Locride (Rc): 28 scarcerazioni per l’operazione “Mandamento Jonico”

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In ventotto hanno già lasciato le carceri dove erano reclusi dallo scorso martedì, il giorno della maxi operazione “Mandamento”, l’ultimo colpo dello Stato alle cosche di ’ndrangheta della Locride e del litorale Jonico reggino. Una miriade le decisioni dell’Ufficio Gip di Reggio – che hanno valutato la posizione delle 116 persone destinatarie di un provvedimento di fermo che complessivamente rispondevano di ben 140 capi di imputazione – a tal punto da rendere una corsa ad ostacoli la definizione esatta, e completa, dei destinatari di una misura cautelare in carcere, di una misura attenuata (a partire da chi ha beneficiato della decisione degli arresti domiciliari che sarebbero stati concessi a una decina di persone), e chi invece è stato rimesso in libertà per mancanza di gravi indizi di colpevolezza o per insussistenza del quadro indiziario. Hanno riacquistato la libertà: Maurizio Camera, Michele Carbone,Giuseppe Longo, Bruno Nirta, Tonino Scipione, Andrea Floccari, Paolo Romeo, Salvatore Romeo, Nadia Maji, Roberto Aguì,Giuseppe Carbone, Pasquale Perri, Pietro Callipari, Salvatore Giugno, Natale Ietto, Giuseppe Marvelli, Paolo Marvelli,Giovanni Sergi, Mario Gaetano Tavernesi, Rocco Domenico Zito,Vincenzo Luciano, Antonio Leonardo Romeo, Leonardo della Villa, Tommaso Miceli,Giuseppe Lia,Giovanni Cuzzilla, Salvatore Vadalà, Santo Aligi. Qualche crepa, quindi, nell’impianto accusatorio ma complessivamente ha retto alla valutazione dei Gip il quadro generale dell’accusa, sostenuto dal procuratore di Reggio, Federico Cafiero de Raho, che ha coordinato il lavoro dei tre sostituti della Direzione distrettuale antimaza, Antonio De Bernardo, Francesco Tedesco e Simona Ferraiuolo, dei Carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Reggio. Le accuse, seppure con diversi prozli di responsabilità, variano dall’associazione mafiosa, estorsione, porto e detenzione illegale di armi da fuoco, turbativa d’asta, illecita concorrenza con violenza e minaccia, fittizia intestazione di beni, riciclaggio, truffa e truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche e numerosi altri delitti collegati, tutti aggravati dalla finalità di agevolare l’organizzazione mafiosa denominata ‘ndrangheta. Nel mirino degli inquirenti 23 “locali” di ’ndrangheta (Locri, Roghudi, Condofuri, San Lorenzo, Bova, Melito Porto Salvo, Palizzi, San Luca, Bovalino, Africo, Ferruzzano, Bianco, Ardore, Platì, Cirella di Platì, Careri, Natile di Careri, Portigliola, Sant’Ilario, Reggio) monitorati e rivoltati come un calzino incrociando una dozzina di indagini parallele. Tra gli indagati clan di primo piano nelle gerarchie criminali della provincia di Reggio. A San Luca innanzitutto, dove si conferma centrale il ruolo ricoperto dai Pelle “Gambazza”, con gli inquirenti che ribadiscono la posizione di leader a Giuseppe Pelle, mentre la cosca omonima resiste non solo come riferimento apicale del mandamento “Jonico”, ma della cupola provinciale «in relazione a problematiche associative (Pelle Giuseppe viene consultato ed assume le decisioni finali in relazione a molteplici questioni riguardanti la concessione di doti e cariche in tutta la “Provincia”, ovvero riguardanti dissidi interni anche a singole locali), sia in relazione a singole attività estorsive o comunque di infiltrazione nei pubblici appalti (quale diretto interessato e/o garante degli equilibri spartitori di tipo ‘ndranghetistico tra le varie famiglie)». C’è anche la parola della famiglia Pelle, hanno spiegato in conferenza stampa gli inquirenti, nella definizione di una “tregua armata” tra i Cataldo e i Cordi, protagonisti della guerra intestina che ha insanguinato Locri sul finire degli anni ‘60 e spenta pochi anni fa, quando il vertice provinciale decise la chiusura del “locale”. In libertà il politico Rocco Zito L’ex assessore Rocco Domenico Zito è stato rimesso in libertà. Lo ha deciso il gip di Locri che all’esito dell’udienza di convalida del fermo “Mandamento”, ha accolto la richiesta degli avvocati Antonio Mazzone e Giovanni Pedullà. Nell’inchiesta della Dda reggina, in particolare, la cosiddetta “locale di Careri” avrebbe avuto quale “uomo politico di riferimento” Zito, assessore nella ex Giunta Pipicella tra il maggio 2007 e il giugno 2011. A Rocco D. Zito viene anche contestato, in concorso con altri fermati, il reato di truffa e falso nella qualità di direttore dei lavori, in relazione ad attestazioni di presenza nei cantieri del Consorzio di bonifica Alto Jonio Reggino.(r.m.) – gazzettadelsud.it

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