TRATTA DONNE; GRATTERI: ADESCATE CON PROMESSA LAVORO IN ITALIA

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Procuratore capo Catanzaro: in discussione libertà persone

“Promettevano loro di farle lavorare onestamente in Italia, di farle diventare parrucchiere o commesse ma già nel loro viaggio verso l’Europa, già nei campi libici venivano costrette a prostituirsi. L’organizzazione criminale che le sfruttava prendeva in fitto delle aree di stazionamento, forniva alle ragazze di tutto anche i preservativi e cominciava lo sfruttamento”. A raccontare i primi dettagli dell’operazione ‘Locomotiva’ che ha portato all’arresto di sette persone per sfruttamento della prostituzione, tratta di esseri umani e riduzione in schiavitù, è il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri. Grazie a questa operazione, condotta dai carabinieri del Gruppo di Lamezia Terme, coordinata dalla Dda del capoluogo, sono state liberate circa 100 giovani nigeriane costrette a prostituirsi per strada in diverse zone tra Lamezia e Rosarno, tra le quali la stazione di Sant’Eufemia Lamezia. Qui, nei pressi del tratto ferroviario, in zone seminascoste vicine ai parcheggi, proprio dove si trova il monumento di una locomotiva, le giovani sostavano in attesa di clienti. Nella mente la paura di non portare abbastanza denaro alle madam che le gestivano. La paura, inoculata nella loro mente, di quello che un rito vodoo detto “juju” potesse scatenare se non avessero obbedito agli ordini. E poi l’assenza di documenti, sequestrati dalle loro aguzzine, le punizioni (restare senza cibo, e anche qualche botta) se non avessero portato abbastanza denaro fino a “riscattare” quel debito contratto per arrivare in Italia: 30mila euro. “Qui si tratta – ha proseguito il procuratore Gratteri – di preoccuparci della libertà delle persone”.

BOMBARDIERI: VITTIMA DENUNCIÒ FATTI SCORSO GENNAIO

Si continua a indagare per appurare se ci sia mano criminalità organizzata locale

Durante la conferenza stampa sull’operazione ‘Locomotiva’ che ha portato all’arresto, questa mattina, di 7 persone accusate di traffico di umani e prostituzione, si è appreso che a denunciare questo stato di cose, a gennaio 2017, fu proprio una delle vittime “terrorizzata – racconta il procuratore aggiunto Giovanni Bombardieri che ha seguito l’indagine insieme al sostituto Debora Rizza – di quello che le sarebbe potuto accadere. Perché le madam avevano “la gestione materiale della vita di queste ragazze”, ha spiegato l’aggiunto, “compreso l’aborto”. Avevano creato una vera e propria rete in Calabria per gestire le giovani nigeriane. Si sentivano spesso tra di loro, si davano dei consigli per calmare e soggiogare le più recalcitranti. Le vittime erano sottoposte a pressioni psicologiche fortissime dettate dall’ancestrale paura dei riti vodoo ma anche dall’intervento, in taluni casi, degli stessi familiari, chiamati in causa proprio dall’organizzazione che le sfruttava. Un’organizzazione dotata di una rete ben organizzata e di figure, i “connection man”, capaci, pagando 5000 dinar libici (circa 2500 euro) di corrompere le guardie dei campi libici e far fuggire le ragazze, come ha raccontato il comandante della Compagnia di Lamezia, Pietro Tribuzio. Ma non era una fuga verso la libertà, al contrario. Era l’inizio di una corsa crudele verso l’affrancamento da quel debito che era una catena. Qualcuna, è emerso dalle indagini, riusciva ad affrancarsi. Allora riceveva la libertà e veniva additata dalle madam come esempio e sprone alle altre, per fare meglio, guadagnare di più, spingere l’acceleratore sullo sfruttamento del loro corpo. Qualcuna, dopo l’affrancamento diventava a sua volta madam.

Quanto l’affare fosse lucroso lo spiega il colonnello Massimo Ribaudo che guida il Gruppo di Lamezia Terme. “Parte dei proventi della prostituzione – ha detto Ribaudo – venivano messi in una cassa comune e usati per l’acquisto di nuove donne”. Donne che, una volta giunte in Italia, venivano “smistate” su tutto il territorio. Si hanno notizie di contatti dell’organizzazione criminale con Foggia o Napoli. In corso di perquisizione sono stati trovati anche dei registri con in nomi delle ragazze e le cifre guadagnate. Un’attività di indagine fatta di intercettazioni, pedinamenti, che ha permesso di confutare quanto la giovane nigeriana avesse raccontato ai militari di Lamezia Terme. La Procura lametina, guidata da Salvatore Curcio, ha trasmesso per competenza gli atti alla Dda di Catanzaro che ha portato ai sette fermi di martedì. Ma le indagini non si fermano perché da alcune intercettazioni sarebbe emerso che l’organizzazione doveva pagare per “piazzare” le ragazze in alcune aree. Per confutare questi dati, per capire chi dovesse essere pagato e se c’è la longa manus della criminalità organizzata locale, gli investigatori cercano ulteriori riscontri.

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