4 Dicembre 2020

L’atto intimidatorio compiuto ai danni della ditta Federico del febbraio 2016, che ha distrutto una decina di autobus, avrebbe “surriscaldato” anche il clima delle consorterie di Locri tanto da mettere a rischio la raggiunta “pax mafiosa”. Il dato emerge in un’annotazione di servizio redatta da personale in servizio presso il Nucleo Informativo del Gruppo Carabinieri di Locri, inserito negli atti delle indagini “Mandamento Jonico”. A seguito dell’incendio dei mezzi delle Autolinee Federico, che si trovavano nel deposito locrese di contrada Riposo, un componente della famiglia Cataldo, che rivestiva un ruolo apicale, avrebbe chiesto un incontro con il capo della consorteria Cordì. Incontro che, secondo quando riferito agli investigatori da una fonte «già vagliata nella sua attendibilità», sarebbe avvenuto il 6 febbraio 2016 proprio tra un Cataldo e un rappresentante della famiglia Cordì. Il breve dialogo si sarebbe articolato così. Cataldo avrebbe detto : «… forse a qualcuno dei vostri ragazzi gli è venuto in mente di fare qualche scherzo un po’ pesante nella mia zona…». E il Cordì avrebbe risposto : «… io non lo so. E anche quando fossero stati i nostri ragazzi… dove sta il problema?!?… ». Di seguito Cataldo avrebbe sottolineato al proprio interlocutore : «… guardate, già vi siete presi il S… e non ho mosso un dito, adesso avete combinato questa bella cosa …, guardate che se continuate così ci arrestano di nuovo a tutti! State facendo in modo di annullarmi perché sarò il primo io ad andare in carcere… Sappiate che quando avete fatto la pace con (…) io ero ancora in galera e sto mantenendo fede alla parola data da lui… ma… se continuate… non so… cosa posso fare». Per tutta risposta Cordì avrebbe detto: «…noi sappiamo quello che facciamo e non dobbiamo chiedere permesso a nessuno ! .. comunque glielo dico a mio zio (…) ». In quel particolare momento di tensione tra le famiglie più importanti della ’ndrangheta di Locri si sarebbe registrato anche il tentativo di altre ’ndrine di rivendicare un “posto al sole” negli affari illeciti nella città di Zaleuco. In parecchie annotazioni di servizio, redatte dal Nucleo Informativo dell’Arma, sarebbe emerso che un rappresentante della famiglia Ursino si sarebbe recato dal presunto capo del “clan Cataldo” «per informalo che sarebbe sua intenzione “gestire” personalmente il racket delle estorsioni nella zona nord di Locri». Tale pretesa sarebbe derivata dal fatto che l’Ursino ne avrebbe maturato il diritto per aver scontato tanto tempo in carcere tenendo la «bocca chiusa». In un’altra occasione, che sarebbe avvenuta nel corso di un funerale l’Ursino insieme ad un altro soggetto di un’altra ’ndrina, avrebbero avvicinato un esponente dei Cataldo «per ribadire ancora una volta» di volere avere la loro «parte di territorio, onde poter gestire in autonomia le estorsioni e l’usura».

Rocco Muscari www.gazzettadelsud.it

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