La geopolitica mafiosa della curva juventina

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Nel rapporto “Mafia e calcio” tutti i particolari sull’ingerenza della ‘ndrangheta nella tifoseria. Gli accordi chiusi in Calabria per far entrare nuovi gruppi nella spartizione dei proventi del bagarinaggio: «Abbiamo Rosarno e Seminara». Le prime infiltrazioni documentate nel 2012

«Andate avanti e non vi preoccupate, che abbiamo Rosarno, Barrittieri, Seminara, Reggio». Barrittieri è soltanto una frazione del comune di Seminara. Ma, tra i capi dei gruppi ultrà della Juventus, evoca un “potere” capace di spostare gli equilibri all’interno della curva. L’invasione dei clan – finalizzata alla gestione del bagarinaggio – è in corso da tempo. Da anni. E l’operazione biglietti ha l’avallo delle famiglie calabresi. Le “autorizzazioni” dei referenti della ‘ndrangheta per entrare nell’affare ci sono tutte e capi se lo raccontano al telefono: «E se ve lo dice lui sapete chi ve lo ha detto? Ve lo ha detto Rosarno! Ma chi vi tocca… ma chi vi tocca… andiamo avanti che veramente, abbiamo la possibilità di fare la guerra veramente…». Si parla di un nuovo gruppo legato alle cosche e pronto ad acquisire una fetta della torta. Anche il lessico richiama le faide. È quello di una parte della tifoseria più in vista d’Italia. In quel settore ultrà la scalata dei clan calabresi ha radici che affondano in un passato neppure troppo recente.

2012: LE PRIME INFILTRAZIONI «I primi segnali dell’interessamento della ’ndrangheta alle partite della Juventus sono emersi negli anni 2012-2013, “in un contesto del tutto inaspettato”, nel corso di un’indagine su un’associazione di tipo mafioso di origine rumena». Il rapporto “Mafia e calcio” della Commissione parlamentare antimafia approfondisce la storia di un tentativo di infiltrazione che avrebbe attecchito nei settori del tifo organizzato della società torinese. E rivela che «un collaboratore di giustizia aveva dichiarato che tra gli affari del sodalizio rumeno vi era “anche un’attività relativa alla cessione a terzi di abbonamenti per partecipare alle partite della Juventus e che questa attività era stata condotta previa autorizzazione di criminali di origine calabrese, con i quali il sodalizio mafioso rumeno trattava stupefacenti”». Una joint venture criminale con vista sullo Juventus Stadium. Nella quale il gruppo oggetto dell’inchiesta mostra grande “rispetto” per i presunti ‘ndranghetisti. Emerge, infatti, dalle intercettazioni «che il capo di questa associazione si era recato in Calabria al fine di essere autorizzato alla costituzione di un gruppo di ultras ( i “Templari”) che potesse avere accesso allo Juventus Stadium». Altro giro, altra indagine: questa volta la Procura distrettuale di Torino si occupa di un traffico di stupefacenti tra la Sicilia e il Piemonte «e il referente di questo traffico, per quantitativi molto cospicui, era Andrea Puntorno, il capo ultras del gruppo dei “Bravi ragazzi” – la cui zona d’influenza all’interno dello stadio comprendeva, quale sottosezione, quella dei templari – e che gestiva anch’egli un cospicuo numero di biglietti e abbonamenti, acquistati, sia pure con modalità di favore, dalla Juventus – e rivenduti a prezzi maggiorati in una redditizia attività di bagarinaggio».

STORIE DI TIFO E DI MAFIA Sono le conclusioni della Commissione, davanti a un meccanismo di «controllo, da parte di alcune famiglie di ‘ndrangheta, dei diversi gruppi del tifo organizzato della Juventus». È il contesto in cui emerge una delle figure più chiacchierate nella terra di mezzo che si apre tra clan e ultrà juventini: Rocco Dominello, «che, allora incensurato, è stato introdotto nell’ambiente societario della Juventus da Fabio Germani (fondatore di un’associazione di tifosi, anch’egli indagato – per concorso esterno in associazione mafiosa – assolto nel processo di primo grado e per il quale pende appello) e che si pone progressivamente come “facilitatore” nel difficile rapporto tra la società e i tifosi organizzati, spesso soggetti pluripregiudicati per gravi reati, quali ad esempio Dino Mocciola, leader dei “Drughi” (già condannato per concorso in omicidio), e Loris Grancini, leader dei “Viking”». La storia di Grancini si incrocia spesso con le aule di giustizia. Lo dicono le condanne riportate e i contesti descritti nei processi e nelle sentenze. Il suo nome, e non solo il suo, terrorizzava alcuni testimoni, tra i quali la vittima di un “regolamento di conti”. Che «nel verbale di dichiarazioni rese al pm il 13.2.2007, affermava di essere stato avvicinato nell’ottobre 2006 da alcuni calabresi, che gli riferivano che il padre di Romeo (noto agli archivi della polizia come affiliato alla ndrangheta, mentre Romeo è l’esecutore materiale di un tentato omicidio per il quale è stato condannato Grancini) voleva parlargli”; appena uscito dall’ospedale “era stato avvicinato da una persona vicina a Grancini, che gli aveva chiesto ‘gentilmente’ di cambiare versione, di ‘salvare il salvabile’”; nell’ottobre 2008 “veniva aggredito da tale Domenico La Greca, che lo accoltellava e lo accusava di essere un infame, proprio in relazione alle sue dichiarazioni nella vicenda di Grancini”».

LE DUE FACCE DI DOMINELLO Insomma, il rapporto tra pezzi della tifoseria juventina e settori delle cosche non si limiterebbe soltanto alla compravendita di biglietti. Che pure rappresentano una quota cospicua delle relazioni registrate dalla magistrature e riportate agli atti dell’Antimafia. Ci sono i «contatti e reiterati rapporti di Rocco Dominello e Fabio Germani con il security manager della Juventus, Alessandro D’Angelo, e con il responsabile della società per la biglietteria, Stefano Merulla. (…) Dalle intercettazioni risulta che sia Dominello sia Germani ricevevano una quota personale riservata di biglietti, anche cospicua. Dalla sentenza di primo grado emessa dal Gup del tribunale di Torino emerge peraltro che “gli interessi della ‘ndrangheta (…) riguardano in realtà la gestione dei tagliandi che la società calcistica ha destinato ai propri gruppi di tifosi organizzati e non anche quelli, infinitamente più limitati numericamente, dei quali Rocco Dominello ha potuto disporre proprio in virtù dei buoni rapporti instaurati con i rappresentanti della società”».
«La sentenza citata – continua la relazione – delinea chiaramente il duplice ruolo assunto da Rocco Dominello in tutta la vicenda: un “deferente tifoso”, come lo definisce il gup, dal lato dei rapporti con la società Juventus e, grazie al ruolo del padre Saverio, referente della ‘ndrangheta dal lato della gestione dei rapporti con i gruppi del tifo organizzato juventino».

IL CONTROLLO DEGLI ULTRÀ IN NOME DEL DENARO Mentre il primo rapporto «ha effetti estremamente limitati nell’ambito del presente procedimento, apparendo come un fatto secondario, di contorno e gli ha fruttato, oltre ad un innegabile prestigio personale (comunque significativo anche per la propria affermazione nel mondo della malavita organizzata), una fornitura “riservata” di biglietti e quindi ulteriori possibilità di guadagno, il secondo merita di essere più puntualmente analizzato in quanto è l’unico che in questa sede rileva». In merito a questi due versanti, infatti, secondo il tribunale «il punto nodale della vicenda in esame non è la forza di intimidazione esercitata dalla ‘ndrangheta sulla Juventus F.C. s.p.a., che è invece sottoposta al ricatto dei propri tifosi, bensì quella esercitata dal sodalizio sul mondo del tifo organizzato al fine di acquisirne il completo controllo» e Rocco Dominello, «anche accreditandosi presso la società calcistica Juventus come soggetto in grado di mediare con le frange più violente del tifo organizzato, ha per l’appunto assunto il ruolo di “garante ambientale” fra la ‘ndrangheta e gli ultrà, gestendo nell’interesse della cosca i rapporti con questo mondo». Nella vicenda processuale, tra l’altro, la Juventus non rivestiva la qualità di parte lesa. I magistrati quantificano i profitti della criminalità organizzata «derivanti dall’attività illecita di bagarinaggio, quantificati in circa 30mila euro a partita per uno solo dei gruppi di tifosi, e quindi in proporzione anche di molto superiori. Sintomatico della redditività dell’operazione è quanto accaduto a un tifoso svizzero che si è lamentato con la società per il costo spropositato di un biglietto di Champions League pagato 620 euro a fronte del prezzo ufficiale di 140 euro».

GEOPOLITICA (MAFIOSA) DI UNA CURVA La geopolitica della curva, inoltre, dimostrerebbe «l’esistenza di un sistema di ripartizione dei gruppi di tifosi organizzati fra diverse articolazioni locali della ‘ndrangheta, che non a caso devono prestare il proprio assenso all’ingresso in curva di nuovi soggetti in quanto ciò comporta evidenti ricadute di carattere economico. Si è inoltre già avuto modo di apprezzare come le decisioni di maggior rilievo e la definizione di contrasti particolarmente accesi siano devolute alla “casa madre” in Calabria. Nel corso delle indagini è stato addirittura possibile monitorare in tempo reale le operazioni che hanno portato all’ingresso di un nuovo gruppo di tifosi organizzati, insediatosi nella curva sud dello Juventus Stadium a partire dalla partita Juventus – Milan dell’aprile 2013». Dalle intercettazioni telefoniche e ambientali è emerso, infatti, che persone vicine ai Dominello «si stavano attivando per organizzare un nuovo gruppo di ultras, i “Gobbi”, che avrebbe dovuto occupare lo spazio prima occupato dai “Bravi ragazzi”. Per la costituzione di un nuovo gruppo ultras erano necessarie due autorizzazioni: una da parte degli ultras storici, una da parte della ‘ndrangheta». La sentenza del gup del Tribunale di Torino è pesante come un macigno: «Mafia e tifo ultras si saldano (plastica in questo senso è la riunione fra i Dominello, il capo dei Drughi e uno dei capi del neo gruppo Gobbi, Farina) non certo in vista di un comune obiettivo legato allo sport ma per lucrare denaro in specie con l’affare assai redditizio del bagarinaggio dei biglietti delle partite». Le conversazioni intercettate sono eloquenti: i nuovi gruppi, dopo aver ottenuto l’ok dalla Calabria, erano intoccabili.

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