Cartolina dello scrittore Mario Nirta dall’antica San Luca: “quello era calcio”.

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Vedo annoiato l’ennesimo fiasco della nazionale di calcio e non capisco, se gioca in questo modo, che ci vada a fare al mondiale visto che basta una squadra mediocre per metterla in crisi. E nel vedere questo calcio tutto tattiche, calcoli e passaggi indietro al portiere, penso con accorata nostalgia a quello di noi bambini a San Luca dove il passaggio indietro era indizio di debolezza. “Ti ndebuliu” gridavano quelli del pubblico al reprobo che si macchiava di un tal reato. Il colpo di tacco poi, quasi sempre involontario, non era per nulla una finezza tecnica ma un tiro “alla scecchigna”. In quanto al famigerato pressing, io resto convinto che l’abbiamo inventato a San Luca perché quando un malcapitato aveva il pallone – se così si può chiamare quell’oggetto quasi sferico di carta di giornale e stracci – tra i piedi, si vedeva aggredito da una canea urlante di compagni ed avversari che sparando calci all’impazzata, lo costringevano a mollarlo. Si giocava scalzi e le scorticature non si contavano. Ed allora se fuoriusciva molto sangue, si fermava il gioco ed il ferito chiedeva: “A chi – scusate la volgarità, ma era così – gli viene da pisciare?”. Accorrevano subito i volontari donatori, gli orinavano nelle mani, lui poi si spargeva il liquido sulla ferita e ritenendola abbastanza disinfettata per i suoi gusti, riprendeva a giocare. Se la ferita era sulla testa, gli si orinava direttamente sul capo. Insomma una trasfusione diretta. Inoltre, alla faccia dello stress che colpisce i campioni costretti a giocare tre volte in una settimana, a San Luca in un solo pomeriggio si sbrigava la faccenda: partita, rivincita, bella ed inseguimento all’arbitro che, consapevole d’aver sempre torto, prima di fischiare la fine se la filava alla chetichella. Col progresso i pali delle porte furono delle canne dietro le quali si sistemavano i tifosi allargandole o stringendole se a tirare in porta erano quelli del loro rione o gli avversari. Poi arrivò un pallone vero, un “Carlo Parola numero 3”, che consentì a Filippo, il suo proprietario, di entrare nella leggenda: che io ne sappia fu l’unico calciatore a restare imbattuto. E questo non perché fosse dotato di straordinarie qualità tecniche, ma semplicemente perché quando vedeva la mala parata, interveniva drastico: “O mi date il rigore, o mi porto via il pallone”. Meno male che di lì a qualche giorno glielo rubarono, così le partite tornarono all’originaria regolarità.

Mario Nirta

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