LETTERA DI PIETRO SERGI AI CITTADINI CALABRESI E LOCRIDEI

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Questo ci serve in Calabria e nella Locride. Uno scatto di consapevolezza che ci porti al definitivo convincimento che senza una nuova stagione di autorinnovamento non ci saranno né salvatori della Patria, né, di questo passo, neppure più una “Patria” da salvare. Qui è tutto un abbandono totale, un disinteresse totale, un giocare e scherzare con il fuoco, non solo metaforicamente. Siamo un Popolo che dovunque ha portato le proprie contraddizioni: siamo nei posti che contano in Sanità, Università, Imprenditoria ma quasi sempre per esprimerci al meglio dobbiamo varcare i confini della punta dello stivale e siamo riusciti sempre a far parlare male di noi.

E spesso, troppo spesso a ragione.

Se un giorno le nostre eccellenze intellettuali e non solo intellettuali rientrassero nei confini, da Mormanno a Capo Spartivento diventerebbe la Regione più laboriosa del mondo, la strafottenza verrebbe ricacciata in mare; l’inerzia e il fatalismo morirebbero di invidia; la nostra intelligenza prenderebbe finalmente il sopravvento guidandoci fuori da queste secche e da questo deserto sul quale, oggi come sempre, aleggiano minacciosi mille avvoltoi affamati, non tutti cresciuti nei nidi sui pendii di queste superbe e splendide montagne dal Pollino all’Aspromonte.

Dobbiamo ritrovare il coraggio che ebbe Giuditta Levato. La voglia di ribellarci a noi stessi, per cominciare, e a seguire da tutte le timidezze e le paure. Non vergognarci dei nostri difetti ma non farne neppure l’asse portante della nostra Cultura. Nella quale, invece, illustri predecessori ci hanno invece lasciato esempi e indicazioni dalle quali attingere e trasformare in atti concreti.

Che le scorciatoie diventino finalmente autostrade metaforiche dove indirizzare il cammino delle future generazioni. Che l’arrangiarsi, l’uovo oggi non si può avere se non si alleva la gallina per il domani. Fare, insomma, la nostra parte, ciò che ci compete e che non possiamo né chiedere, né delegare ad altri.

Aprire gli occhi, dunque, e cogliere gli eventuali – per quanto incerti – segnali che potrebbero arrivare dalle Istituzioni, alle quali si chiede di tornare in tutte le sue forme e non solo con un’unica faccia, la più feroce e intransigente. Resa però tale dalla sfida lanciata e raccolta reciprocamente. C

ontribuire con atti concreti alla necessità di liberarci dai veleni che ci stanno uccidendo senza pietà e senza più neppure creare indignazione neppure tra chi ne rimane vittima innocente, anche se a volte consapevole. Abituati a tutto per non meravigliarci più di niente. Ribellarci al prezzo che abbiamo pagato a un Progresso raggiunto solo nell’effimero e non certo nei servizi, nella viabilità, nella Scuola. Macchine potenti e scintillanti su vecchie mulattiere, emblema ulteriore delle nostre contraddizioni. Lusso in vista e tristezza, rassegnazione spesso nascosta proprio da quel lusso. Macchine scintillanti e vecchie carcasse abbandonate dovunque o che circolano come ciminiere ambulanti. Fiumare dall’umore altalenante, dormienti o a tratti furiose che cambiano di umore molto repentinamente usate come discariche che porteranno al mare di tutto, e che poi questo mare meraviglioso spesso ci restituisce sulle spiagge.

Sì, la Calabria è anche questo.

Ma questa è una premessa, perché la Calabria ha anche un cuore grande. Medici e infermieri che operano in condizioni disagiate. Insegnanti che percorrono vecchie strade tortuose per recarsi al lavoro in località impervie, in Istituti non degni di Alunni e Studenti di una Repubblica Democratica Occidentale. Di madri e padri di famiglia che fanno autentici salti mortali per tirare avanti fino a fine mese, tra mille e più rinunce a cure odontoiatriche e di qualsiasi altro genere. Spesso bruciati da trasferte costosissime per curare figli e parenti, perché la nostra Sanità è altrove, come altrove ci hanno depositato la speranza. Manca il fluido che teneva insieme la nostra comunità, e sta a noi ricostruirlo. Non abbiamo treni ma quelli che abbiamo sono gli ultimi per salvare la nostra terra e la nostra comunità. Per noi non esistono traguardi impossibili, nel male ma soprattutto nel bene. Sta tutto lì, in un piccolo interruttore nella nostra testa.

Azionarlo spetta a noi. A noi e a nessun altro. Da lì, da quella lucina rossa accesa, nulla sarà più irrealizzabile.

Ma finché il sonno dell’inerzia e del fatalismo saranno accettati da noi come unico modello di vita, chi vorrà abusare di noi avrà strada facile. Io non mi rassegno, e chiedo ai miei conterranei di fare altrettanto. Ci vuole uno sforzo collettivo per ricostruire un tessuto sociale che abbiamo consumato. Dipende da noi. Quando riterremo di azionare il nostro interruttore mentale, forse non vedremo più elettrodomestici in spiaggia, eternit sulle nostre teste, il futuro dei nostri figli inizierà ad avere un senso.

Chi fa il primo passo? Perché anche le Istituzioni devono fare la loro parte in questo processo, ormai ineludibile, se non si vuole dichiarare fallita la nostra esperienza umana e sociale. Perché l’interruttore da azionare vale anche per le Istituzioni. Anzi, l’interruttore da azionare è uno e vale per tutti, ma azioniamolo noi come Popolo, perché ne siamo capacissimi. Viviamo la nostra quotidianità ma cerchiamo di vedere cosa c’è davanti oltre il nostro naso. Non abbiamo alternativa. E forse adesso è il momento di partire verso il futuro tutti insieme, deponendo l’ascia di guerra con le Istituzioni che sembrano non chiedere di meglio per abbandonare il campo. Costringiamo le Istituzioni a scendere di nuovo in campo al nostro fianco o saremo sempre qui a raccontare dei nostri brillanti successi…altrove.

Pietro Sergi dirigente nazionale Sinistra Italiana

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