3 Dicembre 2020

La circostanza è stata raccontata questa mattina nell’ambito del processo. Il poliziotto, appartenente ai servizi segreti italiani, venne ucciso a Baghdad il 4 marzo del 2005, durante le operazioni di liberazione della giornalista Giuliana Sgrena

«La ’ndrangheta cosentina voleva uccidere Nicola Calipari». È quanto ha riferito questa mattina il vice dirigente della Squadra mobile di Reggio Calabria, Fabio Amore, nel corso del processo “‘Ndrangheta stragista”, arrivato alla seconda udienza, davanti alla Corte d’assise presieduta da Ornella Pastore. Amore, che assieme al dirigente Francesco Rattà ha firmato buona parte degli atti di competenza della polizia, si è soffermato parecchio sulla vicenda riguardante il poliziotto reggino ucciso durante le operazioni di liberazione della giornalista Giuliana Sgrena. Una vicenda che avevamo trattato qualche mese addietro, proprio in concomitanza con l’emissione dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Rocco Santo Filippone e del boss di Cosa nostra, Giuseppe Graviano. Oggi, Filippone ha deciso all’ultimo momento di rinunciare all’udienza, mentre Graviano ha seguito tutto tramite video conferenza.

Le minacce a Calipari

Amore ha passato in rassegna tutti i fascicoli processuali che riguardano l’attività della squadra mobile, con particolare riferimento proprio alla vicenda di Calipari, a cui, all’epoca in cui prestava servizio a Cosenza, fu affidata anche una tutela. Poi arrivò il trasferimento momentaneo in Australia per far sì che la situazione si calmasse. Il resto è storia nota.

In aula è riecheggiato più volte il suo nome e quelle minacce della ‘ndrangheta di Cosenza venute fuori dopo l’omicidio Cosmai.

Perquisizioni e sequestri

Amore ha poi ricordato anche la vicenda che riguardò la perquisizione ed il sequestro all’interno della redazione dell’Ora della Calabria, il 12 settembre del 2013, a seguito della pubblicazione di un articolo in cui si faceva riferimento alla strategia stragista e, per la prima volta, veniva fuori il nome di Rocco Santo Filippone come possibile mandante dell’omicidio Fava-Garofalo, con collegamenti fra Cosa nostra e ‘ndrangheta. Proprio in tale contesto, come all’epoca fu riportato nel pezzo “incriminato”, è emerso il nome di Giovanni Aiello, ex appartenente alla Mobile di Palermo, scomparso di recente per cause naturali, e ritenuto “faccia di mostro”, ossia l’autore di una serie di omicidi di Stato negli anni delle stragi. Tuttavia, ad oggi, il suo coinvolgimento non è stato mai provato. Il processo è stato aggiornato al 17 novembre prossimo per l’escussione di nuovi testi di pg.

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