Chi vuole demolire Gratteri (e sbaglia bersaglio)

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Le decisioni della Cassazione sugli ex amministratori di Marina di Gioiosa Jonica diventano un pretesto per attaccare il magistrato. Soltanto lui, però, non i giudici che hanno firmato le precedenti sentenze. Ma l’inchiesta nel mirino non era sua…

Per chi ha il dono della fede, Dio è uno e trino. Per chi, invece, ha il “dono” del populismo pragmatico (va bene tutto purché vada bene a me), Nicola Gratteri è più che Dio. Lui è uno e “undicino”.
E veniamo a chiarire. Quando la regola d’ingaggio è la demolizione del bersaglio, si bada poco ai fatti, così, a poco più di ventiquattro ore dalla sentenza con cui la Cassazione ha disposto un nuovo processo d’Appello per l’ex sindaco di Marina di Gioiosa Jonica, Rocco Femia, in precedenza condannato a 10 anni per mafia, c’è chi ha stabilito che non è necessario attendere oltre. A detta di alcuni “illuminati” commentatori, che da lontano guardano con strabica indulgenza alla realtà calabrese, l’ex amministratore dovrebbe essere assolto (per induzione?) al pari degli ex assessori all’Ambiente, Vincenzo Ieraci, e alle Politiche sociali, Rocco Agostino. Per loro, la Cassazione ha disposto l’annullamento senza rinvio, spazzando via i precedenti giudicati.
Una indagine sbagliata e una sentenza ingiusta li ha tenuti in carcere e li ha costretti a lasciare il ruolo di amministratori pubblici. Una indagine e una sentenza talmente sbagliate da non necessitare, in questi due casi, di alcuna rivisitazione: vanno prosciolti e subito.
Ha esaminato solo la loro posizione la Suprema Corte? Assolutamente no. E sugli altri ricorrenti cosa ha deciso? In qualche caso ha respinto il ricorso, in qualche altro, vedi Femia, ha disposto che il processo d’Appello venga nuovamente celebrato. Capita spesso, purtroppo, e capiterà ancora. Resta il danno grave patito da chi ha fatto anche un solo giorno di carcere ingiustamente, ma è questo che turba i sonni dei garantisti a ingaggio? O forse l’obiettivo demolitorio a loro affidato è ben diverso?
Parrebbe proprio di sì, visto che messo da parte il cinismo e il garantismo peloso, ci si concentra sul dogma e Nicola Gratteri diventa, appunto, uno e “undicino”. Molto più di un Dio in terra.
E sì, perché a leggere il pistolotto demolitorio, Nicola Gratteri in quella indagine ingiusta che ha portato a una sentenza parzialmente ingiusta e fatto patire a due persone una assolutamente ingiusta detenzione, ha fatto tutto lui e tutto da solo. Sparisce il gip e sparisce il gup. E sono due. Sparisce il Tribunale della Libertà, e sono cinque. Sparisce anche il collegio di primo grado (per capirci, quello che determina gli anni di carcere da infliggere), e sono otto. Parimenti sparisce la Corte di secondo grado, e sono undici. Nessuno merita una menzione. Solo Gratteri. Perché le regole d’ingaggio, va dato atto, i professionisti le rispettano alla lettera.
La colpa è tutta e solo di Gratteri. L’accusa? Aver coordinato quell’inchiesta – peraltro in larga parte confermata dalla Cassazione, con una pioggia di conferme per capi e associati al clan Mazzaferro – aggravata dalla perseverante abitudine a parlare di lotta alla ’ndrangheta in ogni sede possibile, inclusa la tv. E non si capisce quale si consideri più grave.
Animati dal sacro fuoco del garantismo però, certi arguti commentatori finiscono per sbagliare bersaglio. Perché quell’inchiesta non è di Nicola Gratteri. Bastava poco per verificarlo ma verificare le notizie è roba da cronisti di paese, gli eroi dei due mondi non hanno tempo da sprecare, e poi tra le regole d’ingaggio non c’è quella di verificare le notizie.

(fonte l’altrocorriere)

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