Processo al clan Iamonte, chieste 12 condanne

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Il pm Di Bernardo invoca pene di 10 e 12 anni anche per gli ex sindaci di Melito Costantino e Iaria. Tredici le istanze di non luogo a procedere per prescrizione

Tredici richieste di non luogo a procedere per intervenuta prescrizione e 12 condanne, inclusa quella dei politici che prima dello scioglimento per mafia si sono avvicendati alla guida di Melito, Gesualdo Costantino e Giuseppe Iaria, entrambi in orbita Pd. Sono queste le richieste avanzate dal pm Antonio De Bernardo nel corso della sua requisitoria nel procedimento Ada, scaturito dall’inchiesta che ha colpito duramente il clan Iamonte, storico casato di ‘ndrangheta che a Melito Porto Salvo controllava tutto: dalla politica al traffico di droga, dagli appalti pubblici alla gestione delle attività ludiche e sociali.

LOCALE CERNIERA, PAESE OSTAGGIO Un paese relativamente piccolo, ma esponenzialmente importante a livello criminale. Incastrato fra la periferia sud di Reggio Calabria e la grande provincia jonica, negli anni – hanno svelato le indagini – Melito è stato un fondamentale locale cerniera fra il mandamento centro e quello jonico, fra le istanze e le pretese della città e quelle della provincia. E i Iamonte ne sono sempre stati i padroni. Sono stati loro – ha svelato l’inchiesta – a decidere l’esito di diversi appuntamenti elettorali, scegliendo ancor prima della cittadinanza chi avrebbe amministrato il paese. Anche per questo sono durissime le condanne chieste per burocrati, politici e imprenditori finiti al centro dell’inchiesta.

LE RICHIESTE Dieci anni sono stati chiesti per l’ex sindaco Gesualdo Costantino, 12 per il suo predecessore e poi vicesindaco Giuseppe Iaria, 10 per l’impiegato dell’Ufficio tecnico del Comune Domenico Giuseppe Imbalzano, 6 per l’imprenditore Antonio Crea, presidente del consiglio di amministrazione e preposto alla gestione tecnica della cooperativa sociale a responsabilità limitata Iside e reale dominus della cooperativa sociale a responsabilità limitata Horus, come per Francesco e Demetrio Caracciolo rispettivamente socio accomandante e socio accomandatario della De. Fra. Car Impianti. Dodici anni di carcere sono stati invocati poi per Carmelo Nicola AlampiBruno LigatoMassimiliano PirilloNatale e Vincenzo Tripodi, mentre è di 6 anni la pena chiesta per Francesco Morabito.

NON LUOGO A PROCEDERE La pubblica accusa infine non ha potuto far altro che chiedere il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione per Antonia Caracciolo, Giuseppe Caracciolo, Giuseppe Cento, Paolo Ferrara, Francesco Giordano, Francesco Gullì, Antonino Nucera, Giovanni Paviglianiti, Giovanni Pugliese, Carmelo Ravenda, Donato Stelitano, Luigi Stelitano e Demetrio Vercelli. A tutti quanti erano a vario titolo contestati reati relativi al possesso di armi, per i quali è caduta l’aggravante mafiosa all’esito di un ricorso delle difese, o di droghe leggere, “alleggerito” dalla recente sentenza della Corte Costituzionale.

L’INCHIESTA Secondo quanto emerso dall’inchiesta, i Iamonte, col supporto di imprenditori, alcuni dei quali ritenuti direttamente affiliati alla cosca, e con la «pesante e grave connivenza» degli amministratori locali, hanno «condizionato il regolare svolgimento delle gare d’appalto bandite dai comuni del basso Ionio». Ma a Melito il clan ha monopolizzato le attività imprenditoriali nel settore edilizio, sia pubblico che privato, attraverso il controllo di imprese locali e, «più in generale – si leggeva nell’ordinanza – sarebbe riuscito a condizionare tutte le attività produttive, subordinando al proprio consenso l`inizio di qualunque attività economica». Non aveva neanche bisogno di minacciare danneggiamenti o ritorsioni. Al contrario erano gli stessi imprenditori a rivolgersi ai boss o ai loro proconsoli perché “più conveniente”. Del resto, grazie al capillare controllo della macchina amministrativa, con il benestare dei Iamonte non c’erano problemi burocratici, le autorizzazioni arrivavano in giornata, ogni certificato era «regolare» e autorizzato, non c’era allaccio – luce, acqua, gas – che non fosse in regola. Almeno sulla carta.

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