Il gruppo Perna “risparmiava” per corrompere i giudici

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Il racconto del pentito Luca Pellicori in aula. L’idea di fuggire in Brasile e cambiare identità, gli appoggi in città e la contabilità della droga. Incassi tra 50 e 60mila euro a settimana. «Il capo ha dei prestanome a cui ha intestato Ferrari, Lamborghini e case»

«Ogni tanto facevo firmare anche a Marco Perna i fogli dove tenevamo la contabilità in duplice copia, la prudenza non è mai troppa». Luca Pellicori, collaboratore di giustizia, fa conti in tasca al gruppo di Marco Perna, accusato di aver organizzato un’associazione dedita allo spaccio di sostanze stupefacenti a Cosenza. Pellicori, difeso dall’avvocato Michele Gigliotti, prima di collaborare con i magistrati era l’uomo più vicino all’accusato e i dettagli, che non lesina, definiscono un racconto dove ad intrecciarsi non sono solo le storie criminali della città ma anche i retroscena organizzativi del gruppo.

LA FUGA «Si stavano mettendo da parte 60-70mila euro – dice il collaboratore – volevano che si passasse dal 74 al 73». La parafrasi della dichiarazione non lascia allusioni. L’obiettivo secondo Pellicori era quello di innescare un meccanismo di corruzione dei giudici per passare dall’associazione dedita allo spaccio al solo spaccio. Questo avrebbe garantito una permanenza in carcere di gran lunga inferiore. L’alternativa sarebbe stata la fuga in Brasile. «L’ingegnere Caruso era un protetto del gruppo – aggiunge Pellicori –. Io stesso andai in un cantiere per far capire con i nostri modi che l’ingegnere doveva essere pagato. Stava con noi». Prima che Marco Perna diventasse proprietario dell’autolavaggio, vera base operativa secondo le indagini condotte, il proprietario era ancora l’ingegnere Caruso, lo stesso che avrebbe garantito gli immobili per la fuga di Perna e altri suoi sodali in Brasile. «Il trasferimento era l’obiettivo. Avremmo cambiato nazionalità e prima della condanna ci saremmo trasferiti, mettevamo anima e corpo – dice Pellicori – per riscuotere ogni tipo di credito che avevamo e accantonare quello di cui avevamo bisogno». Non è la prima volta che Pellicori palesa l’idea secondo cui il pericolo di fuga in Brasile potesse essere un’opzione possibile. Nel mese di luglio, dopo aver denunciato l’invito a ritrattare che Marco Perna aveva inviato tramite il legale Michele Gigliotti spedendogli «un bacio con la lingua», il pm Camillo Falvo aveva chiesto per Perna la misura cautelare del carcere. I giudici però non accolsero la richiesta poiché Pellicori si è pentito dopo il rinvio a giudizio e i verbali da lui resi vengono considerati attività integrativa di indagine. Tra Perna e Pellicori prima dello strappo i rapporti erano ottimi. Uno al sesto l’altro al quarto piano dello stesso palazzo. Seduti a casa mandavano avanti i loro affari anche quando erano ai domiciliari. «Avevo installato la videosorveglianza a casa. È capitato che Marco Perna, mentre si trovava a casa mia, scappasse nel suo appartamento perché vedevamo la volante che stava venendo a fare i controlli».

LA CONTABILITÀ Alcuni fogli sono inviati via fax durante la lunga udienza, altri sono stati recapitati nel sito riservato dove si trova il collaboratore nei giorni scorsi. È la contabilità del gruppo sequestrata a Luca Pellicori quando è stato tratto in arresto. Il pm Camillo Falvo la sfoglia. Tutto è racchiuso in sette pagine fronte retro. Dentro ci sono i crediti che il gruppo avanza dalla cessione dello spaccio di stupefacenti. I nomignoli incolonnati nei quadretti danno un pizzico di colore cosentino all’udienza. Ci sono: Birillo (Giuseppe Muto); Pilo «questo sono io» dice Pellicori in video conferenza sghignazzando. «Il mio soprannome era Pilo Bianco». «Perché risulta che deve dare 2.250 euro?» Chiede il pm. «Anche io prendevo degli stupefacenti per venderli» risponde il collaboratore. Poi è il turno di Tappina. «Sì. Questo è un ragazzo che abita a Serra Spiga. Questi che sta leggendo, sono tutti debiti per droga, ma sono tutti dei residui». I fogli vanno in progressivo, si recupera una parte e poi si riscrive il nome con l’ammontare del debito. La scienza aziendale applicata alla criminalità. Ci sono nomi normali come quello di Luca Berardi, spacciatore di Rogliano con un debito di 20mila euro. Poi ritornano Michele u’ zingaro; Tonino Banana; Micetto; Coreano; Gaddrinaru; Domenico Becchino. Tutti nomi di spacciatori o semplici assuntori. E quando non si conosceva il nome dello spacciatore si metteva quello della città. Paola, cittadina sul tirreno. Poi Roma per hashish e marijuana e Roma 2 per la cocaina. La montagna si chiama Lorica: «Dottò, è il nome di una zona della Sila» aggiunge Pellicori.

LE QUANTITÀ E dai “fogli contabili” Pellicori prova a tirare le somme. Quelle dello stupefacente innanzitutto. «Mensilmente si consumavano 100-150 kg di marjuana, 4 kg di cocaina e per quanto riguarda l’hashish non posso indicare una cifra, neanche approssimativa, non era il nostro forte». Gli incassi per queste quantità erano tra i 50 e 60mila euro a settimana. «Conservavo i soldi inizialmente io, poi li davo a Marco Perna che li raggruppava in mazzette».

“SCAVALLO” E scongiurata la guerra con i Rango-Zingari grazie a «Zio Rino Gentile» anche Maurizio Rango diventa un creditore. «Era rimasto a scavallo (rimasto senza alternativa, ndr) dopo l’operazione Gentlman, quindi comprava gli stupefacenti da noi. Ormai eravamo in pace».

I BENI Marco Perna è chiamato “Capone”. «Le “m” cerchiate – spiega il collaboratore – sono tutti i soldi consegnati a Marco Perna». E poi c’è l’ultima domanda. «Il Perna ha dei beni intestati?». «Intestati no, dottore, ma ha dei prestanome a cui ha intestato una Ferrari e una Lamborghini, delle case in città e quella al mare e anche una barca».

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