Gio. Mag 6th, 2021

Lavoravano nei campi anche 11/12 ore al giorno, spaccandosi la schiena a raccogliere patate e zucchine in cambio di miseria, pagati solo in nero con 10 euro. Venivano trattati così i giovani emigrati di Camigliatello Silano, in gran parte nigeriani, vittime di una triste storia di caporalato.

Questo è quello che succedeva all’interno del Cas Santa Lucia”, un Centro di Accoglienza Straordinaria gestito dal “Centro giovanile universitario jonico” e organizzato in due strutture a Spezzano Piccolo e a Camigliatello, in provincia di Cosenza.

Le indagini che hanno portato all’operazione, condotte dai carabinieri della Compagnia di Cosenza, erano iniziate a settembre del 2016 sotto la direzione del Procuratore aggiunto Marisa Manzini, e del sostituto procuratore Giuseppe Cava, e il coordinamento del Procuratore della Repubblica Mario Spagnuolo. Gli elementi raccolti dai militari hanno permesso di accertare che i rifugiati, principalmente senegalesi, nigeriani e somali, venivano prelevati da due Centri di accoglienza straordinaria di Camigliatello Silano e portati a lavorare in campi di patate e fragole dell’altopiano della Sila cosentina o impiegati come pastori per badare agli animali da pascolo.

Una decina di loro vivevano addirittura in una casa dell’azienda agricola pur risultando ancora ospiti del Cas in modo tale da far percepire ai gestori del centro di accoglienza i contributi previsti dalla prefettura.

I Centri di accoglienza erano stati trasformati in vere e proprie agenzie di caporalato. Il presidente e due responsabili della gestione del Cas “Santa Lucia” di Spezzano Piccolo, intascavano dallo Stato i 35 euro a persona come rimborso per le spese di mantenimento dei migranti, ma in realtà avevano il compito di «cedere» i migranti alle aziende agricole che li sfruttavano.

«Questa è la prima indagine che applica la nuova legge sul caporalato», ha detto il procuratore di Cosenza, Mario Spagnuolo, nel corso della conferenza stampa relativa all’operazione “Accoglienza”. «Funzionava così – ha detto il magistrato – una telefonata, mi servono tre persone per domani e il caporale le metteva sul camioncino e gliele portava. Le persone erano migranti che andavano a lavorare, sfruttati, dormendo e mangiando in condizioni disagiate – ha aggiunto il procuratore – e il responsabile del centro i 35 euro che prendeva per ognuno se li metteva tutti in tasca. Il dato è che c’è un sistema di controlli che consente a chi gestisce questi centri di accoglienza di fare ciò che vogliono mentre viene messa sotto i piedi la dignità delle persone, l’uguaglianza e il principio di solidarietà».

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