Cemento selvaggio su tre quarti delle coste calabresi

Tra speculazioni edilizie, costruzioni pubbliche e sanatorie, i nostri litorali risultano tra i più compromessi in Italia. E assorbono soldi per la difesa dei fabbricati, innescando nuova erosione costiera. Con buona pace del turismo

C’è un conto che paghiamo ancora oggi a causa di errate politiche degli anni ’80. Una zavorra che pesa soprattutto sulla schiena del Sud e dei calabresi in particolare e che drena risorse senza però trovare una soluzione definitiva. È il prezzo dell’assalto indiscriminato alle coste. Una speculazione edilizia largamente sanata a partire dal primo condono del febbraio 1985 che ha messo una pietra tombale sulle responsabilità dei singoli, riversando però il costo per il mantenimento dello status quo sulla collettività.
Con un aggravante più. Quell’assalto ai litorali pesantemente cementificati dall’edilizia privata (ma anche il pubblico ci ha messo del suo) ha sfregiato per sempre il paesaggio compromettendo in alcuni casi la possibilità di “rivendere” in termini turistici intere aree della Calabria.
Il fenomeno è tutt’altro che marginale per la nostra regione, che risulta tra quelle più colpite dalla voglia di costruire via via sempre più a ridosso del mare.
I dati contenuti nel libro “Vista mare, la trasformazione dei paesaggi costieri italiani” di Legambiente assieme a Castalia, curato da Edoardo Zanchini e Michele Manigrasso e anticipati da Repubblica, ne sono la cartina al tornasole.
Dagli anni della speculazione edilizia selvaggia sulle coste la Calabria è uscita con le ossa rotte. Anni, quelli passati in rassegna dal libro – che verrà presentato a Roma il 14 dicembre prossimo – in cui in Italia si è cementificato a ritmi forsennati, proseguendo poi anche dopo la sanatoria del 1985 e nonostante l’approvazione della legge Galasso dell’agosto di quell’anno. I numeri dicono che tra il 1995 e il 2012 in Italia sono stati cementificati 302 chilometri di costa. Con ritmo stimato di 13 chilometri all’anno, 48 metri al giorno.
E, restando ai dati calabresi, il frutto di quel vero e proprio assalto si è trasformato nell’attuale situazione che vede ben tre quarti dei litorali ormai completamente cementificati e urbanizzati. Lunghe, anzi lunghissime scie di cemento a ridosso del mare – spesso conseguenza di quella speculazione selvaggia per lo più sanata negli anni – che fa conquistare il secondo gradino più alto della classifica nazionale per lunghezza di litorali coperti da abitazioni.
I dati parlano di ben 261 chilometri di costa costituiti da strutture pubbliche e private (seconde case, ville, palazzi e hotel) senza soluzione di continuità.
Un sfregio che – dopo l’ondata speculativa seguita dai condoni – ora l’amministrazione pubblica è costretta paradossalmente a difendere dall’azione erosiva innescata proprio da quell’assalto. Con la paradossale conseguenza di provocare ancor più danni a quel che resta dei litorali liberi. Visto che per difendere dai marosi i centri abitati (spesso frutto di speculazioni poi appunto sanate) negli anni si è ancor più irrigidita la costa con pennelli, scogliere artificiali e quant’altro. Provocando conseguentemente nuove erosioni costiere a sud dei manufatti.
Così tra coste compromesse dal cemento e altri litorali erosi dal mare, a pagarne il prezzo più alto è la bellezza dei paesaggi e, dunque, la capacità di attrarre in Calabria turisti e creare vera ricchezza per il territorio.




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