Stragi del ’93-94, Villani: «Faccia di mostro era uno dei pupari»

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Per il pentito Giovanni Aiello era «anello di congiunzione tra ‘ndrangheta, mafia e camorra, incaricato della destabilizzazione dei territori». E ha lavorato agli attentati che hanno colpito i carabinieri, come alle bombe esplose in Sicilia e «in continente»

«Dopo l’ho anche riconosciuto, vi ricordate dottore?». Il procuratore aggiunto Lombardo annuisce, ma non permette a Consolato Villani di distrarsi e perdere il filo. Sentito come testimone al processo “’Ndrangheta stragista”, il collaboratore, che da diciassettenne ha firmato insieme a Giuseppe Calabrò i tre agguati che fra il dicembre 93 e il febbraio ’94 sono costati la vita ai brigadieri Fava e Garofalo, sta affrontando un passaggio chiave. Per la reale lettura di quegli episodi, ma anche per la sua stessa vita. «Io – ammette Villani – sono stato usato». Come un pupo sacrificabile è stato incaricato neanche maggiorenne dei tre agguati con cui la ‘ndrangheta ha affermato la propria partecipazione alla strategia che negli anni Novanta doveva destabilizzare l’Italia. E uno dei pupari – ha svelato oggi in aula – era Giovanni Aiello, l’ex poliziotto della Mobile di Palermo, indicato da più di un pentito come il misterioso killer di Stato “Faccia di mostro”, morto nell’agosto scorso sulla spiaggia di Montepaone Lido.

MERCENARI DELLA DESTABILIZZAZIONE «C’era questa coppia – dice il pentito, con la voce che sembra abbassarsi di un tono – erano due mercenari. Lui era brutto, facile da riconoscere, perché sul lato destro del volto sembrava come mozzicato. Lei era bionda, con i capelli, fino alle spalle». Nino Lo Giudice – spiega Villani – «li incontrava, ma non mi permetteva di assistere. Dovevo solo accompagnarlo. Non so perché si vedessero, ma da loro mi ha sempre messo in guardia. Mi ha detto che erano l’anello di congiunzione fra ‘ndrangheta, camorra e mafia. Quando c’erano territori da destabilizzare, se ne occupavano loro». E che «hanno lavorato sia per gli attentati ai carabinieri, sia per le stragi in Sicilia e in Italia».

ESPERTI DI ARMI ED ESPLOSIVO Da Giovanni Chilà prima e da Lo Giudice poi, il pentito racconta di aver appreso che «erano esperti di armi e di esplosivo». E soprattutto la donna – sottolinea Villani – «mi diceva Lo Giudice che era pericolosa, più pericolosa dell’uomo». Neanche Lo Giudice si fidava di loro. «Forse per questo – dice Villani – aveva chiesto ad Antonio Cortese di seguirli. Cortese mi ha detto di aver fatto dei pedinamenti, delle foto nel basso soveratese, ma anche degli attentati per conto di Nino e Luciano». Nonostante questo, gli incontri sono andati avanti a lungo. «Anche nel periodo in cui al mio processo d’appello è stato sentito per la prima volta Gaspare Spatuzza».

IL DISEGNO EVERSIVO Il pentito palermitano è stato il primo a mettere in connessione gli attentati calabresi del 93-94 con la strategia di destabilizzazione cui sono da ricondurre le bombe di Firenze, Milano e Roma. Anche quella inesplosa all’Olimpico, che avrebbe dovuto provocare una strage. Erano tutte – emerge dall’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Lombardo, sfociata nel processo “’Ndrangheta stragista” – parte di un disegno eversivo che, attraverso varie e differenziate fasi di intervento, puntava a mandare al potere un governo amico, in grado di sostituire i vecchi e non più affidabili interlocutori politici. Un piano di cui Villani è stato inconsapevolmente parte.

«L’HO RIVENDICATO IO» Sebbene solo quando la rapidissima scalata alla gerarchia mafiosa gli ha consentito di avere accesso alle informazioni che gli hanno permesso di ricomporre il mosaico di cui è stato protagonista, già all’epoca degli attentati Villani aveva capito che non si trattava di un “lavoro” come tanti. E non solo perché mai nessuno gli ha torto un capello nonostante quell’omicidio fosse contrario alle regole di ‘ndrangheta su cui era stata fondata la pace fra i clan nel ’91. «Dopo l’omicidio dei carabinieri, sono stato io a fare la rivendicazione. Calabrò mi ha dato il numero di telefono, mi ha detto cosa dovevo dire e come. Mi disse che avrei dovuto fare una rivendicazione con ulteriori minacce, dicendo che quello era solo l’inizio e che sarebbero stati tutti massacrati». In sintesi – dice – «doveva essere un attacco terroristico, una minaccia allo Stato. Lui mi parlava di una sigla, che avrebbero dovuto fare delle minacce, qualcosa tipo Falange armate».

ANCORA SANGUE E la scia di sangue non avrebbe dovuto fermarsi all’omicidio dei carabinieri Fava e Garofalo. Nel mirino c’era anche un’altra pattuglia. «Dovevano morire anche loro – assicura Villani – e infatti io vidi che quello alla guida si muoveva ancora e mi avvicinai per sparare con il fucile, mentre quello lato passeggero era fermo, sembrava morto. Sentimmo la sirene e ce ne andammo, per poi scoprire che non erano morti». Ma a differenza dei precedenti attentati, questa volta l’obiettivo era ben determinato. «Calabrò mi disse – afferma Villani – che avremmo dovuto colpire una gazzella che andava da Melito a Reggio o al contrario, non ricordo. Era una ben determinata, perché viaggiava con un plico di documenti». Di che tipo e come Calabrò ne fosse a conoscenza, il pentito non lo sa. All’epoca non si è neanche preoccupato di chiederlo. Era solo colpito dalla determinazione con cui Calabrò non solo pretendeva di procedere con gli omicidi, ma anche con la sfida alle istituzioni. «Dopo l’omicidio, prima andammo in Duomo dove c’erano i preparativi per il funerale e una protesta contro la ‘ndrangheta, poi alla morgue. Abbiamo visto i cadaveri, uno era col volto coperto, l’altro no. Ci fermammo per un po’, per poi andare via». E sulla strada del ritorno, a lungo hanno commentato l’impresa. Commenti che oggi Villani non riesce neanche a riferire.

IL FILO NERO DELLE ARMI Ma questo non è l’unico filo che lega quella stagione di sangue a trame ben più complesse, che si spingono ben oltre i confini della Calabria. Anche le armi cantano la stessa canzone. Soprattutto quelle smerciate dai Carella, con cui Calabrò era in contatto. «Sapevo che si trattava di arti inertizzate che loro sapevano come rendere efficaci. Arrivavano senza matricola, dal Piemonte, forse dalla zona di Torino. È la stessa in cui si erano stabiliti i parenti dello zio di Calabrò, Rocco Filippone». Uno degli ‘ndranghetisti più potenti e invisibili all’epoca degli attentati. Uno di quelli che poteva avere a che fare con quella “clandestinizzazione delle Beretta” che avrebbe permesso di far uscire direttamente dalla fabbrica casse su casse di armi inertizzate destinate al mondo dello spettacolo, finite in mano a frange nere dell’eversione, pezzi deviati dei servizi e uomini dei clan, tutti in grado di renderle efficaci. Armi che poi avrebbero firmato delitti diversi e apparentemente slegati fra loro, come quelli commessi dalla tuttora in parte misteriosa banda della Uno bianca.

LA CAMERA DECISIONALE Dettagli su cui Villani sembra non sapere nulla. Anche perché afferma – solo ai livelli più alti – si ha la conoscenza piena di dettagli e strategie. «Il vero potere ce l’ha lo ‘ndranghetista massone. Se non si è massoni, si ha un potere solo a metà». E a Reggio – afferma – tali sono «Paolo Romeo e Giorgio De Stefano. Penso lo fosse anche Rocco Filippone, lo diceva Giovanni Chilà». Per Villani, «se c’era da aggiustare un processo, anche in Cassazione, si parlava di Romeo e De Stefano. Avevano in mano anche la politica. Se a Reggio Le cose non vanno bene è perché a Reggio i politici sono pupazzi che eseguono i loro ordini». Ma forse – emerge dall’inchiesta – non solo a Reggio.

Alessia Candito

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