3 Dicembre 2020

Tutto ruota intorno alla mattina del 30 ottobre dello scorso anno. Cosa faceva Luigi Galizia, unico imputato nel processo del duplice omicidio di San Lorenzo del Vallo dove persero la vita Edda Costabile e Ida Attanasio? La ricostruzione della mattinata in cui si è consumato il delitto, tramite le testimonianze che si stanno susseguendo nel corso del processo, è ricca di elementi e qualche contestazione ma fornisce tasselli che nella ricostruzione dei fatti affievoliscono e attenuano come un pendolo che oscilla la colpevolezza dell’imputato. Sfilano la lunga serie dei testimoni, innanzi alla Corte d’Assise presieduta dal giudice Garofalo, e di rilievo è certamente il racconto di Massimiliano Montone.

SCALA 40 Massimiliano Montone ha trascorso circa un’ora in compagnia di Luigi Galizia. I due nel bar di San Lorenzo hanno giocato a carte. E proprio la testimonianza di Montone sembra minare la sua sicurezza personale. «Ho ricevuto una chiamata anonima in cui mi veniva detto, con un finto accento siciliano, che mi ero messo in una cosa più grande di me. Mi dissero che una di queste mattine avrei trovato una sorpresa sotto casa – continua Massimiliano Montone – e che mi avrebbero tagliato la testa». Montone ha ricevuto la chiamata giorno 16 giugno una settimana dopo, come puntualizza l’avvocato Cesare Badolato, difensore insieme all’avvocato Francesco Boccia di Luigi Galizia, l’incontro proprio con gli avvocati per essere ascoltato e acquisire la sua testimonianza. Il 6 agosto la macchina di Massimiliano Montone è stata bruciata. «La mattina del 30 alle 9.36 ho ricevuto la chiamata di Luigi Galizia che mi invitava a giocare a carte al bar. L’ho raggiunto e abbiamo giocato a scala 40. Ho perso per 5 a 3». Pagata la giocata a carte i due si sono fermati sull’uscio del bar e hanno appreso la notizia, insieme agli altri clienti, di quello che era successo al cimitero, anche se «ancora non sapevamo chi fossero le persone uccise».

IL FRATELLO Seduto alla sedia dei testimoni c’è anche Salvatore Galizia. Il fratello di Damiano, ucciso da Francesco Attanasio, e Luigi che lo guardava dalla panca dietro le sbarre riservata agli imputati. «Mio fratello mi ha detto più volte che si sentiva seguito da una macchina. La notizia della morte di Damiano ci provocò oltre alla tristezza molta rabbia». Il sentimento, provato secondo il racconto da entrambi, però non sarebbe stato rivolto nei confronti delle due donne ma solo nei confronti di Francesco Attanasio, reo confesso dell’uccisione di Damiano Galizia. «Nella settimana che non riuscivamo a trovare mio fratello ho detto più volte – dice Salvatore – che ero preoccupato per lui, anche se non abbiamo fatto una denuncia formale». E sulla mattina del 30 aggiunge: «Lo abbiamo lasciato solo a farsi la doccia, io sono uscito subito dopo mio padre e siamo andati al bar, una cosa che facevamo solitamente di domenica».

GLI ALTRI TESTIMONI Alle domande del pm Giuliana Rana hanno risposto anche i proprietari del bar Aceto Enrico e Angelina Ciliberti che hanno fornito la loro versione dei fatti su quanto accaduto nel bar la mattina del 30 ottobre, tra gli altri è stato ascoltato anche Misurelli Giuseppe che fu tra i primi a udire i colpi di pistola al cimitero e che in modo secco alla domanda dell’avvocato Badolato ha riferito come quella mattina non abbia visto nel periodo in cui è stato al cimitero Luigi Galizia.

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