Mar. Apr 20th, 2021

Colpo di scena al Palazzo di Giustizia di Torino durante il processo d’appello bis della maxi inchiesta, chiamata Minotauro, sulla ‘ndrangheta in Piemonte. Uno dei pentiti chiamato a testimoniare, Rocco Marando, ha ritrattato le precedenti deposizioni. Inoltre, ha anche lasciato intendere di essere stato in qualche modo “forzato”. Il suo difensore, l’avvocato Michele Polleri, in seguito a tali dichiarazioni ha dismesso l’incarico e ha lasciato l’aula. La Corte ha nominato un avvocato d’ufficio.
Minotauro è stata la più vasta inchiesta sulla presenza della ‘ndrangheta nel Nord Ovest. La causa in corso a Torino si celebra per ordine della Cassazione, che il 12 maggio 2016 aveva confermato 23 condanne ma ne aveva annullate alcune con rinvio. Gli imputati ora sono sei (un settimo è deceduto). Marando è componente di una famiglia di origini calabresi che da decenni si è stabilita in un paese del circondario di Torino. Il processo proseguirà con l’audizione di altri pentiti che in fase di indagini avevano consentito alla magistratura di ricostruire le infiltrazioni delle cosche nel territorio di Torino. Oltre ai vecchi testimoni di giustizia, verranno ascoltati tre nuovi pentiti: uno di loro è Domenico Agresta, che aveva già reso dichiarazioni nell’ambito dell’indagine milanese sull’omicidio dell’ex magistrato Bruno Caccia, assassinato nel capoluogo piemontese il 26 giugno 1983. Il processo bis su Minotauro riguarda sei imputati: un settimo, Giuseppe Nirta, era stato assassinato la scorsa estate in Spagna da alcuni uomini incappucciati mai identificati.
Era l’alba dell’8 giugno 2011 quando i carabinieri di Torino hanno arrestato 142 uomini, la maggior parte dei quali indagata per associazione a delinquere di stampo mafioso dediti al traffico di droga, al controllo di bische clandestine, alle estorsioni e non solo. Era l’operazione di “Minotauro”, che vedeva indagati in totale 180 persone, molte delle quali raggruppato in nove “locali” (gruppi con una base territoriale), un “crimine” (il braccio armato) e una locale “bastarda” (non riconosciuta dai vertici calabresi della ‘ndrangheta).

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