Chi è il “mostro” di Gizzeria

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La storia di Francesco Giordano, dagli studi universitari alle terribili accuse di violenza. Il declino inesorabile per la sua famiglia costretta a vivere in un tugurio. Il tentativo di difendersi davanti al gip. Che lo considera «non credibile»

Non gli ha creduto il gip Emma Sonni, ritenendo la sua versione dei fatti «non credibile, perché intrinsecamente inverosimile, confusa e in parte contraddittoria». Francesco Rosario Aloisio Giordano, 52 anni, accusato di avere sottoposto a 10 anni di abusi e violenze la sua compagna 29enne di origini rumene, ha una lunga storia alle spalle, in parte raccontata nel corso dell’interrogatorio di garanzia davanti al giudice, assistito dai suoi legali, Salvatore e Simona Sisca del foro di Castrovillari. Sulla testa dell’uomo, figlio di una insegnante e con una sorella medico, pende l’accusa di essere un “mostro” di avere tenuta segregata la giovane e i loro due figli di 9 e 3 anni in un casolare di Gizzeria, in mezzo ai topi, alla sporcizia, senza servizi di alcun genere, costringendola a violenze e soprusi agghiaccianti.
I carabinieri che la sera del 9 novembre lo hanno fermato per eccesso di velocità hanno notato subito un’auto mal messa, sul sedile posteriore della quale dormiva un bambino. Il piccolo è uno dei due figli che Giordano ha avuto dalla 29enne. Ma in realtà l’uomo in tutto ha otto figli. Gli altri sei sono nati da precedenti relazioni. Una di queste, che ha portato all’unico matrimonio che l’uomo abbia contratto, è iniziata in giovane età, quando Francesco Rosario Aloisio Giordano, un diploma magistrale, frequentava l’università. Due anni di giurisprudenza e poi perde la testa per una ragazza marocchina che diventerà sua moglie. Il matrimonio naufraga e per Giordano, proveniente da una famiglia benestante, la vita si dirige verso un lento declino, non solo economico. In mezzo ci sarà anche il carcere: una pena di cinque anni, nel 1995, dopo un arresto per sequestro di persona, violenza sessuale, maltrattamenti e lesioni nei confronti di una ragazza di 23 anni che avrebbe tenuto segregata in un attico tra Falerna e Gizzeria, costretta a subire violenze davanti alla moglie marocchina e ai due figlioletti nati da quel matrimonio.
È nel 1995 che Aloisio Giordano finisce per la prima volta sui giornali nazionali. La seconda sarà il 10 novembre scorso quando i militari entrano nel casolare nelle campagne di Gizzeria e trovano la 29enne rumena con la figlioletta di 3 anni. Davanti al gip l’uomo si difende, dice di avere vissuto durante l’estate con la donna e i figli in un residence di Nocera in cui ha lavorato come giardiniere. Dopo il lavoro stagionale le cose sarebbero andate male e i quattro si sarebbero trasferiti in un camper nel quale però avrebbero cominciato a stare stretti decidendo quindi di trasferirsi nel casolare. La versione che la donna fornisce agli inquirenti è completamente diversa, racconta di una ragazza che a 19 cerca un lavoro come badante e finisce nella casa di Giordano ad accudire la compagna malata di cancro. Qui avrebbe conosciuto le prime violenze, le percosse e le avrebbe viste subire anche alla compagna malata. Qui sarebbe iniziato il suo «inferno». Botte in testa suturate con ago e filo da pesca.
La versione di Giordano è che la compagna avrebbe sbattuto al cofano della macchina e lui l’avrebbe medicata ma senza suturarla. Lei parla dell’isolamento, dell’impossibilità di accompagnare i figli a scuola, di parlare con chicchessia. Lui dice al giudice che lei era sempre libera, che lui non l’ha mai violentata che il loro era un rapporto d’amore andato in crisi. Lei parla dei bambini, anche loro soggetti alle percosse, costretti ad assistere alle violenze contro di lei, costretti a picchiarla, insultarla, sputarle in faccia. Racconta dei topo che avrebbero rosicchiato lo zaino e i libri del figlio. Lui parla del figlio maggiore che va bene a scuola, che ha voti alti, tutti nove e dieci. Sono finiti in quel tugurio ma hanno anche vissuto in un appartamento in cui la madre di lui avrebbe pagato le utenze fino al giorno in cui avrebbe smesso di farlo. Lei dice di avere partorito in ospedale e di avere poi subito, per quei giorni di socialità, al ritorno a casa, la gelosia di lui che le avrebbe tolto personalmente i punti del cesareo con una pinzetta. Lui nega, dice che i punti glieli hanno tolti in ospedale.
I racconti di lei sono agghiaccianti, parlano di dita strette in una pinza, percosse ripetute, suture con filo da pesca. Lui parla di povertà. Ma intorno ai due racconti ci sono le immagini di una casa diroccata, stipata di roba, con dei cartoni a fare da letto e dei secchi a fare da latrina. C’è un catenaccio chiuso dall’esterno. Ci sono il passato pesante di lui e le accuse terribili di lei. Dovrà essere fissato nei prossimi giorni l’incidente probatorio in cui sarà riascoltata la giovane e dovranno essere chiarite diverse questioni in questa vicenda in cui l’unico punto cardine è l’abbrutimento umano.

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