A porte chiuse (ma non per la stampa) il processo al “branco”

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La decisione del Tribunale di Reggio Calabria riguarda il procedimento sulle violenze subìte per anni da una ragazina a Melito Porto Salvo. Giornalisti autorizzati a seguire e riprendere le udienze «per le rilevanti finalità sociali» del tema trattato

Anche su richiesta dei legali della vittima, si svolgerà a porte chiuse il processo al branco di Melito Porto Salvo che per anni ha abusato di una ragazzina, all’epoca neanche quindicenne. Il Tribunale di Reggio Calabria, presieduto da Natina Pratticò, ha disposto che al dibattimento, durante il quale verranno presumibilmente sviscerati tutti gli episodi di violenza psicologica e sessuale di cui la ragazzina è stata vittima, possano assistere solo le parti coinvolte e i loro legali. Unica eccezione, i giornalisti, autorizzati a seguire e riprendere il processo «per le rilevanti finalità sociali» del tema trattato. Unica limitazione, non riprendere in volto gli imputati e la vittima, oggi non presente in aula e rappresentata dal suo legale. Regione, Città metropolitana e Comune di Melito e la consigliera provinciale di Pari Opportunità, Daniela De Blasio, il fratello della vittima e diverse associazioni come Whatwomanwant, Libera, Manden e Collettiva Autonomia hanno chiesto di costituirsi parte civile, ma su sollecitazione delle difese la decisione su tali istanze arriverà solo alla prossima udienza, fissata per il 6 novembre. Esaurite le questioni preliminari, in quella data dovrebbe iniziare anche l’attività istruttoria, con l’audizione di uno degli investigatori che ha curato le indagini. Alla sbarra ci sono sette persone – Giovanni Iamonte, Daniele Benedetto, Pasquale Principato, Michele Nucera, Davide Schimizzi, Lorenzo Tripodi e Antonio Verduci – tutti accusati di aver costretto una ragazzina a subire per due anni abusi di ogni genere. Forti del terrore che evoca la famiglia del loro giovane capo, Giovanni Iamonte, figlio del boss Remingo, per mesi l’hanno utilizzata come una cosa, costretta a soddisfare le voglie di tutti, anche contemporaneamente. A irretirla era stato quello che credeva il suo fidanzato, che poi l’ha ceduta prima a Iamonte e poi agli altri. Quando tentava di ribellarsi, iniziavano le minacce. Se non avesse acconsentito a quei rapporti, il gruppo avrebbe diffuso le foto che la ritraevano a letto con loro. In paese, sarebbe diventata una “disonorata” e quel marchio di infamia l’avrebbe resa una reietta, anche per la sua stessa famiglia. Una prospettiva in grado di spezzare ogni velleità di ribellione nella ragazza, nel giro di pochi mesi completamente soggiogata dal branco, che ne disponeva come “roba propria”. Per anni, di quell’inferno non ne ha parlato con nessuno. Solo grazie ad un tema, in cui vagamente accennava alle sue sofferenze, finito in mano alla madre, la ragazzina ha iniziato a parlare del suo incubo, che dopo qualche mese è stato portato all’attenzione dei carabinieri. Da allora, nonostante il muro di omertà, in pochi mesi sono stati identificati i componenti del branco e trovare riscontri alla vicenda che, piano piano e con difficoltà, la ragazzina ha progressivamente raccontato in dettaglio. Dopo, per lei è iniziata una nuova vita, lontana dalla Calabria, dove ha potuto ricominciare senza rivivere quotidianamente l’ombra delle violenze subite. Almeno fino ad oggi.

(fonte  l’altrocorriere)

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