo Bertuca, due per gli Zito e due sono per noi, per adesso, dice, poi se ne parla”». Una divisione salomonica dei dipendenti da assumere, che gli Zito hanno tentato di forzare presentando tre curriculum in più di quanto stabilito. «È successo un quarantotto», ricorda il collaboratore. Ma la tempesta è durata poco e l’accordo – evidentemente – alla fine è stato trovato. Non a caso – dice Cristiano – anche oggi «sono ancora là assunti che lavorano».

I PRESCELTI E che non si tratti di voci di corridoio ma di informazioni precise, il pentito lo dimostra snocciolando uno dopo l’altro i nomi dei “fortunati”. «Una è la sorella dei gemelli Scarfone, non mi ricordo il nome e l’altra è la figlia di Ciccio Aricò». E questa sarebbe la quota Bertuca. «Degli Zito penso che ci sia la moglie di Vincenzo l’ergastolano e c’era forse la nuora di Mimmo, di Mimmo Zito». Assunzioni – spiega Cristiano – che rispondevano a precisi «accordi di ’ndrangheta».

LA QUOTA IDONE I prescelti – spiega il pentito – entravano tutti «al Conad, perché era il riferimento, perché era l’unico posto, dicimu (diciamo) sicuro». Poi c’era la quota direttamente gestita dall’avvocato Romeo e i suoi accoliti, come l’ingegnere Idone, «uno che là che faceva il bello e il cattivo tempo» dice il pentito. Per Cristiano, l’ex numero due di Fincalabra «faciva a chiddu chi non ci curpava (faceva quello che non aveva colpa), comprava magazzini, apriva». Alla Perla – aggiunge – «ha aperto un punto vendita sotto là, alla figlia».

A COLAZIONE CON L’ASSESSORE Il motivo di cotanto potere, per il collaboratore, è chiaro: «Secondo me lui è un massone come a Romeo, capito? E quindi… Però è anche vicino al gruppo Bertuca, lui, eh!». Ed avrebbe anche ottimi rapporti con la politica. A detta di Cristiano, tutte le mattine Idone «faceva colazione l’assessore Micari al coso, all’Hotel de la Ville, no? Per le assunzioni più che altro perché lui era sempre a braccetto con Paolo Romeo».

L’AMMINISTRAZIONE ALLA CORTE DI ROMEO Ecco perché – chiarisce Cristiano – «da lui (Idone, ndr) andavano parecchie persone diciamo a farsi raccomandare perché poi glieli portava lui i nominativi. Micari glieli portava a lui e lui glieli faceva entrare, non a tanti però». Secondo il pentito, almeno una ventina di persone avrebbero trovato lavoro così, sebbene nel suo clan si vociferasse che «nci mandaru cacchi centu (gliene hanno mandati circa cento)».

GLI ACCORDI NON SI TOCCANO Dalla politica però il sistema “Perla dello Stretto”, che in Paolo Romeo aveva il proprio baricentro, pretendeva qualcosa in cambio. Un dato che emerge chiaramente quando al Comune, Rocco La Valle lascia la fascia tricolore al suo numero due, Antonio Messina, eletto primo cittadino. Cambia l’amministrazione, ma per i clan non cambiano gli impegni. E di ricordarlo al nuovo inquilino del palazzo comunale viene incaricato proprio Cristiano. «lo sono andato, nci rissi (gli ho detto) Antonio, vedi che gli impegni che hanno preso con Rocco Lavalle, li devi rispettare, non so che tipo di impegni perché non ho chiesto, ti raccomando perché sono arrabbiati, i Condello erano arrabbiati».

«LA VALLE È PIÙ DISGRAZIATO» Secondo quanto messo a verbale dal collaboratore, il neo sindaco sarebbe precipitato dalle nuvole, affermando di non aver preso nessun accordo. «Antonio (Messina, ndr) è bravissimo, non c’intra nenti (non c’entra niente), Lavalle è più disgraziato diciamo come personaggio, un po’ più malandrino dicimu (diciamo), più sveglio», racconta il pentito. Nonostante questo, anche Messina – oggi imputato nel procedimento Gotha proprio per aver agevolato l’apertura della Perla dello Stretto – non si sarebbe tirato indietro di fronte alle richieste dei clan. Secondo Cristiano, di fronte alla sua richiesta Messina avrebbe risposto «io no, io non ho preso nessun impegno, per me non c’è problema, gli puoi dire di stare tranquillo, non c’è problema». Tuttavia, specifica il collaboratore, i suoi rapporti con Romeo e i clan sarebbero stati più che burrascosi.

LA RISSA MESSINA-ROMEO Ai pm, Cristiano racconta che, dopo aver ricevuto l’avviso di garanzia nell’ambito dell’indagine Fata Morgana, Messina si sarebbe sfogato con lui rivendicando «“io l’ho tolto a calci nel sedere a Romeo dal Comune”». Una vicenda che il pentito conosce e spiega in dettaglio ai magistrati, di fatto riportando l’animato dialogo fra Messina e Romeo quasi in presa diretta. «Romeo – spiega – dentro l’ufficio suo si era permesso a dire “ah, noi gli impegni li abbiamo mantenuti”». Affermazione cui Messina – ricorda Cristiano – avrebbe risposto a brutto muso «“quali impegni! lo gli ho chiesto solo qualche posto di lavoro per i miei concittadini, qua e là, ma quali impegni, non si permetta più”» per poi sbattere fuori Romeo.

IL DIKTAT DI ROMEO Un affronto che Romeo avrebbe vendicato licenziando in tronco una delle segnalate dalla politica, moglie – indica Cristiano – di un «compare» di Messina. «Gliel’ha tolta, gliel’hanno tolta infatti Romeo poi si era messo di traverso con Messina». Sgarbo che il legale avrebbe anche sbattuto in faccia al sindaco. «“Voi – racconta Cristiano, ricordano l’ennesimo scontro fra i due – non avete più niente”, rissi (ha detto) Romeo, siccome Romeo pure faceva il malandrino, no?». E non si sarebbe limitato alle parole. Anche altri lavoratori “sponsorizzati” dal Comune non sarebbero mai stati confermati nell’organico della Perla dello Stretto.

NO TU NO È successo anche ad uno dei parenti del pentito, che – da accordi «con Messina» – avrebbe dovuto essere assunto come vigilante. Assunzione impossibile secondo Romeo per due gravi “mancanze”: essere parente dell’unico commerciante che aveva osato contestare la “signoria” dell’avvocato sulla Perla ed essere sponsorizzato dal Comune. «L’ex proprietario della Fata Morgana, ha questa società ora, di sicurezza che sta controllando la Perla e mio cugino, il fratello di mio cugino, doveva entrare tramite l’amministrazione, tramite la politica, va bene?», racconta Cristiano, «Paolo Romeo gli ha detto no perché suo fratello mi ha sempre rotto le scatole nelle riunioni, sempre contro, infatti mio cugino… Sempre contro. Perché poi alla fine l’avevano pure isolato, no?».

LA TORTA DEGLI APPALTI Ma il gigantesco centro commerciale non era stato trasformato dai clan solo in una sorta di ufficio di collocamento, ma anche in una torta di appalti e affari da spartire equamente e previo accordo fra le famiglie (di mafia) autorizzate a entrare nel business. «I generi di Rocco Zito hanno tutto, hanno sopra, ah, all’Euronics, hanno il servizio di sorveglianza, hanno l’impresa di pulizie per tutta La Perla tranne Chirico che non li ha voluti perché Chirico si purtau i soi (si è portato i suoi) perché Chirico non andava d’accordo con loro, poi hanno i trasporti per l’Euronics, sempre gruppo Zito pirchì chiddi (perché quelli) sono i generi. Sì, uno Paolo Pugliesi e comu (come) si chiama? Roberto, come si chiama? Fortugno, Fortugno».

I GRANDI MATTATORI In più, sempre allo stesso clan era andato il servizio vigilanza della zona dell’Euronics. «Hanno assunto come, come guardiani diciamo, no? Un ragazzo, cioè tutte persone vicine, diciamo, c’è il cugino di Alfio Liotta», mentre il servizio pulizia era affare loro in tutto il centro commerciale. Dunque, il clan Zito – ben più malleabile dei Bertuca nell’avallare le ingerenze degli “arcoti” a Villa – si era trasformato nel grande mattatore di appalti, tranne nell’area della Conad, “protetto” da ben altri e più potenti interessi. «Il Conad – spiega il pentito – è proprio schierato».

LE INDICAZIONI DI IDONE Anche Idone – aggiunge il collaboratore – aveva facoltà di indicare imprenditori cui affidare appalti. «E lui comunque era uno anche di quelli che sponsorizzava l’appalto che gli venisse dato a Mimmo “motopala”, a Mimmo (..)Mimmo Bellantone». Tanto lui, come Idone – afferma – «sono vicini pure ai Bertuca». Un’informazione che Cristiano avrebbe avuto da fonte certa, «Vincenzo Bertuca».

GLI AFFARI FUORI DALLA PERLA Insomma, tutti gli affari erano calibrati al millimetro e per nulla casuali. E non solo all’interno della Perla. Anche il bar “Voglia Matta” ha scatenato opposti e contrastanti interessi. Avrebbe voluto rilevarlo uno dei cugini di Cristiano, che lì lavorava come banconista, però a condizione di non essere obbligato ad entrare in società con nessuno. «Perché – rivela Cristiano – l’avvocato Romeo glielo voleva dare a Crucitti, glielo voleva dare alla gelateria Cesare, capito?». Cosa sia successo dopo non è dato sapete. Il resto delle dichiarazioni del pentito sono coperte da larghi omissis. Quanto meno per adesso.

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