4 Dicembre 2020

Il Riesame conferma che le cosche calabresi parteciparono alla strategia della tensione. Ecco le motivazioni con cui i giudici hanno deciso di far restare in carcere Rocco Filippone, ritenuto uno dei mandanti degli omicidi dei carabinieri Fava e Garofalo. Regge l’inchiesta che potrebbe riscrivere un pezzo di storia d’Italia

Non importa che sia anziano, non importa che sia passato molto tempo dai reati che gli vengono contestati. Rocco Filippone deve rimanere in carcere perché contro di lui c’è «un solido e grave quadro indiziario», ma soprattutto si tratta di un soggetto che «si è dimostrato disponibile ad appoggiare la strategia stragista ideata, organizzata e perseguita da Cosa Nostra al fine di  indebolire lo Stato, creandovi un clima di terrore, e a costringere le istituzioni a giungere a compromessi sulle questioni di maggiore interesse dell’organizzazione criminale (si pensi alla legislazione sui collaboratori di giustizia e alla normativa relativa all’art. 41 bis OP)».

PROVVEDIMENTO STORICO Così ha deciso il Tribunale del Riesame, confermando l’ordinanza di custodia cautelare emessa a carico del Rocco Filippone. Espressione dell’omonimo clan, storica costola dei Piromalli, il boss è stato arrestato nel luglio scorso su richiesta del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo perché ritenuto «uno dei mandanti» degli attentati che a Reggio Calabria, tra il dicembre del ’93 e il febbraio del ’94 hanno colpito tre diverse pattuglie dei carabinieri e sono costati la vita ai carabinieri Fava e Garofalo. Per la Dda, si tratta di una conferma importante. E non solo in relazione alla posizione processuale di Filippone, che insieme al boss di Brancaccio, Giuseppe Graviano, il prossimo 30 ottobre dovrà presentarsi di fronte ai giudici per l’inizio del processo a suo carico. La decisione del Tdl è l’ennesima conferma rotonda dell’impianto investigativo di un’inchiesta che riscrive un pezzo di storia d’Italia.

LA FIRMA DELLA ‘NDRANGHETA In maniera chiara, logica e cristallina dall’indagine “’Ndrangheta stragista” emerge un dato: gli “attentati continentali” degli anni Novanta non sono opera solo di Cosa Nostra. Anche i clan calabresi hanno partecipato alla strategia della tensione messa in atto per piegare la Repubblica, imporre una classe politica prona e strappare concessioni. Un piano raffinato, da attuare in più fasi, e firmato da una “squadra” eversiva. Dietro il sangue versato a Milano, Firenze, Roma e Reggio Calabria, c’era un gruppo composito, formato dai vertici delle mafie storiche, come da elementi dell’intelligence e della massoneria gelliana, uniti nel comune proposito di non perdere il potere negli anni acquisito e disposti a tutto pur di governare il cambiamento strutturale in atto in quegli anni, in Italia e in Europa. Ed è questo il quadro in cui si collocano – e si spiegano – i tre agguati contro i carabinieri.

DELITTI DA COPIONE Per i giudici, quei delitti «nella loro apparente incomprensibilità, come si vedrà, avevano dei tratti comuni, presentavano delle simmetrie tali, da indurre gli inquirenti a ritenere, ragionevolmente, che i loro autori non agissero a caso o per sanguinaria imperizia, ma, piuttosto, seguissero un preciso e ben studiato copione». Solo grazie alla «straordinaria opera di depistaggio, coperta e mascherata da pseudo-collaborazione con la Giustizia», messa in atto da Giuseppe Calabrò  (uno dei due esecutori materiali, condannato in via definitiva) è stato possibile – si legge nel provvedimento – occultare la reale matrice di quei delitti. Una matrice – ha svelato l’inchiesta “’Ndrangheta stragista” e hanno confermato il gip e il Riesame – chiaramente eversiva.

STRATEGIA EVERSIVA  COMUNE A provarlo sono i nuovi elementi messi insieme dagli inquirenti. Dati emersi in precedenti procedimenti, in passato non valorizzati o dispersi, vecchie e nuove dichiarazioni di collaboratori di giustizia, ma soprattutto i goffi tentativi di occultamento della verità e i depistaggi registrati dagli inquirenti mentre stringevano il cerchio attorno a Filippone e Graviano, compongono oggi un quadro chiaro e coerente, che ad oltre vent’anni di distanza permette di spiegare quei tre mesi di attacchi feroci e insensati ai carabinieri, ma soprattutto la strategia delle mafie (e non solo) in quel momento storico. Quei delitti – spiega il collegio – « non vanno letti ciascuno in maniera singola e isolata, ma vanno piuttosto inseriti in un contesto di più ampio respiro e di carattere nazionale e nell’ambito di un progetto criminale, la cui ideazione e realizzazione è maturata non all’interno delle cosche di ‘ndrangheta, ma si è sviluppata attraverso la sinergia, la collaborazione e l’intesa di organizzazioni criminali, che avevano come obiettivo l’attuazione di un piano di destabilizzazione del Paese anche con modalità terroristiche».

«QUESTO È TERRORISMO» Quei tre agguati – che secondo i piani avrebbero dovuto aprire la strada ad un devastante attentato all’Olimpico, poi fallito – non erano opera di balordi, non sono serviti per proteggere il trasporto di un inesistente carico di armi come in passato asserito da Calabrò, tanto meno erano diretti ad investigatori che avessero dato particolarmente fastidio a questo o quel clan. L’obiettivo era l’istituzione. «Sia l’opinione pubblica, sia la classe dirigente del paese, sia gli appartenenti all’Arma – spiegano i giudici – dovevano intendere che il solo fatto di indossare una divisa rappresentava un rischio che trasformava il militare in un bersaglio. Ed è qui, proprio qui, attraversando questa linea di confine, che si passa dalla logica criminale a quella terroristica». Una strategia di sangue necessaria alle mafie per non farsi travolgere dal crollo dei vecchi sistemi di potere che ha segnato gli anni Novanta. «Si stava attraversando un periodo di grandi cambiamenti a livello nazionale (ma anche internazionale) di natura storica e politica, in cui tutte le organizzazioni criminali, dopo il tramonto della c.d. “prima Repubblica” – osservano i giudici – intendevano continuare a mantenere l’influenza sulla classe politica proiettandosi su quella emergente nella nuova fase storica che si stava delineando».

CROLLA IL MURO, CROLLA IL BARATTO Mentre in Europa crollava il muro di Berlino, rendendo obsoleto il capillare sistema internazionale di intelligence strutturato nel blocco Ovest fin dal secondo dopoguerra, in Italia il sistema della “democrazia bloccata”, monopolizzato da Psi e Dc, crollava sotto i colpi di Tangentopoli. E alle mafie, che fin dal dopoguerra sono state utilizzate per consolidare il potere del blocco anticomunista – dicono i giudici – si impone la risoluzione di un problema. «Le grandi organizzazioni criminali intendevano impedire che il superamento della “prima Repubblica” e, quindi, della contrapposizione fra partiti legati al blocco occidentale da una parte e i partiti d’ispirazione comunista dall’altra (contrapposizione che aveva generato, per l’appunto, una democrazia bloccata che sembrava oramai al tramonto) potesse anche travolgere (come in effetti stava travolgendo) quel sistema che, fino alla fine degli anni 80′ (e cioè, appunto, fino alla fine della cd guerra fredda) aveva, di fatto, assicurato, in Italia, potere ed impunità sostanziale alle grandi organizzazioni mafiose, che, a loro volta, erano state determinanti nel garantire, almeno in larga parte dell’Italia meridionale, la stabilità dell’egemonia del blocco politico non comunista». Crollato “il pericolo rosso”, il baratto fra mafie e quella classe politica non avrebbe più avuto ragione di esistere. D’altra parte, quegli stessi referenti politici non erano più in grado di garantire per nessuno. Né per i clan, né per se stessi.

L’ONDA LUNGA DI TANGENTOPOLI Sotto i colpi di Tangentopoli, dopo oltre 40 anni di egemonia politica, negli anni Novanta sono crollati prima la Dc e poi il Psi. Si tratta di un «caso assolutamente anomalo nell’intero panorama politico occidentale» che ha determinato «uno scompaginamento della mappa del potere politico, unica nell’intero panorama europeo. Come se in Francia fossero all’improvviso scomparsi i gollisti, in Germania la CDU o in Inghilterra i conservatori». Per questo, mettono nero su bianco i giudici, «la preoccupazione per le mafie era concreta, viva, incalzante. Tutto poteva sfuggire dalle mani e tutto poteva perdersi. Specie Cosa Nostra era preoccupata, tanto che, in perfetta sintonia con i neri presagi che provenivano dal disgregarsi di un quadro politico che fino ad allora l’aveva fatta sentire garantita, vedeva procedere speditamente, verso pesantissime condanne definitive, il maxi-processo di Palermo. Bisognava intervenire. Questo l’innesco del terrorismo mafioso».

UN’OPA DI POTERE In sintesi, argomenta il Collegio, «tutte le mafie intendevano porre (o meglio, mantenere) una salda ipoteca (anche) nella nuova fase storica che si era aperta dopo il 1989/90, con il superamento della c.d. guerra fredda e, quindi, dei cd “blocchi contrapposti” (interni ed internazionali). Ciò che interessava a tutte le mafie era mantenere – anche se attraverso interpreti nuovi ( e cioè nuovi interlocutori politici) e strategie diverse ( segnatamente, anche quella terroristica) – il comodissimo (per loro) status quo che si era consolidato in circa 40 anni di storia repubblicana».

TRA P2 E SERVIZI Ma le mafie non erano solo nel voler condizionare la naturale evoluzione della democrazia italiana. Del sistema di potere tessuto sulla paura dello spauracchio comunista altre forze avevano beneficiato. Anche settori dell’intelligence «sentivano di avere perso la loro mission e con essa gli enormi spazi di manovra – talora illegali, come emerso da numerosi procedimenti penali – che la stessa gli garantiva. Così come per Cosa Nostra il procedere del maxi processo verso le condanne definitive era stato il preoccupante annuncio dell’inizio di un declino inarrestabile, così, per alcuni settori di tali apparati, lo smantellamento di Gladio (autunno 1990) era stato, per alcuni esponenti degli apparati di sicurezza e i loro sodali – ma sarebbe meglio parlare dei manovratori di costoro (vedremo come si giungerà ad individuare in non identificati appartenenti della 7ma Divisione del Sismi e nel residuo, ma pervicace, piduismo gelliano il nucleo di tali forze), il segnale di un intollerabile ridimensionamento del proprio potere».

LA SQUADRA GATTOPARDO Traduzione: mafie, pezzi di servizi, esponenti della destra eversiva con cui si sono mischiati e massoneria «sembravano accomunati in quegli anni – affermano i giudici – ad uno stesso destino: i nuovi equilibri geo-politici stavano mutando i meccanismi di un sistema in cui erano prosperate. La loro sopravvivenza era quindi legata alla necessità di impedire che quei cambiamenti travolgessero quel sistema».Tutti pretendevano il mantenimento dello status «attraverso l’ennesima applicazione dell’eterno adagio gattopardesco, per cui si deve cambiare tutto affinché nulla cambi. Si dovevano rinnovare del tutto le rappresentanze politiche, affinché, quelle oramai logore della prima Repubblica, fossero sostituite da nuovi partiti e nuovi uomini che continuassero a garantire l’egemonia mafiosa nelle regioni meridionali».

REFERENTI Stragi e strategia della tensione servivano come acceleratore del ricambio, forze paramassoniche piduiste e destra eversiva lavoravano nel frattempo alla «finta-nuova classe politica etero-diretta, che aveva la precipua missione di garantire Ndrangheta, Cosa Nostra e le altre mafie». Una strategia perseguita in un primo momento attraverso il boom delle leghe regionali, quindi cambiata in corso d’opera, per far confluire tutti gli sforzi elettorali su un nuovo partito. Per più di un collaboratore si tratta di Forza Italia, la creatura di Silvio Berlusconi che proprio all’epoca si affacciava sullo scenario politico.

DEMOCRAZIA SOSPESA Sul punto, l’inchiesta “’Ndrangheta stragista” non dà risposte. Allo stesso modo, non pretende di aver identificato tutti i soggetti che abbiano ideato, concepito o partecipato alla strategia eversiva dell’ordinamento democratico tessuta negli anni Novanta. Ma fissa un punto fondamentale nella storia – non solo giudiziaria – del paese: in Italia ha agito una “squadra” eversiva, composta da uomini delle mafie, dei servizi, dell’area piduista della massoneria e della galassia della destra eversiva per decenni è riuscita ad imporre il proprio potere grazie a politici compiacenti, che hanno delegato a mafie e forze occulte l’amministrazione della propria personale concezione di “ordine pubblico”. In nome del “pericolo rosso”, la naturale evoluzione democratica del Paese è stata probabilmente sospesa. E quando lo spauracchio è venuto meno, quella squadra eversiva che nei decenni si è consolidata non ha accettato di crollare insieme alla classe politica che l’ha forgiata. Per questo ha versato sangue, messo bombe, firmato stragi, cancellato diritti pur di mantenere inalterato il proprio potere. Una squadra di cui anche la ‘ndrangheta ha fatto parte.

(FONTE CORRIERE DELLA CALABRIA)

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