L’appello di De Masi: «Non sono un eroe, ma statemi vicino»

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Dopo le condanne al boss Crea, parla l’imprenditore della Piana che ha denunciato il racket e vive sotto scorta da anni: «Sono una persona normale, ho fatto solo il mio dovere, ma mi chiamano sbirro e infame. Non gioisco per chi va in carcere, ma spero che i cittadini si riapproprino della loro libertà»

Il giorno dopo le condanne al boss Teodoro Crea e al figlio Giuseppe, a Rizziconi, nella Piana di Gioia Tauro, l’aria è pesante. Lo è soprattutto per Antonino De Masi, l’imprenditore che assieme al padre ha denunciato le estorsioni subite dal clan locale e che, da anni, vive sotto scorta, con l’esercito a presidiare la sua azienda. Del coraggio di De Masi si è detto e scritto tanto, ma oggi più di prima l’imprenditore rischia l’isolamento, così come rischia di farsi strada l’idea che a mandare in carcere i Crea sia stato lui e non, piuttosto, le loro azioni criminose. Tornano allora in mente le parole dette nel 2013 in una manifestazione a Rizziconi dall’allora procuratore di Reggio Federico Cafiero de Raho: «Chi tocca Nino De Masi tocca uno di noi. E sarà così per tutti. Se la ‘ndrangheta tocca uno solo di noi è guerra. Lo Stato muoverà tutte le sue pedine per fare giustizia». Il Corriere della Calabria lo ha contattato per fargli qualche domanda dopo la sentenza.

De Masi, giustizia è stata fatta?
«Sono un cittadino normale, un imprenditore che ha fatto solo il proprio dovere. Non sono un eroe, né un personaggio, né aspiro ad essere un paladino di qualcosa. Sono state compiute delle azioni nei miei confronti, ho esposto quello che è successo alla magistratura, di cui continuo ad avere piena fiducia, gli inquirenti hanno fatto le loro indagini, è stato fatto un processo e gli imputati sono stati condannati. Ma li hanno condannati non perché io li ho denunciati, ma perché loro hanno commesso delle azioni illegali. La durezza delle pene è anche figlia della recidività. Io ho fatto solo il mio dovere, nel momento in cui qualcuno ha cercato di violare i miei principi mi sono ribellato. Spero che serva a cambiare pagina. Ma non gioisco delle persone che vanno in carcere».

Uno dei figli del boss è tuttora latitante. Ha paura?
«Sono una persona che ragiona, quindi certo che ho paura. Non vivo con uno stato d’animo sereno, ma la paura la combatto con la convinzione di essere nel giusto, con la certezza di aver fatto la mia parte. E so che intorno a me c’è una parte di Calabria che mi fa scudo. So, dopo i tanti “messaggi” poco piacevoli che – direttamente o indirettamente – ho ricevuto negli anni, che qualcuno può pensare di poter reagire facendomi del male, ma sono sicuro che in questo caso, come disse il procuratore De Raho, la società civile si ribellerebbe».

A Rizziconi si sente messo ai margini, isolato?
«Le mie aziende sono un presidio di legalità. Quindi mi appello ai calabresi per dire: stateci vicino, perché è stato fatto e si farà di tutto per farci terra bruciata attorno. Siamo ritenuti “infami” e “sbirri”, è stata attuata la strategia di allontanare la gente dalle mie aziende. Noi invece siamo portatori di speranza. Per questo vorrei che arrivasse dalla società civile un segnale vero di vicinanza. Perché qui ora io sono l’anomalo, sono una persona considerata fuori posto. Il mio paese era un simbolo di intraprendenza economica, di vitalità, invece negli anni ha perso questa forza, e anche la dignità di reagire. Non lo riconosco più, spero che cittadini si riapproprino della loro voglia di vivere liberi da ogni vincolo».

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