3 Dicembre 2020

La sua è una storia che tutti i nati dagli anni ’80 in poi devono
conoscere. E che lui aveva il diritto-dovere di raccontare. E’ uscito da poco “Io corro da solo” (2017, Gemini Grafica Editrice) , il libro scritto da Francesco
Panetta, sidernese di origine, campione mondiale nei 3000 siepi e vice campione
iridato nei 10.000 ai campionati del 1987 a Roma. Sono i due momenti apicali della
sua splendida carriera di atleta, insieme al titolo di campione europeo nei 3000
sipei a Spalato nel 1990.
Ma Francesco ha vinto pure una miriade di altre competizioni, sin dai tempi della
militanza giovanile all’Usal Siderno, prima di spiccare volo verso quella Milano che
a tutt’oggi è la sua città.
Un talento naturale, il suo, coltivato dai tempi in cui uscendo da scuola correva tra
uliveti, fiumare secche e spiagge meravigliosamente deserte. «Perché – come
spiega la quarta di copertina – correre è uno stato d’animo, è un modo di essere.
Correre è uno stato di grazia! Io sono stato esattamente questo! Uno stato di
grazia! Io sono stato la corsa».
Il “Frank” – così iniziarono a soprannominarlo all’inizio della sua esperienza
milanese è sempre rimasto fedele a sé stesso, e ha sempre detto quello che pensava.
A costo di furibondi scontri con il suo primo allenatore Giorgio Rondelli o acerrime
rivalità con gli avversari di un tempo, come Stefano Mei e il marocchino Said
Aouita. Che si trattasse del “bullo” – oggi lo chiameremmo così – più grande ai
tempi della sua adolescenza (e che Francesco seminava facilmente con una delle
sue mitiche corse) o della selva di giornalisti sportivi sempre pronti a sollevare il
caso negli anni della sua maturità sportiva, Francesco, anzi…”Il Frank” ha sempre
affrontato tutti a muso duro.
A Siderno non viene più da anni, ma a noi, che lo ricordiamo agli esordi della sua
attività, correre coi capelli lunghissimi e gli occhiali spessi da miope sulla
circonvallazione – tra gli sguardi perplessi e anche un po’ ironici dei compaesani
del tempo, poco avvezzi alla pratica del podismo – fa molto piacere che i primi tre
capitoli del suo libro siano dedicati alla “sua” Siderno: quella dei cortili e delle
strade con poche macchine, della prima gara vinta battendo il temibilissimo
avversario dell’epoca Benito Belligerante – a quest’ultimo è dedicato il terzo
capitolo del libro – e quella degli anni dell’età più verde, quando aspettava per
mesi il ritorno del padre imbarcato, che un giorno gli regalò il suo primo paio di scarpe Adidas SL76 che, insieme ai pantaloncini di raso rosso cuciti dalla mamma,
costituirono il suo primo equipaggiamento “tecnico”, sostituendo i jeans tagliati e
le infradito ai piedi.
Da Siderno a Milano, da Francesco a “Frank” il passo fu breve. La città divenne in
breve tempo familiare, coi suoi amori giovanili, le trasferte da una parte all’altra
della città per allenarsi, le corse contro il tram e la prima utilitaria di proprietà, una
“A112” che lo affrancò per qualche tempo dalla dipendenza dai mezzi pubblici.
Chi si aspetta di trovare nel libro tabelle di allenamento e consigli tecnici sulla
corsa, ha sbagliato strada. Francesco, infatti, diffida dagli ex atleti che dispensano
consigli e indicazioni agli appassionati che, come dice lui «Corrono per moda
o…”like a deejay”»; no, nel libro ci sono tantissimi aneddoti vissuti dal ragazzo
Francesco, prima ancora che dall’atleta. Certo, i due aspetti s’intersecavano
inevitabilmente, ma dalla lettura tutta d’un fiato delle pagine del libro, si coglie
tutta la sua essenza più vera. Dal disprezzo dell’uso del doping da parte di molti
colleghi che abbassavano lo sguardo quando incrociavano il suo a quella
prestigiosa competizione internazionale di fine carriera in cui aiutò il suo
“successore” e amico Alessandro Lambruschini a rialzarsi fino a condurlo alla
vittoria finale.
Lui che odiava il doping e diffidava dagli intrugli a base di integratori, una volta
vinse una gara che non avrebbe dovuto correre (visto che non era in programma)
dopo aver ingurgitato a pranzo, pizza, due birre medie e una porzione di
profitterol.
Lui che dopo una notte passata in treno viaggiando per Milano con suo zio, non
potette completare la gara, per disputare la quale l’Usal Siderno finanziò la sua
trasferta con una riffa, per un banale infortunio in una camera d’albergo presa la
sera prima.
Lui che mal tollerava le strategie di gara imposte dagli allenatori e preferiva, da
buon “front runner” imporre il suo ritmo fin dall’inizio.
Tra i tanti aneddoti narrati, c’è perfino uno clamoroso del dopo gara, qualche ora
dopo la sua vittoria più bella, che avrebbe potuto avere conseguenze più gravi, per via di un incidente diplomatico che si stava, involontariamente, creando.
Ci manca, Francesco Panetta.
Ci manca quella Siderno di un tempo che fu, quando le pay tv non esistevano e ci si
radunava nella sala di un cinema per assistere alla proiezione in diretta delle sue
gare. Ci mancano le sfilate e i caroselli di auto dopo ogni sua vittoria e ci mancano
anche quei treni a lunga percorrenza che permisero le sue trasferte a Milano.
Le sue vittorie diedero la stura alla creazione di un grande movimento che mise
Siderno, negli anni ’90, al centro dell’atletica nazionale, con i “Giochi Ionici”
organizzati nello stadio comunale che vantava una pista di atletica all’avanguardia.
Un esempio, il suo, che le giovani generazioni di sportivi così avvezzi alle scarpe
più evolute e agli integratori di ultima generazione devono conoscere, per
riscoprire i valori dello sport, quello con la “S” maiuscola, che lui, nella sua gloriosa
carriera, ha saputo incarnare come pochi altri al mondo.

GIANLUCA ALBANESE

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