5 Dicembre 2020

“La cosca Paviglianiti, quale articolazione inserita nel quadro unitario della ‘ndrangheta, la cui persistente operatività inquina, violenta e devasta (da decenni) la società civile ed imprime con la forza e con la prepotenza un regresso socio-culturale nel territorio di pertinenza, facendolo arretrare ad epoche più antiche di quelle medioevali”. Sono parole durissime quelle scritte dal gup distrettuale Filippo Aragona nelle oltre 250 pagine delle motivazioni della sentenza scaturita dal processo, svoltosi con rito abbreviato, “Ultima Spiaggia”.

L’inchiesta, condotta dai Carabinieri reggini e dai pm antimafia Antonella Crisafulli e Antonio De Bernardo, ha visto seppellire il 30 novembre scorso presunti boss e gregari della cosca Paviglianiti, attiva a San Lorenzo e Bagaladi, da oltre 550 anni di carcere. Raramente si sono registrate in abbreviato, negli ultimi anni, condanne così “importanti”, sintomo che il gup Filippo Aragona ha sposato in pieno l’impianto accusatorio dei pm reggini nonché gli elementi investigativi raccolti dall’Arma dei Carabinieri. Vertici e affiliati alla ‘ndrina ne sono usciti devastasti. Le condanne oscillano infatti, dai 20 anni ai 2 anni e 4 mesi di carcere. Solo sei sono state le assoluzioni, di cui 3 già invocate dall’Antimafia. 20 anni di reclusione sono stati inflitti al boss Settimo Paviglianiti, Luca Cannizaro, Giovanni Iacopino, Angelo Falco e Domenico Favasuli.

 

Sono stati assolti invece, Adriano Valentino Ferrara, Carmela Scaramozzino, Bruno Staiti, Domenico Favusuli, classe 1990, Sonia Paviglianiti e Giovanna Paviglianiti. Adesso il gup Aragona ha depositato le motivazioni della sentenza. “Può innanzitutto essere affermato con certezza- scrive il gup distretttuale- che la cosca mafiosa Paviglianiti è una componente importante della ‘ndrangheta ed è operativa nel territorio di San Lorenzo e in altre parti del territorio nazionale, con una specifica predilezione per i traffici di stupefacenti e per l’acquisizione illecita di appalti pubblici. Ciò è dimostrato ampiamente dalle citate sentenze emesse nei procedimenti Nuovo Potere, Ada e Sim Card, nonché dalle dichiarazioni, tutte convergenti, dei collaboratori Ambrogio, Cuzzola e Lauro”.

L’inchiesta “Ultima Spiaggia” è scattata nel dicembre del 2014;il blitz, messo a segno dai Carabinieri del comando provinciale reggino, fece finire, chi in carcere, chi ai domiciliari, chi sul registro degli indagati, una sessantina di persone accusate a vario titolo di associazione di tipo mafioso, concorso in illecita concorrenza con minaccia o violenza, truffa aggravata ai danni dello Stato e concorso in detenzione e porto illegale in luogo pubblico di armi comuni da sparo, aggravati dall’aver favorito un sodalizio di tipo mafioso. Nel corso dell’attività investigativa «è stato accertato – sostengono gli inquirenti – come il comprensorio dei comuni di San Lorenzo e Bagaladi fosse interamente sotto il controllo della cosca Paviglianiti, consolidata e importante organizzazione criminale della fascia ionica della provincia reggina, della quale è stato ricostruito l’intero organigramma con l’individuazione dei ruoli dei singoli affiliati».

Tra le persone arrestate figurava anche il capo ufficio tecnico del Comune di San Lorenzo ed altri due dipendenti dell’Ente. I tre, secondo l’accusa, avrebbero agevolato l’associazione mafiosa con una serie di omissioni soprattutto nel rilascio di licenze nel settore commerciale. Il Comune di San Lorenzo è stato commissariato nel luglio 2013, dopo le dimissioni del sindaco e alle elezioni comunali successive non furono presentate liste di candidati. L’inchiesta dei Carabinieri però, si riferisce ad un periodo antecedente allo scioglimento. L’imputato Carmelo Borrello, condannato a 12 anni di carcere, ricopriva- all’epoca dei fatti contestati- il ruolo di Istruttore Direttivo Tecnico del Comune di San Lorenzo, mentre Rocco Giovanni Maesano, a cui sono stati comminati 14 anni di detenzione, era il responsabile dell’area economica finanziaria dei comuni di San Lorenzo e Bagaladi. Nell’indagine la Dda sequestrò uno degli stabilimenti balneari più noti della zona, il lido “La Cubana”, centro della movida dell’area grecanica, totalmente abusivo e ricettacolo degli interessi criminali della cosca Paviglianiti. Anche se formalmente intestato a Luca Cannizzaro, la struttura era di proprietà del presunto boss Settimo Paviglianiti.

“È certo- scrive il gup Aragona in sentenza- che Paviglianiti Settimo fosse il dominus del Lido e che Cannizzaro Luca ne fosse solo l’intestatario formale e fittizio. Ciò si ricava da plurimi elementi gravi e precisi , i quali sono convergenti verso un’unica direzione, ossia quella della intestazione fittizia del Lido per mascherare la titolarità effettiva di Paviglianiti Settimo e per evitare che il bene potesse essere oggetto di misure di prevenzione. Il fatto che i fornitori si rivolgessero solo al Paviglianiti nonostante il Cannizzaro fosse il titolare formale del Lido, le cautele suggerite dall’ avvocato per evitare che emergesse la figura di Paviglianiti Settimo, la provenienza di un parte delle somme per realizzare la struttura da attività commerciali o da attività illecite dei Paviglianiti, la conversazione tra Paviglianiti Settimo e la moglie su Cannizzaro Luca, le direttive di Paviglianiti Settimo ai dipendenti, le ultime due conversazioni ambientali appena riportate, dimostrano senza dubbio che il reale dominus del bene fosse Paviglianiti Settimo”. Ed è proprio la struttura del lido “La Cubana” ad aver “inguaiato” il professionista- si fa per dire- Carmelo Borrello.

“Anche Borrello Carmelo, come Maesano Rocco Giovannni e lacopino Carmelo, scrive a chiare lettere il gip- è un concorrente esterno nell’associazione mafiosa dei Paviglianiti, in quanto anch’egli faceva parte di quel nucleo di persone inserite nella pubblica amministrazione e nel mondo delle imprese senza le quali il gruppo mafioso non avrebbe avuto la possibilità di monopolizzare i settori delle opere pubbliche e del commercio. Borrello Carmelo, in particolare, è colui che ha consentito l’apertura del Lido La Cubana (frutto di denaro proveniente dalla cosca e luogo di incontro tra sodali, intestato formalmente a Cannizzaro Luca Bruno ma di fatto riconducibile a Paviglianiti Settimo) commettendo e agevolando una serie infinita di illeciti penali e amministrativi rilevati nella consulenza tecnica del pm. La fase di avvio dello stabilimento balneare avviene grazie all’opera di alcuni professionisti che svolgono anche funzioni pubbliche in quanto dipendenti comunali. Tra questi vi è proprio il Borrello, il quale, da un lato, è il progettista del Lido quale architetto libero professionista (ancorché formalmente il progetto sia stato firmato dall’architetto Romeo), dall’altro lato, egli è il funzionario comunale che, dopo una serie di sopralluoghi, contribuisce all’approvazione del progetto che egli stesso aveva redatto (già basterebbe solo questo per affermare la totale messa a disposizione del Borrelllo verso gli interessi della cosca), chiosa il giudice(…). Il fatto che Borrello svolgesse la duplice funzione di professionista privato e impiegato comunale a disposizione della cosca, si ricava anche da quanto è accaduto in occasione di un controllo al cantiere per la realizzazione del Lido, quando Cannizzaro, non avendo reperito il progettista formale dell’opera, ha chiesto a Borrello di recarsi sul posto (…) Questo dato è veramente emblematico della capacità della cosca di controllare l’ente comunale, in quanto il Cannizzaro ha convocato un impiegato comunale sul posto in quanto non aveva rintracciato il progettista formale dell’opera, facendo dunque trapelare, da un lato, la fungibilità tra Borrello e Romeo, dall’altro lato, la totale messa a disposizione del Borrello rispetto alla cosca. Il prosieguo della vicenda è caratterizzato da una serie di illeciti, omissioni, conflitti di interessi, che confermano ulteriormente il controllo degli uffici comunali da parte della cosca mafiosa. Dopo l’avvio dell’iter amministrativo per il rilascio delle licenze per il Lido, a maggio e giugno sono stati effettuati alcuni controlli.
Un primo sopralluogo risale al giorno 11 maggio 2010, quando viene rilevata la presenza di blocchi di cemento sul litorale previo scavo del litorale stesso Si tratta di blocchi di cemento nascosti sotto l’arenile per proteggere la struttura ma in realtà sono abusivi perché non autorizzati da alcun atto amministrativo. Poi il 29 maggio 2010 la Delegazione delle spiagge e i Carabinieri di Melito effettuano un altro sopralluogo in cui è rilevata la presenza di gettate di calcestruzzo (tre queste platee di conglomerato cementizio destinate ad ospitare cabine spogliatoio, un ‘area verde, un deposito, un locale pronto soccorso e la reception) e di un cordolo di calcestruzzo che delimita l’area dello stabilimento balneare. Il 31 maggio 2010 è stato effettuato un ulteriore sopralluogo da parte della Delegazione di spiaggia e della Stazione dei Carabinieri di Melito, al quale prendono parte anche l’ingegnere Marcantonio Sergi, responsabile dell’ufficio tecnico del Comune di San Lorenzo, e l’architetto Carmelo Borrello, in qualità di istruttore direttivo dell’ufficio tecnico del Comune di San Lorenzo. Dall’elaborato del consulente del Pm, si evince che gli stessi titoli autorizzativi erano illegittimi o mancanti. In particolare era totalmente assente il nulla osta paesaggistico. Il Consulente ha rilevato, in particolare, l’illegittimità del permesso di costruire e della concessione demaniale marittima perché rilasciati prima che venisse concesso il nulla osta paesaggistico. Inoltre, nel permesso di costruire e nella concessione demaniale marittima si dà atto falsamente dell’esistenza di tale nulla osta (il quale viene indicato con numero di protocollo riferito ad altri provvedimenti). L’autorizzazione paesaggistica viene rilasciata il 21 giugno 2010, a dimostrazione del fatto che al momento del rilascio del permesso di costruire e della concessione demaniale marittima essa ancora non era stata concessa. Questi atti illegittimi sono stati firmati dai pubblici funzionari Sergi Marcantonio e Mercuri Giuseppe. Sergi Marcantonio era colui di cui parlava Angelo Paviglianiti quando aveva detto che non aveva voluto dal primo i soldi per l’olio in quanto aveva ricevuto molti favori da lui , mentre Mercuri Giuseppe era colui che era stato incaricato dal Borrello per fare dei rilievi sul cantiere del Lido prima che venisse avviato l’iter per il rilascio del permesso di costruire. Questi stessi soggetti firmano questi atti così palesemente illegittimi in favore di Cannizzaro Luca Bruno e Paviglianiti Settimo soltanto per anticipare di qualche mese l’inizio della attività del Lido La Cubana (se avessero atteso il nulla osta paesaggistico l’apertura del Lido sarebbe avvenuta probabilmente a stagione estiva avanzata)”.

I Paviglianiti volevano apertura della “Cubana” e i funzionari, stando alla sentenza, si sono messi subito a disposizioni, pur essendo tutto illecito e abusivo.

“Per Borrello Carmelo- continua il gup Aragona”- vi sono dunque tutti gli elementi necessari per poter affermare, al di là di ogni ragionevole dubbio, la sua responsabilità per il reato di concorso esterno nell’associazione mafiosa, in quanto egli ha posto in essere una serie di condotte che inequivocabilmente sono sintomatiche della sua messa a totale disposizione della cosca. Egli è infatti colui che, per favorire l’apertura del Lido la Cubana, riconducibile a Settimo Paviglianiti, ha ricoperto il doppio ruolo di progettista dell’opera e di funzionario del comune che ha assentito il suo stesso progetto. Egli, inoltre, ha concorso nel rilascio di un permesso di costruire e di una concessione demaniale palesemente illegittimi, nonché ha contribuito ad evitare che i controlli sul bene determinassero il sequestro del Lido (poco importa se egli ricoprisse la qualifica di responsabile dell’ufficio tecnico del comune, come sostenuto dal pm, oppure di ausiliario del responsabile dell’ufficio tecnico, come sostenuto dalla difesa, in quanto egli ha comunque contribuito ad evitare i controlli sul Lido mediante la redazione di atti falsi attestando che determinate opere fossero di facile rimozione mentre invece non lo erano affatto. Sul punto si condivide la consulenza del PM e non quella della difesa, in quanto, come si è visto sopra, le predette opere erano di difficilissima amovibilità). Il fatto che maggiormente ha rivelato il suo completo asservimento rispetto agli interessi della cosca è stato quello della sua convocazione da parte del Cannizzaro mentre erano in corso dei controlli sul Lido, nonché il suo avvertimento al Cannizzaro di non far nulla se non fosse arrivato prima lui. L’asservimento del Borrello si ricava anche dalla conversazione sopra menzionata tra Ambrogio e Malaspina, da cui emerge che il Borrello era stato fatto assumere al comune grazie ai Paviglianiti e che in cambio egli elargiva favori a questi ultimi. Le condotte del Borrello dunque sono quelle tipiche del concorrente esterno nell’associazione mafiosa conclude gup, in quanto esse sono consistite in una serie costante di attività illecite che hanno consentito alla cosca di espandere le proprie attività economiche e dunque di rafforzarsi, secondo lo schema consueto del do ut des (Borrello è stato fatto assumere al comune dai Paviglianiti e in cambio si è messo a disposizione di questi ultimi)”.

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