La difesa di Musella: magistratura di parte e complotto mediatico

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Indagata per calunnia nei confronti di Alessia Candito, la presidente dell’associazione antimafia Riferimenti presenta un’istanza di rimessione del processo a Salerno. E punta il dito contro giudici e giornalisti

I magistrati del Distretto di Reggio Calabria non hanno la serenità e non garantiscono la dovuta imparzialità necessarie a giudicare un banale processo per calunnia. La tesi sarebbe ardita fino a sconfinare nel ridicolo. Tant’è che nessuno dei tantissimi imputati “eccellenti”, incappati nelle indagini e nei successivi processi condotti, istruiti e decisi dalla magistratura reggina si è mai spinto fino a una tanto. Lo fa invece, nel disperato tentativo di difendersi “berlusconianamente” non “nel” processo ma “dal” processo la “paladina” dell’antimafia (sulla pelle degli altri e con i soldi dei contribuenti) Adriana Musella.

PROMESSE MANCATE Proprio così: per l’ennesima volta Adriana Musella viene meno alle proprie promesse. Non più tardi di qualche mese fa, la presidente dell’associazione antimafia Riferimenti – indagata per truffa e appropriazione indebita in seguito agli approfondimenti investigativi disposti dopo la pubblicazione di un’inchiesta del Corriere della Calabria – comunicava urbi et orbi che avrebbe “atteso con serenità e fiducia nella magistratura” l’esito delle indagini. Medesimo intendimento ha manifestato quando i pm hanno chiesto e ottenuto il sequestro di parte delle somme destinate da Enti e istituzioni alla sua associazione e secondo la procura usate in modo privato e personale. Ma arrivata alla prova dei fatti l’atteggiamento tenuto è stato ben diverso: rifiuto di rendere interrogatorio ai magistrati inquirenti e adesso richiesta di spostare altrove le indagini sul suo conto per “legittimo sospetto”.

PROCESSATEMI (MA A SALERNO) La proclamata “fiducia” e l’altrettanto ostentata “serenità” dunque non vale per l’indagine per calunnia nei confronti di Alessia Candito, aperta a carico di Musella dalla procura di Reggio Calabria. Il procedimento è arrivato ieri in udienza preliminare ma la presidente di Riferimenti non si è rimessa – come promesso – alla decisione del gup. Su richiesta della sua assistita, il legale di Musella, Carlo Morace, ha depositato un’istanza di remissione del processo, che non potrebbe essere celebrato né a Reggio Calabria, né a Catanzaro, ma a Salerno, città natale dell’indagata.

VITTIMA DI MEDIA Motivo? Un «attacco mediatico senza precedenti» che avrebbe addirittura causato «il serio rischio per la incolumità della Musella». Proprio mentre ad Ostia si scendeva in piazza a tutela della libera informazione e contro le mafie, per difendersi dall’accusa di aver calunniato una giornalista, la presidente di Riferimenti chiedeva al suo legale di depositare un’istanza in cui si sottolinea che «l’enfatizzazione di una avversione (inesistente) della Musella verso i calabresi e viceversa non può che influire sulla imparzialità dei giudici, i quali inevitabilmente sono condizionati dal dover decidere con riferimento ad una persona della quale è stata riportata ed enfatizzata la frase poco felice rivolta ai calabresi e alla Calabria». Verrebbe da chiedere se anche quando distribuiva premi tra i magistrati requirenti e giudicanti di Reggio Calabria, Musella pensasse che le toghe reggine fossero affette da sciovinismo giudiziario. Prima di tutto, però, occorre fare ordine.

LE CALUNNIE DI MUSELLA Da cosa origina il procedimento a carico di Musella? Il capo di imputazione lo dice chiaramente. «Con denuncia-querela presentata presso la Procura della Repubblica di Reggio Calabria il 17.3.2016, sapendola innocente, incolpava la giornalista Alessia Candito della testata on line ” Il Corriere della Calabria ” per i reati di diffamazione aggravata, accesso abusivo a sistema informatico e di sottrazione di documenti». Dopo la pubblicazione dell’inchiesta nata dall’analisi dei rendiconti delle spese di Riferimenti, consegnati da Musella alla giornalista del Corriere della Calabria (come comprovato da registrazione audio), la presidente dell’associazione si è presentata dai carabinieri raccontando ben altro. Per Musella, «fu ella stessa approfittando della mia temporanea difficoltà ad accedere ai file , a prendermi di mano il mouse , copiando non solo i singoli prospetti di sintesi, ma tutto ciò che era presente nella cartella ove, solo in seguito mi sono accertata dell’esistenza di diversi appunti informali e dati di contabilità interna».

LA RICOSTRUZIONE DELLA PROCURA In realtà – dice la procura, sulla base delle indagini svolte – le cose non sono andate così. «La Musella – si legge sempre nel capo di imputazione – aveva volontariamente e consapevolmente posto a disposizione della Candito i dati contabili richiesti dell’associazione ” Riferimenti ” -dalla stessa presieduta -consentendo, in sua costante presenza, alla Candito di copiarli su una chiavetta e dopo che la Candito le aveva esposto le ragioni della sua richiesta, denunciava la Candito per reati insussistenti». Per questo, i magistrati hanno chiesto l’archiviazione e ha proceduto contro Musella per calunnia. Un’impostazione condivisa dal gip che non solo ha archiviato, nonostante l’opposizione di Musella, il procedimento nato dalla sua querela, ma ha anche ritrasmesso gli atti alla procura, invitando i pm a valutare se procedere contro la presidente di Riferimenti per calunnia.

LE AMMISSIONI DI MUSELLA In realtà, anche Musella, sia in esternazioni (a mezzo social e in sede di interrogatorio) successive alla denuncia, sia nell’ultima istanza presentata finisce per ammettere che la situazione era ben diversa da quella denunciata. A pagina 4 si legge infatti: «L’indagine parte da un articolo della giornalista Candito alla quale la Musella (..) consegna documenti dell’associazione», mentre a pagina 7 si legge «prima la Candito ottiene i documenti dalla Musella».

TENTATIVO DI BAVAGLIO? Se non è una confessione, poco ci manca. Tuttavia Musella che fa? Un passo indietro? Chiede scusa? Ammette l’errore? Assolutamente no. Se la prende con i giornalisti – del Corriere della Calabria, delle Iene e del Fatto quotidiano – tutti a suo dire partecipi di un complotto mediatico mirato a screditare la sua persona. Se la prende con i giudici (del medesimo Tribunale che fino a qualche tempo fa ricopriva di targhe, encomi e premi) che non avrebbero la serenità per esaminare il suo caso. Ma soprattutto, con le sue argomentazioni rischia di creare un precedente comodo per qualunque picciotto, gregario o boss che intenda “scappare” dalla sede naturale del processo in cui è imputato e al contempo imbavaglia la stampa che si occupa di cronaca giudiziaria.

LA TESI DI MUSELLA Cosa sostiene infatti la presidente di Riferimenti? Nonostante alle notizie relative ai suoi guai giudiziari sia stato dato ampio spazio non solo dai giornali locali calabresi, ma anche da quelli campani e persino nazionali, più diverse tv (Rai inclusa), Musella si dice vittima di una campagna stampa «che proviene in primo luogo dalla testata giornalistica della quale Alessia Candito fa parte». Anzi, specifica meglio poi, si tratterebbe di «un attacco personale alla Musella additata alla collettività come nemica della cittadinanza e dei calabresi, colpita nell’immagine del padre, al quale si allude additandolo come vicino alla massomafia».

LA SQUADRA Insomma, ci sarebbe un complotto. Ad ordirlo e curarne la scientifica realizzazione sarebbero stati – ça va sans dire – Alessia Candito, la redazione di Corriere della Calabria e il direttore Paolo Pollichieni, colpevoli di seguire puntualmente l’inchiesta giudiziaria nata anche grazie ad uno scoop della loro testata; Lucio Musolino, corrispondente per la Calabria del Fatto Quotidiano, pure lui colpevole di riportare notizie con puntualità; il programma tv “Le Iene” cui Musella ha concesso un’intervista sull’indagine di cui era oggetto, lasciandosi scappare un commento infelice sui calabresi, che a detta sua «hanno la mente piccola». Un «errore» – sostiene la presidente di Riferimenti – «diffuso in prima battuta dalle Iene, che avrebbero anche potuto omettere il passaggio (era un dialogo con il giornalista scaturito dalla risata di quest’ultimo) ma non lo fanno». Risultato? Una serie di commenti poco piacevoli sui social, che – sostiene Musella – l’avrebbero indotta a pensare di lasciare la Calabria.

ACCUSE VELATE In realtà, quella che sembra l’accusa più grave è solo velata, ma con mestiere messa giù in modo da suggestionare chi legge. «Si pensi che l’attacco giornalistico da parte di Alessia Candito – si legge nell’istanza – è intervenuto in un momento nel quale la Musella era al centro di cronache che la vedevano contrapposta alla amministrazione di Limbadi e alla cosca Mancuso: proprio nel febbraio 2016 aveva avuto assegnata per Riferimenti la abitazione confiscata ai Mancuso, quindi in un momento nel quale è maggiore il rancore della criminalità nei confronti della stessa».

LA MACCHINA DEL FANGO A cosa pretende di alludere Musella? Non è dato sapere. Di certo, appare quanto meno incauto definire “attacco mediatico” un’inchiesta, legittimata in seguito da un provvedimento del gip (che ha archiviato le accuse di diffamazione nei confronti della giornalista che l’ha redatta) e confermata dall’indagine della procura che ha iscritto la presidente di Riferimenti per truffa e appropriazione indebita. Altrettanto incauto, se non decisamente pericoloso per l’incolumità dell’autrice dell’inchiesta – che all’epoca della pubblicazione dell’articolo era già sottoposta ad un servizio di protezione per le minacce ricevute dai clan di Reggio, dove continua a vivere e lavorare – lasciar intendere qualche inesistente linea di continuità con il clan Mancuso. Eppure Musella, che tanto spesso ha ospitato giornalisti minacciati, lo dovrebbe sapere che la delegittimazione è l’arma preferita dai clan per isolare e poi attaccare chi ne scrive.

CHE BRUTTA COSA LA CRONACA Ma la presidente di Riferimenti sembra averne anche per i magistrati, non solo giudicati incapaci di essere imparziali nei suoi riguardi, ma anche probabilmente poco corretti. L’accusa è formulata sempre in maniera velata. «La notizia dell’interrogatorio del marzo 2017 della Musella ad opera della procura (del successivo interrogatorio del luglio sempre innanzi alla procura della Repubblica di Reggio Calabria non si saprà nulla) – si legge nell’istanza di remissione – è venuta a conoscenza della stampa a distanza di poco tempo dalla sua celebrazione e quel giorno la Musella è stata vista in procura dai due giornalisti Musolino e Candito». La presidente di Riferimenti sta forse accusando qualcuno di violazione di segreto d’ufficio? Cosa vorrebbe dare a intendere? Vuol dire forse che i magistrati che l’hanno interrogata hanno riferito il contenuto di quel colloquio ai giornalisti che quotidianamente – come lei stessa riconosce dell’istanza – frequentano procura e tribunale? Sarebbero accuse gravi, ma soprattutto manifestamente infondate, non fosse altro perché a pubblicare per primo la notizia la mattina dopo l’interrogatorio è stato “Il Quotidiano del Sud”, con un articolo a firma di Caterina Tripodi. E allora perchè si fa riferimento alla quotidiana attività di altri giornalisti? Che suggestione si vuole creare?

PAPA’ NON SI TOCCA Non è l’unico passaggio dell’istanza in cui la presidente ha giocato con le parole. Tra le tante lamentazioni di Musella, una riguarda quel che è stato scritto del padre, la cui memoria – a detta della presidente di Riferimenti – sarebbe stata infangata. In realtà, per dovere di cronaca, c’è da dire che quando si è scritto dell’ingegnere Musella – attorno al quale è stata costruita tutta l’attività dell’associazione della figlia Adriana – solo è stato fatto prendendo come riferimento dichiarazioni di pentiti definiti attendibili da sentenze passate in giudicato. Nello specifico, si tratta di quanto dichiarato dal collaboratore di giustizia Giacomo Ubaldo Lauro, che nel ’96 ha messo a verbale «A me risulta solo che davano i soldi per le azioni criminali per la ricerca delle armi e dell’esplosivo. Esplosivo che purtroppo ho procurato io nella quantità di circa 50 chilogrammi datomi dalla buonanima dell’Ingegnere Musella, il quale all’epoca aveva una cava a Bagnara dove glielo andai a chiedere io; mi serviva l’esplosivo perché mi era stato richiesto l’esplosivo». Nell’istanza di remissione presentata dalla figlia dell’ingegnere in questione, l’esplosivo tuttavia diventa semplicemente «recuperato presso la cava dell’ing. Musella».

MA MANCA UN TASSELLO Nulla osserva, invece, la Musella sulla, pur richiamata negli articoli a lei tanto indigesti, questione del suo ingresso alla Regione Calabria e sui concorsi affrontati per salire le varie tappe di una brillante carriera. Una semplice dimenticanza? Oppure il tentativo di evitare abbiano la giusta evidenza pubblica tempi, modi e metodi che hanno portato alla sua assunzione per chiamata diretta. E, a seguire, le mansioni lavorative assegnate, il luogo dove doveva svolgerle, l’ente che gliele conferiva e successivamente tempi e modalità di passaggio ai piani alti della Regione Calabria con una fulminate carriera certamente meritata sul campo, ma se così è perché non citare anche questo aspetto dell’attacco di cui oggi si dice vittima?

E ORA COSA SUCCEDE? Queste – in sintesi – le argomentazioni di Musella, che con la sua istanza chiede alla Corte di Cassazione di essere processata a Salerno. Si tratta di una tesi estremamente pericolosa innanzitutto perché mina il rapporto tra cittadino e giudice naturale, laddove qualcuno ritenesse, come fa la Musella, non solo di decidere da chi non essere giudicato ma anche di indicare chi dovrà giudicarlo. Pericoloso, poi, anche perché mira alla delegittimazione mediante imbavagliamento, per la stampa (tutta). Nel caso, poi, è singolare che la Musella abbia ritenuto che i giudici reggini fossero affidabili quando ha chiesto di giudicare e condannare i cronisti del Corriere della Calabria per diffamazione ai suoi danni, per poi ritenerli non meritevoli di altrettanta fiducia quando si è ritrovata a sedere lei sul banco degli imputati. Passasse l’idea secondo cui un attento seguito di una vicenda giudiziaria o processuale val bene un’istanza di remissione del procedimento ad altra sede, qualsiasi affiliato – picciotto, gregario o boss che sia – e qualsivoglia politicante, sarebbe legittimato a richiedere lo stesso trattamento solo perché il suo nome e la sua foto è finita sui giornali. Sulla stessa base, altrettanti potrebbero chiedere di riaprire tonnellate di inchieste già definite. Lo sdoganamento di una tesi di questo genere per la stampa significherebbe cancellare la cronaca giudiziaria dalle proprie pagine o dai propri palinsesti. Un silenzio che neanche le più pesanti minacce o le più restrittive leggi sono mai riuscite ad ottenere. E comunque, non basta qualche amicizia altolocata per pretendere tanto, se ne faccia una ragione la signora Musella.

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