Lamezia «compromessa», mafia e politica a braccetto dal ’91 a oggi

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Disordine amministrativo. Illegalità diffuse. Consiglieri comunali indagati. Normativa antimafia elusa nel “sistema” degli appalti. Tutte le ragioni per cui il consiglio comunale è stato sciolto

Nel tempo, nulla è cambiato. Dagli scioglimenti dei consigli comunali del 1991 e del 2002 la pervasività delle cosche nel tessuto economico, sociale e anche istituzionale del Comune di Lamezia Terme non è venuta meno. Appalti affidati con un “sistema” collaudato sempre alle stesse ditte. Affidamenti diretti a ditte non proprio immacolate, anzi. Non c’è solo l’operazione antimafia “Crisalide” alla base della relazione che il ministro dell’Interno Marco Minniti ha consegnato al Presidente della Repubblica, relativa allo scioglimento del Comune di Lamezia Terme. Ci sono i rapporti tra gli amministratori locali e le consorterie. E c’è una campagna elettorale caratterizzata «da una illecita acquisizione di voti che ha riguardato, direttamente o indirettamente, esponenti della maggioranza e della minoranza consiliare». C’è «disordine amministrativo» e un «diffuso quadro di illegalità» all’interno della macchina che dovrebbe gestire la cosa pubblica e curare gli interessi della collettività. Ma procediamo con ordine.

PREGIUDIZIO DELL’ORDINE E DELLA SICUREZZA PUBBLICA «Il Comune di Lamezia Terme (Catanzaro), i cui organi elettivi sono stati rinnovati nelle consultazioni amministrative del 31 maggio 2015, presenta forme di ingerenza da parte della criminalità organizzata che compromettono la libera determinazione e l’imparzialità degli organi elettivi, il buon andamento dell’amministrazione ed il funzionamento dei servizi, con grave pregiudizio dell’ordine e delle sicurezza pubblica». Con questa premessa il ministro dell’Interno Marco Minniti apre la relazione che consegna al Presidente della Repubblica. Sul piatto della bilancia non c’è solo l’operazione “Crisalide”, condotta dalla Dda di Catanzaro a maggio scorso contro esponenti della cosca Cerra-Torcasio-Gualtieri e che ha dato la stura all’insediamento della commissione d’accesso, visto il coinvolgimento nelle indagini di tre componenti del consiglio comunale, tra i quali il vicepresidente del consiglio Giuseppe Paladino, il consigliere (autosospeso per altro procedimento penale in corso) Pasqualino Ruberto (entrambi indagati per concorso esterno in associazione mafiosa in quanto avrebbero usufruito dell’appoggio elettorale della cosca), e la consigliera di maggioranza Maria Lucia Raso, fidanzata con uno degli arrestati.

RAPPORTI TRA AMMINISTRATORI E CONSORTERIE, NIENTE È CAMBIATO «I lavori della commissione hanno preso in esame, oltre all’intero andamento gestionale dell’amministrazione comunale, la cornice criminale e e il contesto ove si colloca l’ente locale, con particolare riguardo ai rapporti tra gli amministratori e le locali consorterie». Secondo le indagini condotte dalla commissione d’accesso, la campagna elettorale è stata caratterizzata «da una illecita acquisizione di voti che ha riguardato, direttamente o indirettamente, esponenti della maggioranza e della minoranza consiliare». Insomma, in continuità con quanto avvenuto nel 1991 e nel 2002, con i precedenti casi di scioglimento per condizionamenti mafiosi del Comune della Piana, le dinamiche non sono cambiate e resta «la pervasività delle quattro grandi organizzazioni criminali lametine e l’operatività degli stessi personaggi di spicco delle organizzazioni criminali dominanti su quel territorio». Inoltre, sottolinea il rapporto, «è stata rilevata una sostanziale continuità amministrativa, atteso che molti degli attuali amministratori hanno fatto parte, a diverso titolo, della compagine eletta nel 2010».

CONTESTO AMBIENTALE COMPROMESSO Secondo il rapporto, il contesto ambientale è «compromesso» e questo è dimostrato da una «sussistenza di cointeressenze, frequentazioni, rapporti a vario titolo tra numerosi componenti sia dell’organo esecutivo che di quello consiliare con soggetti appartenenti alla criminalità organizzata».

DISORDINE AMMINISTRATIVO E CONSIGLIERI INDAGATI Una rete intricata di rapporti e compartecipazioni tra amministratori e soggetti con precedenti penali viene, sottolinea il rapporto del prefetto, attestata dalla circostanza che un consigliere comunale e il proprio coniuge sono indagati per numerosi, gravi reati, tra i quali quello della bancarotta fraudolenta, insieme ad un libero professionista «che è in stretti rapporti di affinità con una dipendente comunale».
«Disordine amministrativo» e un «diffuso quadro di illegalità» sono alcuni degli aspetti che le indagini della commissione hanno colto all’interno del Comune di Lamezia Terme. Elementi che si sono rivelati «funzionali» per il mantenimento di rapporti – meglio definiti nella relazione come «assetti predeterminati» – con soggetti organici o contigui alla organizzazioni criminali egemoni e al consequenziale «sviamento dell’attività di gestione dai principi di legalità e buon andamento».

CONCESSIONE DI IMMOBILI A COOPERATIVE IN ODORE DI MAFIA Per 15 anni e gratuitamente l’amministrazione comunale ha concesso un immobile a una cooperativa sottoposta a indagini per indebite percezioni di erogazioni pubbliche. «L’organo ispettivo ha rilevato numerose criticità nella procedura di assegnazione del bene», per esempio nelle determina di affidamento non emerge «lo scopo sociale perseguito dalla cooperativa né le finalità di utilizzo dell’immobile». Tra l’altro alla procedura di assegnazione del bene ha partecipato la sola cooperativa la quale non garantirebbe alcuna affidabilità gestionale visto che le dichiarazioni contabili e gli ultimi bilanci di esercizio sono risalenti nel tempo. E mancano, secondo l’organo ispettivo, anche i requisiti minimi morali da parte dei soci e degli amministratori: due dei soci sono gravati da pregiudizi di natura penale e uno è «riconducibile ad esponenti della criminalità organizzata».

IL “SISTEMA” DEGLI APPALTI Aggiudicare appalti sempre alle medesime ditte, con un sistema di rotazione delle stesse, e attraverso il meccanismo delle proroghe ripetute il “sistema” permetteva alle ditte «un sostanziale recupero del ribasso delle opere e dei servizi». Questo modus operandi, sottolinea la relazione del ministro, «ha permesso di eludere le disposizioni in materia di informazioni antimafia».

L’APPALTO PER LA MENSA SCOLASTICA Un esempio di questo sistema è l’appalto per il servizio di mensa scolastica. La gara è stata aggiudicata, per il periodo 2016-2019, a febbraio scorso ad una impresa che aveva già svolto lo stesso servizio e il cui socio di maggioranza è gravato da precedenti penali. Tra l’altro la commissione ha rilevato nella procedura in questione numerose irregolarità e anomalie «sia in sede di nomina e sostituzione dei componenti la commissione giudicatrice si aia ordine alle modalità di valutazione delle offerte».
Ad aprile il prefetto di Catanzaro ha messo nei confronti dell’impresa certificazione di interdittiva antimafia e a maggio il Comune ha revocato l’affidamento. Tra l’altro la stessa società, fino ad agosto 2017 deteneva anche il 20% del capitale sociale di un’altra società a sua volta destinataria, da gennaio 2016, di una interdittiva antimafia.

GESTIONE DEL VERDE PUBBLICO Altro caso emblematico riguarda la gestione del verde pubblico affidato con un ripetuto ricorso ad assegnazioni dirette «sulla base di infondati motivi di urgenza».
Negli anni 2016-2017, infatti, l’ente ha permesso a una cooperativa di essere destinataria di più affidamenti e successive proroghe. Questo grazie a un sistema di frazionamento delle prestazioni e delle relative spese «in elusione della normativa di settore». Alle condotte ritenute illegittime si unisce una certa sciatteria. Infatti, per la manutenzione del verde pubblico, anziché procedere ad una unica gara e alla dovuta pianificazione, per assicurare alla città un servizio omogeneo e costante, l’amministrazione ha ripetutamente fato ricorso all’affidamento diretto attraverso singole determine «alcune delle quali prive della corretta identificazione del luogo ove effettuare la manutenzione ed altre addirittura mancanti del periodo di durata della prestazione del servizio».
«Emblematico in tal senso – è scritto nella relazione del ministro – si è rivelato l’esame di due determine dirigenziali con la prima delle quali il decoro del verde pubblico è affidato con un importo di 160mila euro alla cooperativa facente parte di una Ati e, solamente quattro mesi dopo, lo stesso servizio è nuovamente affidato alla stessa Ati per un importo di 50mila euro».

MANUTENZIONE DELLE STRADE COMUNALI Nei rari casi in cui l’aggiudicazione di un lavoro avveniva mediante procedura ad evidenza pubblica, l’ente affidava poi alle imprese aggiudicatarie ulteriori lavori anche di altra tipologia. Ad agosto 2016, per esempio, sono stati aggiudicati lavori per la manutenzione stradale per l’importo di 270mila euro a una ditta alla quale a novembre e dicembre 2016 sono stati assegnati altri lavori, e senza alcuna gara, per un importo di 40mila euro, soglia che supera il tetto previsto dalla normativa comunitaria per gli affidamenti diretti».
Tra l’altro, le forze dell’ordine hanno messo in rilievo come il titolare dell’impresa aggiudicataria «è persona gravata da numerose segnalazioni all’autorità giudiziaria per per diverse fattispecie di reato ed ha rapporti di frequentazione con soggetti riconducibili alla locale criminalità organizzata e che alcuni dipendenti dell’impresa sono indagati per indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato».
L’attività degli ispettori inviati dal prefetto di Catanzaro ha riportato un quadro di «condizionamenti nell’amministrazione comunale di Lamezia Terme, volti a perseguire fini diversi da quelli istituzionali, che hanno determinato lo svilimento e la perdita di credibilità dell’istituzione locale».

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