2 Dicembre 2020

L’assunzione di 251 persone sarebbe viziata dalla mancanza di documenti. Ma l’ex presidente Ruberto li ha mostrati nel corso di un interrogatorio. E sono spuntati anche nel corso di alcune cause civili. Alla Regione, però, non ce n’è traccia: un giallo che il processo è chiamato a chiarire

Nulla hanno trovato i carabinieri negli uffici della Regione e dell’ente in house Calabria Etica nel corso delle verifiche fatte su ordine della Procura di Catanzaro ad aprile scorso. Nessuna traccia delle convenzioni che dovevano essere stipulate tra il dipartimento Lavoro della Regione Calabria e la Fondazione Calabria Etica per mettere in atto quattro progetti e l’assunzione di 251 persone. Eppure quattro copie di queste convenzioni sono state mostrate ai magistrati nel corso di un interrogatorio chiesto da Pasqualino Ruberto, uno dei principali imputati del processo “Calabria Etica” che prende le mosse proprio dall’assunzione, ritenuta illegittima, dei 251 dipendenti. Un’assunzione viziata, secondo l’accusa, anche dalla mancanza della stipula di convenzioni. Secondo l’avvocato Mario Murone, legale dell’ex presidente di Calabria Etica, questi documenti esistono e sono stati firmati da Ruberto e da un altro imputato, Vincenzo Caserta, all’epoca dei fatti, dirigente generale reggente del dipartimento Lavoro. Tra l’altro, gli stessi documenti sono circolati in sede civile, allegati agli atti dei giudizi civili posti in essere da una parte dei 251 assunti nei progetti che la Regione aveva risolto senza pagare ai lavoratori le mensilità spettanti.

IL GIALLO È questo il nodo gordiano che il processo nato dall’inchiesta “Calabria Etica” dovrà sciogliere: l’esistenza o meno delle convenzioni che dovevano essere stipulate tra il dipartimento Lavoro della Regione Calabria e l’ente in house Calabria Etica (oggi in liquidazione) per permettere l’avvio di quattro progetti e l’assunzione di 251 collaboratori.
Ma procediamo con ordine.
Secondo l’accusa, gli imputati, nel procedimento condotto dalla Procura di Catanzaro – che oggi si trova nella fase di udienza preliminare –, avrebbero illecitamente favorito l’assunzione di 251 persone per realizzare quattro progetti «dal contenuto fumoso, privi di concretezza e di riferimenti alle modalità di attuazione nonché carenti di accordi con le autorità collegate cui i lavoratori erano destinati». In sostanza le assunzioni, sostiene l’accusa, sono illegittime, dettate da interessi clientelari – poiché di lì a poco Ruberto si sarebbe proposto come candidato a sindaco alle amministrative di maggio a Lamezia Terme – e i progetti sarebbero stati avviati «senza che fosse stata stipulata e repertoriata la convenzione che consentiva l’avvio delle attività affidate dal dipartimento alla Fondazione».
Di parere diverso – e questo sarà terreno di discussione – è la difesa di Pasqualino Ruberto, rappresentata dall’avvocato Mario Murone. Nel corso di un interrogatorio richiesto a febbraio 2017 dall’imputato – durante la detenzione scaturita dall’operazione “Robin Hood” (che prende le mosse dal “caso Calabria Etica”) – è stata fornita agli inquirenti copia delle quattro convenzioni, firmate da Ruberto e Caserta ma non protocollate. Per verificare la bontà di quando prodotto dalla difesa, la Procura ha dato incarico alla polizia giudiziaria di effettuare ulteriori verifiche per accertare la presenza di tali documenti. Il 18 agosto 2017 i carabinieri hanno consegnato ai magistrati l’esito delle indagini richieste: sulla base degli accertamenti svolti sia negli uffici della Regione che nella sede di Calabria Etica non risulta l’esistenza di quei documenti. Nel corso dell’udienza preliminare dello scorso 26 settembre il pm Graziella Viscomi ha depositato le risultanze di tali accertamenti.
A questo punto sorgono degli interrogativi. Esistono le convenzioni? Perché Ruberto afferma di averne autentica copia e negli uffici regionali non se ne trova traccia?
L’avvocato Murone non ha dubbi: «Noi sosteniamo l’esistenza delle convenzioni che sono state prodotte nel corso dell’interrogatorio di Pasqualino Ruberto. Si tratta di convenzioni che danno atto della bontà dei progetti e nelle stesse si dà espressamente atto del fatto che il Dipartimento 10 aveva autorizzato la Fondazione a dare avvio alle attività».

CONTRATTI NULLI Le dichiarazioni di Murone stridono con quanto dichiarato in una nota il 4 aprile 2015 da Carmelo Barbaro, commissario straordinario della Fondazione, e Antonio De Marco, dirigente generale reggente del dipartimento Lavoro, i quali affermano che l’iter per i quattro progetti “incriminati” si fermerebbe a una nota del 22 ottobre 2014. «A tale nota preliminare – sostengono i dirigenti –, che non costituisce in alcun modo atto amministrativo che determina obbligazioni giuridiche, non è poi seguito alcun decreto di autorizzazione, né stipula di convenzione né regolare impegno di spesa, che costituiscono gli atti necessari ed obbligatori per la pubblica amministrazione per determinare obbligazioni giuridiche nei rapporti con i terzi». La decisione della Regione è quella di ritenere «nulli e non rendicontabili» i quattro progetti: «Di conseguenza le contrattualizzazioni operate dalla Fondazione Calabria Etica per i Progetti considerati sono da ritenere da parte della Regione Calabria nulli e non rendicontabili in quanto stipulati in carenza di atti contrattuali o convenzionali…». «Da qui l’avvio – prosegue la nota – delle necessarie procedure in corso da parte del commissario straordinario in autotutela sui circa 260 contratti stipulati irregolarmente in carenza di copertura finanziaria e di convenzione…»
La decisione della Regione ha dato il via a varie azioni legali da parte dei lavoratori che hanno allegato le convezioni agli atti dei giudizi civili. E ha avuto molta eco mediatica la sentenza di primo grado con la quale il Tribunale civile di Catanzaro, il 21 ottobre 2016, riconoscendo l’illegittimità della dichiarata nullità, ha condannato la Fondazione al pagamento di tutte le mensilità dovute ai lavoratori fino alla scadenza contrattuale del 31 ottobre 2015, accogliendo così il ricorso, presentato dagli avvocati Aurelio e Steve Chizzoniti nell’interesse di 16 lavoratori di Calabria Etica.

QUATTRO PROGETTI FATTI IN FRETTA Secondo l’accusa, a ridosso delle elezioni regionali di novembre 2014, Vincenzo Caserta, nella qualità di ex dirigente generale reggente del dipartimento Lavoro, adottando quattro note, tutte recanti la data del 16 ottobre 2014, avrebbe commissionato alla Fondazione Calabria Etica, presieduta da Pasqualino Ruberto, quattro progetti (“Responsabilità sociale delle imprese in Calabria”, “Potenziamento servizio di accompagnamento aree interne”, “Sostegno delle politiche integrate a favore della famiglia” e “Piano di Comunicazione istituzionale”). Per la Procura di Catanzaro non vi era alcuna motivazione di necessità e improcrastinabilità per questi progetti «soprattutto considerato che si trattava dell’ultimo periodo della legislatura» e che il fondo cosiddetto “indistinto” da cui erano attinte le risorse per dare attuazione ai progetti «sarebbe stato completamente prosciugato», lasciando a bocca asciutta i Comuni cui tali risorse erano destinate per legge. Quattro giorni dopo la richiesta di Caserta, Ruberto avrebbe presentato i progetti che prevedevano l’assunzione di 251 persone.

LE CONVENZIONI E L’ACCUSA DI PECULATO Il 22 ottobre successivo Caserta, sottolinea l’accusa, senza preventivo, senza impegno di spesa e «senza che fosse stipulata e repertoriata la convenzione che consentiva l’avvio delle attività affidate dal dipartimento alla Fondazione, autorizzava Calabria Etica a procedere. Secondo quanto riportato nel capo d’accusa, Ruberto, sulla base di una nota e «senza attendere la convenzione, procedeva da assumere 251 collaboratori». La mancanza di una convenzione tra la Fondazione e il dipartimento Lavoro si trova alla base anche dell’accusa di peculato che investe Pasqualino Ruberto. Questi, infatti, in qualità di presidente dell’ente in house, avendo la disponibilità di fondi pubblici di provenienza comunitaria destinati al “Credito sociale”, si sarebbe appropriato di tali fondi sottraendoli alla loro destinazione vincolata, utilizzandoli per il pagamento di anticipazioni dei collaboratori assunti e avviati ai progetti «senza alcuna formalizzazione e, in particolare, senza la stipula di alcuna convenzione fra la Fondazione e il dipartimento 10 e il previo e necessario impegno di spesa». Ma questa accusa, se le convenzioni dovessero mostrarsi valide, rischia di cadere.
Il processo emanerà l’ardua sentenza. Al momento resta un giallo che coinvolge, tra gli altri, anche la Regione Calabria e il dipartimento Lavoro.

(fonte l’altrocorriere)

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