Regge in Appello l’inchiesta sulla “Corona” della ‘ndrangheta

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Valanga di conferme nel secondo grado del processo “Saggezza”. Assolti i due Fazzaro e Fragomeni. Ridotte alcune condanne. L’inchiesta aveva svelato l’esistenza di una struttura organizzativa delle ‘nrine del mandameno jonico reggino

Tre assoluzioni, qualche riduzione di pena e una valanga di conferme. Passa lo scoglio dell’appello il processo Saggezza, scaturito dall’omonima indagine che ha svelato l’esistenza della “Corona”, una fino ad allora sconosciuta struttura organizzativa delle ‘ndrine del mandamento jonico, in stretti rapporti con la massoneria.

ASSOLUZIONI E RIDETERMINAZIONI DI PENA Per decisione della Corte, cadono le accuse nei confronti di Pierino e Vincenzo Fazzaro, entrambi condannati in primo grado a 4 anni e 6 mesi, come contro Salvatore Fragomeni, in precedenza punito con 10 anni e 6 mesi, e oggi assolto insieme agli altri due. Riconosciuto il vincolo della continuazione con un’altra condanna per associazione rimediata in precedenza, è di 14 anni la pena decisa per Giuseppe Raso, mentre passa da 20 anni e 10 mesi a 17 anni e 8 mesi la condanna inflitta a Nicola Romano. Infine, una riduzione della pena precedentemente incassata arriva anche per Massimo Siciliano, in passato punito con 12 anni e 2 mesi, oggi ridotti a 10 anni e 8 mesi. Tutte confermate invece le condanne per Rosario Barbaro (15 anni), Nicola Nesci (15 anni), Rocco Pollifroni (10 anni), Amalia Romano (reato estinto per intervenuta prescrizione), Maria Romano (reato estinto per intervenuta prescrizione), Marco Salvini (un anno e tre mesi), Antonio Spagnolo (10 anni), Bruno Giuseppe Varacalli (14 anni) e l’ex vicesindaco di Ardore Bruno Bova a 10 anni di reclusione.

L’INCHIESTA A vario titolo, sono tutti entrati nella maxi-inchiesta coordinata dal pm Antonio De Bernardo che ha messo a nudo l’attività della “Corona”, la struttura per anni in grado di gestire i conflitti e spartire gli affari fra i locali di Antonimina, Ardore, Canolo, Ciminà e Cirella di Platì, rapportandosi direttamente con boss e famiglie di peso della jonica, come i Commisso di Siderno, i Cordì di Locri, i Pelle di San Luca, gli Aquino di Marina di Gioiosa Jonica, i Vallelunga di Serra San Bruno, i Barbaro di Platì, gli Ietto di Natile di Careri.

LA CORONA Padre e padrone della “Corona” è stato fin dal ’62 Vincenzo Melia, morto prima che arrivasse la sentenza del processo che lo vedeva imputato. Insieme a lui – si leggeva nella pronuncia di primo grado, oggi confermata dalla Corte d’appello – nell’organismo sedevano i “consiglieri” Nicola Romano, Nicola Nesci, Giuseppe Varacalli, Giuseppe Siciliano, Giuseppe Bova e Giuseppe Raso, tutti «portatori di un certo potere nei rispettivi territori, potere che Melia si aspettava essi fossero in grado di esercitare compiutamente in conformità degli scopi della “Corona”».

GLI INTERESSI DELLA CORONA Sotto il tallone della struttura che rendeva unica cosa i cinque locali, passava di tutto, dagli appalti alle elezioni. Dai lavori edili al taglio dei boschi, passando per gli appalti pubblici e l’esercizio abusivo del credito, fino all’elezione del presidente della Comunità montana “Aspromonte Orientale” gli uomini della “Corona” controllavano tutto ed erano in grado di muoversi su tutti i piani. A rivelare in maniera plastica il potere della nuova struttura è proprio la corsa di Bova, all’epoca vicesindaco di Ardore, alla presidenza della Comunità montana. Per i clan «favorire un affiliato al “locale” di Ardore affinché raggiungesse una posizione direttiva piuttosto importante nell’economia del territorio, alla guida di un ente periferico in grado di gestire denaro pubblico e quindi bandire gare d’appalto, interloquire con gli apparati provinciali e regionali e condizionare, mediante le alleanze politiche e la spartizione delle varie cariche al suo interno, le scelte di una parte dell’elettorato, era un’occasione da non perdere, soprattutto per quella ‘ndrangheta inserita maggiormente nel mondo dell’imprenditoria, di cui facevano parte gli affiliati alla “Sacra Corona”».

QUEI RAPPORTI CON LA MASSONERIA Ma è soprattutto sfruttando conoscenze e influenze dei fratelli massoni che gli uomini della Corona progettavano di imporre il proprio volere e il proprio raggio d’azione. Almeno sei dei personaggi arrestati nell’ambito dell’operazione Saggezza erano membri – scrive il gip – della «loggia massonica con sede in via Mazzini di Siderno, facente capo alla più grande loggia madre denominata Camea (Centro attività massoniche esoteriche accettate) il cui Gran Maestro risultava essere all’epoca dei fatti “omissis” (persona estranea all’indagine e non indagata), identificato dai fratelli massoni con l’appellativo di “Ripa 33”».

LOGGE INFESTATE Insieme a politici, imprenditori, professionisti iscritti alla loggia c’erano anche uomini di peso della Corona e del locale di Ardore. È il caso del “maestro di Corona e capoconsigliere” Nicola Nesci, che anche tra i grembiulini aveva fatto una discreta carriera: l’uomo – scrivono i magistrati – è “Maestro segreto di 31° grado”, nonché “Presidente della camera di 4° grado” ed è «legato a tre soggetti, che erano gli unici in grado di riferire sulla sua persona». Sono tre “fratelli” massoni, uno dei quali, Giuseppe Siciliano, finito agli arresti perché ritenuto un uomo del clan di Ardore. Insieme a loro, affratellati ai notabili della zona, c’erano anche Giuseppe Varacalli, Rocco Mediati, Ferdinando Parlongo e Bruno Parlongo, tutti considerati in odor di clan e per questo coinvolti nell’inchiesta Saggezza.

NDRANGHETA, MASSONERIA O ENTRAMBE? Per i giudici, «non è di fondamentale rilievo stabilire se la “Corona” integri un livello di ‘ndrangheta diverso da quelli fin qui conosciuti, se rappresenti una sorta di struttura di comando segreta da attivare a determinate condizioni, se non sia altro che una sorta di federazione tra locali operanti in territori limitrofi» sottolineavano i giudici del Tribunale, che non hanno escluso neanche che si trattasse di un’articolazione della massoneria. Il tratto distintivo è sempre stato di chiara matrice mafiosa. Quale che fosse la sua natura, «detta organizzazione – si leggeva in sentenza – ha deviato dai suoi scopi e si è relazionata con la ‘ndrangheta raccogliendo attorno al consiglio della Corona gli elementi che, nelle zone di Ardore, Antonimina, Canolo e Ciminà erano in grado di controllare il territorio».

(fonte corriere della calabria)

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