Il Consiglio calabrese, regno di trasformismi e ambiguità

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La probabile elezione di Esposito nell’Ufficio di presidenza fa riemergere il camaleontismo di questa legislatura. Tra cambi di casacca apparenti e opportunismi diffusi

Niente è come appare. Nulla di ciò che sembra ha attinenza con la verità più profonda del consiglio regionale calabrese. Uno vede Pino Gentile e pensa che con il suo piccolo partitino (Ap), relegato in una zona di (blanda) opposizione, conti come il due di bastoni quando regna coppe. E invece Gentile influenza e indirizza quella maggioranza di cui, in teoria, non fa parte quasi quanto il governatore, Mario Oliverio.
Le vicende che, dall’inizio della legislatura a oggi, hanno riguardato l’Ufficio di presidenza dell’Astronave sono lì a dimostrarlo. Gentile si è scelto quale vicepresidente e ha scelto Giuseppe Graziano come segretario. Ha stretto alleanze e trovato (a sinistra) i voti necessari per farcela. E ora, dopo la decadenza dell’ex forzista, è pronto a rifarlo, dirottando su Baldo Esposito quegli stessi voti che, sempre in teoria, dovrebbero essere nella “disponibilità” di Oliverio. È la summa del camaleontismo bipartisan quale proprietà maggiormente indicativa di questo consiglio regionale. Dove la forma esula quasi sempre dalla sostanza.
Prendete Arturo Bova. Con i voti del Pd si è fatto eleggere alla presidenza della commissione Antindrangheta, ha incassato la riconferma la scorsa estate e poi, a cose fatte, ha annunciato il suo passaggio tra le fila di Mdp, forza di sinistra ma ormai del tutto alternativa al partito di Renzi. Allo stesso tempo, Bova rimane nella maggioranza che sostiene Oliverio, che – al di là delle frizioni col governo sulla sanità – rimane pur sempre un governatore targato Pd. Quando si dice il gattopardismo: «Perché tutto resti com’è, bisogna che tutto cambi».
È la contraddizione nella quale si ritrova anche Giovanni Nucera che, pur senza annunci ufficiali, ha aderito in pieno al progetto di Bersani e D’Alema. Anche lui, come Bova, resta organico alla maggioranza; e anche lui mantiene un incarico istituzionale: delegato regionale allo Sport per conto di Oliverio.
Più articolata la posizione del consigliere dem(s) Carlo Guccione. L’ex assessore, nel suo rapporto col governatore, oscilla – ormai da due anni – tra sentimenti politici opposti, tra pace e guerra. Ora siamo nella fase della contrapposizione totale. E il paradosso sta proprio nel fatto che sia proprio un esponente del Pd il più grande oppositore del capo della Cittadella.
Per non parlare della confusione che regna nei gruppi consiliari, in alcuni dei quali covano i risentimenti di chi ambiva a un posto in giunta o ad altri incarichi di prestigio ma rimane (apparentemente) fedele al corso oliveriano, in attesa di sviluppi. Un consigliere di maggioranza, intanto, se ne è già andato: Vincenzo Pasqua, passato al Misto. Sarà il primo della serie?
Il caso più eclatante è però quello che riguarda due big berlusconiani come Wanda Ferro e Mimmo Tallini, “parcheggiati” senza un vero perché nel Misto mentre uno come Ennio Morrone, che da Fi è uscito da tempo, continua a rimanere nella formazione azzurra senza colpo ferire.
Ci sono poi le ambiguità, i silenzi colpevoli, l’indifferenza nei confronti del giudizio dei cittadini/elettori. Un esempio, su tutti: i capigruppo, nel corso dell’ultimo Consiglio, avevano preso l’impegno di affrontare in aula, alla successiva seduta, la spinosa questione sanitaria, al fine di prendere una posizione ufficiale sul commissariamento e sull’annunciata protesta di Oliverio. Com’è finita? Che quel punto non è stato nemmeno inserito nell’ordine del giorno del 30 novembre, senza alcuna spiegazione o giustificazione.
Le sigle, l’effettiva collocazione in una o nell’altra parte dell’assemblea, gli incarichi e gli impegni istituzionali, rischiano quindi di non dire nulla che non riguardi la mera apparenza, di non raccontare l’intima e ultima verità di un Consiglio che muta rimanendo sempre uguale.

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