La mangiatoia di Gesù e il letto della Monachella

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Pochi giorni fa Papa Francesco ha emanato il decreto che riconosce le virtù eroiche della Monachella di San Bruno e l’ha dichiarata venerabile. Siamo ormai alla vigilia di Natale 2017 e mi viene spontaneo pensare alla mangiatoia nella quale fu posto Gesù Bambino, fatta di paglia e fieno, e al letto della Monachella, fatto da un saccone riempito da foglie di mais, propriamente le brattee delle pannocchie, che fino alla mia infanzia costituivano in paese il materasso dei poveri.
Tradizionalmente la povertà della mangiatoia è considerata come una prova di umiltà del Dio che s’incarna, e molte canzoni natalizie sottolineano quell’aspetto. Altrettanto povera fu la casa tugurio della Monachella, che visse nell’accettazione senza lamenti della sua terribile infermità, immobile per sessanta anni sulla schiena: ventiduemila giorni e ventiduemila notti ininterrotti.
A me sembra che la povertà e l’umiltà dei due casi siano letture poetiche ma riduttive. Difatti, non mettono in risalto le responsabilità dei regimi politici che generavano quelle ingiustizie. Nel caso di Gesù, il regime romano che obbligò Giuseppe e Maria incinta a intraprendere un viaggio fino a Betlemme, e che alla fine lo condannò alla croce. Altrettanto criticamente si dovrebbe considerare il regime del Regno d’Italia, proclamato nel 1861, quindi poco prima della Monachella nata nel 1875, che devastò il Sud Italia condannando milioni di persone, soprattutto bimbini, a vivere scalzi, nudi, malnutriti e malati.
Dopo l’uscita del mio libro La Monachella di San Bruno (Edizioni Amazon in carta e/o e-book), si è ampliata la mia visione sulla sua vicenda ed è giusto che ne renda conto ai lettori. Già nel libro stesso avevo fatto notare che la Monachella diceva le preghiere e faceva le pratiche di pietà come le mie nonne, le zie e tutte le donne del paese. Ma più di tutte e tutti, lei fece una cosa incredibile, che ho appurato solo di recente grazie all’amica Dora Samà, episodio che mi è stato confermato dalla novantenne Serafina Varano.
L’episodio è questo. Intorno al 1950 una donna della provincia di Reggio Calabria, di cui nessuno ricorda il nome, veniva a Sant’Andrea a chiedere l’elemosina e si trascinava sulle ginocchia, fasciate da pezzi di copertoni di auto per non ferirsi, appoggiandosi e aiutandosi con le mani. Non aveva l’uso delle gambe, forse colpite da poliomielite o altra infermità. Strisciando tutto il tempo per le vie del paese, dove all’epoca le galline razzolavano in libertà, alla fine della giornata era sporca come ognuno può immaginare. Nessuno, proprio nessuno la voleva ospitare in casa per la notte. Solo la Monachella l’accettava in casa, le dava da mangiare e le faceva preparare un giaciglio per dormire. Quella mendicante fu l’unica persona che la Monachella ospitò per la notte.
Questo mi porta alla conclusione che non erano tanto le pratiche di pietà, ma i principi etici che fecero grande la Monachella. In effetti, credo che il tugurio della Monachella sia stata una cattedra di etica che trasformò il buio della miseria umana in luce di compassione. Proprio come la grotta di Gesù, che divenne cattedra di etica per risollevare gli ultimi di allora, i pastori, che vivevano disprezzati dalla società, i quali accorsero per primi ad adorare il neonato bambino dei forestieri.
Se la Monachella opererà un miracolo e poi un altro ancora, secondo la prassi della Chiesa potrebbe essere dichiarata prima beata e poi santa. A me sembra che la Chiesa dovrebbe venire a conoscenza di quell’episodio e giudicarla su quel miracolo d’amore da lei operato da viva, non da morta: ha preso in casa l’ultima delle povere, sporca e malata, che nessuno voleva.
Salvatore Mongiardo
23 dicembre 2017

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