5 Dicembre 2020

Il Riesame conferma il carcere per il senatore finito in manette dopo l’inchiesta “Gotha”: l’appoggio elettorale fornito dalle cosche solo un elemento del più ampio coinvolgimento

A carico del senatore Antonio Stefano Caridi «sono gravi e concordanti gli indizi di colpevolezza che lo inquadrano al servizio della ‘ndrangheta unitariamente intesa, con un ruolo di partecipe, dato che egli è consapevole e prende parte ad un più ampio piano criminale ideato da Paolo Romeo, che prevede la collocazione nelle istituzioni di uomini disposti a seguire le sue direttive».

LA SCALATA ALLE ISTITUZIONI Lasciano poco spazio alle interpretazioni le motivazioni della sentenza con cui il Tribunale del Riesame ha confermato l’ordinanza di custodia cautelare in carcere per Caridi, dopo il rinvio disposto dalla Cassazione. Il politico – spiegano i giudici – era consapevole di essere parte di un progetto di alta mafia che prevedeva burattini istituzionali obbedienti, «prontamente eliminati dal circuito politico» se avessero deciso di «uscire dal seminato», ma per i quali – si legge nel provvedimento – «si fossero ben comportati era prevista una sicura ascesa politica, come di fatto accaduto nel caso di Caridi, eletto nel 2013 Senatore della Repubblica».

LA CUPOLA E IL CLAN Ma per i giudici, «l’appoggio elettorale fornito dalle cosche è solo un elemento del più ampio quadro indiziario, che configura perfettamente l’adesione e la partecipazione del ricorrente ad un sodalizio criminale che può essere indifferentemente inteso come quello facente capo alla direzione organizzativa e strategica della cupola, alla ‘ndrangheta federata unitariamente intesa, che d’altra parte fanno parte dello stesso insieme criminale». E – ci tengono a sottolineare – contrariamente a quanto argomentato dalle difese, le due cose non sono in contraddizione. Dalla fine della seconda guerra di ‘ndrangheta – ricordano i giudici a chi sembra aver dimenticato diverse sentenze già passate in giudicato – la ‘ndrangheta reggina si è infatti dotata di organismi di vertice in grado di sovrintendere e coordinare le attività di tutti i clan. E non bisogna essere necessariamente affiliati ad una singola locale per essere considerati degli affiliati a tutti gli effetti.

PASS PARTOUT «La condotta partecipativa – mettono in chiaro i giudici – è ben configurabile in relazione ad organizzazioni più ampie rispetto alla singola cosca, sia che essa voglia ricondursi ad una partecipazione alla struttura di vertice, sia che tale partecipazione venga intesa come partecipazione alla struttura federata rappresentata dalle varie cosche». Diversa e più complessa è la struttura, identico – sottolinea il collegio – il disegno criminale. In più, ricordano i giudici, i tempi della ‘ndrangheta tutta coppola e lupara sono finiti, così come quelli della rigida divisione persino fra le ali militari dei clan.
Inchieste e processi dimostrano infatti come siano da tempo attivi «soggetti che prestano in maniera disinvolta il loro contributo ora ad uno e ora all’altro sodalizio criminale, potendo risultare utili agli interessi di ognuno senza necessariamente contrastare quelli di altri gruppi di ‘ndrangheta». E questo per un motivo molto semplice: fra tutti «fra gli stessi vige un momento di sostanziale accordo» e gli interessi dei singoli «possono essere perseguiti senza contrapporsi, traendo anzi, un reciproco vantaggio dall’operare unitariamente».

IL POLITICO DI TUTTI I CLAN Ecco perché – spiegano i giudici – Caridi non è il politico di riferimento di un clan, ma di tutti i clan. A dimostrarlo c’è il rapporto duraturo che lo lega a Romeo «anche nei momenti in cui quest’ultimo è attinto da gravi vicende giudiziarie», ma anche – afferma il collegio – «il compiacente mettersi a disposizione delle diverse cosche a cui era necessario “onorare la cambiale”, per dirla con le parole di Giuseppe Valentino e dimostrano i riportati episodi di raccordo, solo a titolo di esempio, con le cosche De Stefano, Pelle, Raso-Gullace-Albanese».

COLLABORATORI ATTENDIBILI Rapporti confermati anche da collaboratori di giustizia già da tempo ritenuti attendibili da diversi tribunali come Nino Fiume, Salvatore Aiello, Giovambattista Fracapane, Consolato Villani e persino Giacomo Lauro, che di Caridi dice addirittura che è affiliato al clan De Stefano. Nonostante l’impegno dei legali del senatore, che hanno fatto di tutto per demolire la figura dei diversi pentiti e rendere inutilizzabili le loro dichiarazioni, le loro parole – tutte riscontrate dalle puntuali indagini del Ros – per il tribunale hanno un peso non indifferente.

ASSUNZIONI A SOSTEGNO DEI CLAN Del resto, il disinvolto atteggiamento di Caridi nel disporre a richiesta di questo o quel compare assunzioni in aziende pubbliche e municipalizzate non ha fatto altro – evidenzia il Riesame – che confermare le parole dei collaboratori. In una terra piegata dalla disoccupazione, un posto di lavoro serve a cementare un rapporto ancor più di qualsiasi giuramento. Per questo – affermano i giudici – i posti di lavoro nel tempo gestiti dal politico non possono essere letti come un “banale” episodio di malcostume. Per i giudici, si tratta di «un determinato modus operandi attraverso la strumentalizzazione dei propri incarichi politici», che connota «coscienza e volontà di un’azione diretta a consolidare e protrarre il predominio dell’egemonia mafiosa non solo nel territorio reggino, ma anche presso più alti luoghi istituzionali».

POLITICI GOLEM Ma questi non sono gli unici elementi che hanno indotto il Riesame a confermare tutte le accuse a carico di Caridi. «Come se non bastasse – si legge nel provvedimento – al già elevato quadro di gravità indiziaria si aggiungono le dichiarazioni del coindagato Alberto Sarra, che già in sede di interrogatorio di garanzia riferiva che “tolto Paolo Romeo, dal panorama politico reggino le figure come Giuseppe Scopelliti, Umberto Pirilli, Pietro Fuda, Giuseppe Valentino e Antonio Caridi non sarebbero esistite». Sono solo dei golem – dice Sarra e concordano i giudici – chiamati ad operare sulla base di istruzioni che altri hanno scritto per loro. Ma adesso che la magistratura ha strappato quel foglietto, hanno smesso di camminare.

(fonte l’altrocorriere)

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