«I burattinai di Reggio e il silenzio della società civile»

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Dopo l’inchiesta giornalistica “I mammasantissima” andata in onda su Rai3 il 25 settembre scorso nella nota trasmissione “PresaDiretta” condotta da Riccardo Iacona, in cui si è trattato il tema della lotta alla criminalità organizzata e di come si intreccino gli interessi della politica, della ‘ndrangheta e della massoneria, mi sarei aspettato da parte della società civile la prospettazione di una congrua ed approfondita riflessione, riguardo allo scenario devastante rappresentato in tv. Da chi preposto, altresì, politicamente e moralmente sarebbe dovuto promanare, senza indugio, un segnale di presenza, l’orgoglio di palesare un distinguo, un sincero ed onesto richiamo all’esistenza, anche, di una comunità onesta e laboriosa. Invece il silenzio più assoluto. Il silenzio non si può accettare, non si addice a questa circostanza, è ingombrante e sospetto, suona come complicità è l’accettazione della condanna irrimediabile senza appello. Mentre la città sprofonda ulteriormente nella confusione e si smarrisce sotto i colpi dell’ennesima esposizione al pubblico ludibrio nazionale, si sono tutti abilmente dileguati. Si fa finta che nulla sia successo. Ormai da decenni Reggio e la sua provincia viaggia su una frequenza incomprensibile dove tutto è plausibile, dove come in una nota canzone di Francesco Guccini non si distingue più il falso dal vero. Anche quel poco che l’immaginario collettivo percepiva e santificava come buono, si liquefa nel racconto storico-giudiziario per le rappresentate innaturali commistioni, per gli appoggi diretti o indiretti ricevuti dal malaffare. Tutto viene dipinto a tinte fosche, l’individuo perde i connotati di originalità distintiva assorbito in una massificante marmellata dove per la nota vicenda delle percentuali di appartenenti alla ‘ndrangheta, ciascuno di noi, per la famosa legge statistica del pollo, si può svegliare malavitoso senza saperlo. Benché assetati di verità, rischiamo di non capirci più nulla, di dubitare di tutto e tutti, laddove l’orientamento dell’opinione pubblica potrebbe fare la differenza. La metafora del “magnete” che distorce l’immagine del televisore, enunciata dal magistrato Giuseppe Lombardo, cogliendo nel segno è, infatti, una rasoiata per chi è cresciuto culturalmente cercando di custodire gelosamente il proprio senso critico. Appariamo tutti inermi, annichiliti, indifesi ed impossibilitati a dare un verso alla nostra vita privata e pubblica di fronte al manifestarsi di strategie palesi ed occulte esplicitate con violenza inaudita da poteri dediti al perseguimento di finalità criminali. La cosa peggiore è che tutto ciò imperverserebbe determinando, distorcendo, indirizzando senza che il normale cittadino, se ne accorga e sia padrone del proprio destino.
Quante analisi e rappresentazioni della realtà abbiamo subìto nel tempo senza che queste abbiano mai sortito un minimo di contributo per migliorare il presente e dare un segno di speranza per il futuro, ieri era il “superpartito” ad angosciare il nostro senso di libertà ed autodeterminazione, oggi sono i servizi, la massoneria deviata e la ‘ndrangheta visibile e invisibile. Ma come per il passato, anche oggi, disconosciamo i nomi dei “burattinai” che “viaggiano sull’aereo” e condizionano dall’alto sia il “treno a bassa che ad alta velocità” con tutti i vagoni al seguito. Nulla di più strano che quanto occorso ai giudici Cordova e Neri, al giudice Macrì (vedi le sue dichiarazioni rese durante la trasmissione di che trattasi), ed ai vari coraggiosi magistrati che si sono succeduti nel tempo, sino al dr. Pignatone non avvenga anche per l’attuale valoroso Procuratore Cafiero De Raho, il quale appena comincerà ad identificare e perseguire i vari passeggeri dell’aereo, evocato dal pentito Fiume, si trovi applicato presso altre sedi più o meno prestigiose della nostra. I giudici, come d’altronde i prefetti ed i vertici delle forze dell’ordine, passano mentre noi rimaniamo… a cardare la lana, ed in quello che, a tutta ragione, ha il sapore di un incubo democratico, rimane l’amara consapevolezza, anche in chi opera nel mondo del lavoro, che ogni fattivo anelito di libertà o sano esempio di ribellione può essere spazzato via facilmente se dovesse rappresentare un pericolo per il “sistema”.

NUCCIO AZZARA’

*Segretario generale Uil Reggio Calabria

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