Il viaggio di Gratteri e Nicaso nei “fiumi d’oro” (e di coca) della ’ndrangheta

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“Fiumi d’oro”. È il titolo che Nicola Gratteri e Antonio Nicaso hanno scelto per il loro ultimo libro, che sarà presentato la prossima settimana e arriverà nelle librerie il 7 novembre. Il Corriere della Calabria, in esclusiva, ne anticipa i contenuti in uno con la decisione di Nicola Gratteri di accettare l’invito di Lilly Gruber, della quale sarà ospite il 10 novembre, per illustrare anche il percorso seguito nella realizzazione di un volume che segna una ulteriore importante evoluzione nello studio delle narcomafie e del peso, sempre più rilevante, che queste hanno nell’economia mondiale.
“Fiumi d’oro”, infatti, sono quelli che la cocaina genera e i narcotrafficanti indirizzano verso vari settori per ottenerne un riutilizzo lindo e insospettabile. Semplice riciclaggio, sia pure condizionato da numeri stratosferici? Assolutamente no. La debolezza dei mercati mondiali, in uno con la crisi della liquidità bancaria e con la costante crescita del fatturato proveniente dal traffico di cocaina, hanno reso la problematica ben più vasta e ristretto di molto i margini e l’arco temporale entro i quali occorre agire per impedire un controllo deviato e criminale di grossa parte dell’economia mondiale.
Anche in questa occasione, come per tutti gli altri volumi fin qui mandati alle stampe, Gratteri e Nicaso abbandonano il terreno dell’analisi generica (e salottiera) per restare fortemente agganciati all’esperienza maturata sul campo.
Le indagini coordinate da Gratteri hanno dimostrato che la ‘ndrangheta controlla l’80% del mercato europeo della cocaina, una percentuale che scende su scala mondiale ma che resta apprezzabile, visto che consente alle cosche controllate dai calabresi il governo di un flusso finanziario notevole: 46 miliardi di euro con riferimento all’Europa; poco più della metà, 30 miliardi di euro, nel resto del Mondo. I “fiumi d’oro” della sola ‘ndrangheta hanno quindi una portata di quasi cento miliardi di euro per anno solare. E siamo al solo mercato della cocaina ma, stando sul campo, Gratteri rileva la crescita anche del mercato dell’eroina. E anche in questo settore a controllare i flussi sono uomini dei clan calabresi che stringono alleanze con pakistani e mafia balcanica.
A far lievitare gli affari è stata la strategia della ‘ndrangheta che ha saputo intercettare, per usare le parole di Gratteri, «il cambiamento di usi, costumi e consumi nel campo dello stupefacente. Questo è avvenuto verso la fine degli anni Ottanta, quando la cocaina perde la sua connotazione sociale diventando una droga di massa. Il risultato è che oggi l’80% dei tossicodipendenti in Italia ed in Europa sono cocainomani anche se negli ultimi anni si sta registrando una ripresa del consumo di eroina (si è passati dal 5 al 7%) grazie agli effetti della guerra in Afghanistan».
Il fallimento delle campagne fin qui condotte dall’Onu vede un rafforzamento dei talebani che, nel deserto afghano, «ammassano tonnellate e tonnellate di eroina». I trafficanti hanno ripreso le rotte della Turchia, dell’ex Jugoslavia e anche quella del canale di Otranto. I prezzi oggi sono notevolmente più bassi e un grammo di eroina su piazza costa appena 25 euro. Gli “ingegneri” del narcotraffico, però, stanno lavorando con successo a nuove formule di trattamento chimico dell’eroina, in modo da renderla più fruibile sul mercato; il risultato è che oggi è disponibile eroina che, in luogo dall’essere iniettata in vena, può essere aspirata come si fa con la cocaina. «Gli effetti sono ritardati ma i costi sono minori e presto anche su quel versante avremo fiumi di danaro nella disponibilità del narcotraffico», spiega il magistrato.
Ed è grazie a questi “fiumi d’oro” che i produttori di cocaina hanno potuto mettere in sicurezza il loro comparto. Un esempio: Nicaso e Gratteri quando erano alle prese con la scrittura di “Oro bianco” si imbatterono nel «fenomeno dei precursori chimici», indispensabili per raffinare la cocaina. Ovviamente sono importanti anche per la normale attività dell’industria farmaceutica, tuttavia restava un problema enorme da chiarire: l’industria farmaceutica del Sud America aveva bisogno di un approvvigionamento annuo di un milione e mezzo di tonnellate ma ne importava, dai tre colossi che li producono, ben 21 milioni di tonnellate. Tutte con transazioni pagate in anticipo e con relazioni bancarie estero su estero. Chiaro a tutti che la differenza, ben 20 milioni di tonnellate, finiva nelle foreste amazzoniche per alimentare i laboratori della cocaina. «Cifre spaventose. Questi precursori – sottolinea Gratteri – vengono prodotti da tre sole multinazionali. Perché non vengono bloccati? Sarebbe un modo per arginare e abbattere il traffico di stupefacenti già alla produzione. Ebbene, quando queste domande le abbiamo poste in Sud America ci è stato risposto che le industrie chimiche sovvenzionano le campagne elettorali dei presidenti della Repubblica sudamericani». Successivamente, il rapporto con le multinazionali è stato ulteriormente blindato attraverso il mercato borsistico con l’acquisto di ingenti pacchetti azionari, grazie ai quali uomini di sicura affidabilità per i narcotrafficanti siedono nei consigli di amministrazione delle industrie farmaceutiche più blasonate.
“Fiumi d’oro”, dunque, che intossicano non solo milioni di persone ma sono anche capaci di mettere in crisi l’economia pulita di molte nazioni occidentali. «Creano – sottolinea Gratteri – un problema enorme anche sul piano economico. Se io immetto miliardi di euro sul mercato legale è ovvio che altero le regole del libero mercato e allo stesso modo posso drogare le regole di una libera democrazia fino a farla saltare. Io posso comprare alberghi, ristoranti e pizzerie ma se compro pezzi di giornali e televisioni acquisisco potere perché posso cambiare il pensiero della gente».
‘Ndrangheta ricca, “fiumi d’oro” ma economia povera in Calabria come nei paesi produttori della coca. Anche questo è frutto di una scelta di governo dei territori da parte delle cosche: «I flussi finanziari della droga per certi Stati possono essere un grande indotto per l’economia legale. Però bisogna anche tenere conto di un altro aspetto. In Sud America viene reinvestito solo il 9% del denaro ottenuto con la vendita della cocaina. Il resto del guadagno viene speso dai cartelli colombiani in Europa alla stessa maniera delle nostre mafie, che investono e comprano in Belgio, Olanda, Spagna, Portogallo, e Germania».
Tutta farina del sacco dei narcotrafficanti? «Non sarebbero così imbattibili – ammonisce Gratteri – senza i solidi rapporti con altri poteri esterni. Con la politica sicuramente molto forti, fortissimi con la massoneria deviata. Paradossalmente resiste ancora il sistema delle grandi banche. Posso dire che le incursioni della ‘ndrangheta nelle banche sono possibili soprattutto in quelle piccole a carattere locale. Sono più vulnerabili e avvicinabili in operazioni di riciclaggio perché i consigli di amministrazione sono costituiti soprattutto da gente del territorio. Le grandi banche internazionali e nazionali, invece, non rischiano grandi riciclaggi».
Con una sola eccezione che oggi la “Brexit” rende ancora più allarmante: «Posso confermare che la City londinese è la capitale del grande riciclaggio, perché il sistema normativo inglese è molto permeabile. Il Regno Unito è diventato una sorta di porto sicuro per gli investimenti dei capitali mafiosi e, altresì, un luogo dove trovare efficienti servizi per la realizzazione di complesse strutture societarie create al solo scopo di favorire il riciclaggio dei soldi sporchi. Ci sono soggetti e società di servizi che si adoperano al fine di costituire società schermo che vengono vendute “chiavi in mano”. Forniscono atti costitutivi, edifici, i soci e gli amministratori di facciata attraverso i quali agevolare la commissione di reati di natura finanziaria, fiscale e societaria. E le mafie sfruttano tutto questo».

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