“Robin Hood”, la Regione (per ora) non è tra le parti civili

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La Dda di Catanzaro ha chiesto il rinvio a giudizio per i 19 imputati. Nel procedimento sono coinvolti anche Pasqualino Ruberto e Nazzareno Salerno. Chiede di costituirsi solo l’ex dg del dipartimento Lavoro, Bruno Calvetta

Ha chiesto il rinvio a giudizio per tutti e 19 gli imputati del procedimento “Robin Hood” il pm Graziella Viscomi nel corso dell’udienza preliminare che si è tenuta venerdì mattina. Tre sono state le richieste di rito abbreviato da parte degli imputati: Castelli Avolio, Francesco Masciari e Bruno Dellamotta. Il gup di Catanzaro ha accolto la richiesta solo per Castelli e Masciari, rigettandola per Dellamotta. Il giudice ha dunque rinviato all’11 aprile la discussione per l’abbreviato. Non chiedono sconti gli altri 16 imputati: Vincenzo Caserta, Maria Francesca Cosco, Antonio Cusimano, Gianfranco Ferrante, Martino Valerio Grillo, Claudio Isola, Ortensio Marano, Patrizia Nicolazzo, Michele Parise, Pasqualino Ruberto, Nazzareno Salerno, Saverio Antonio Spasari, Vincenzo Spasari, Damiano Zinnato, la società Cooperfin spa e la società M&M management srl. Per quanto riguarda chi ha scelto il rito ordinario l’udienza è stata rinviata al 10 gennaio per discutere le posizioni di Ruberto, Caserta e Salerno.

L’INDAGINE L’operazione Robin Hood è stata condotta il due febbraio 2017 dalla Dda di Catanzaro contro presunti illeciti consistiti nella distrazione di fondi destinati al Credito sociale, ossia alle famiglie più povere, e dirottati, invece, con manovre illecite sulla Cooperfin Spa, di Ortensio Marano società esterna alla Regione. La gestione del Credito sociale veniva così, con pressioni e minacce, sottratta a Fincalabra, ente in house e destinata all’ente Calabria Etica, presieduta all’epoca da Pasqualino Ruberto, incapace, diversamente da Fincalabra, della gestione economico-fìnanziaria richiesta dal progetto. Da Calabria Etica a Cooperfin il passo è stato breve. Questo avrebbe comportato un ingiusto vantaggio alla società finanziaria, rappresentato dalla successiva aggiudicazione del servizio di partnership finanziaria ed un danno diretto ed immediato alla Regione Calabria in termini di conseguimento dei targets dinnanzi all’Unione Europea e ritardo nello svolgimento del progetto, controllo del capitale del Fondo Credito Sociale.
Secondo le accuse, Salerno avrebbe pattuito, accettato e ricevuto una somma di denaro pari ad almeno 230.739,46 euro da Ortensio Marano (tramite la società Cooperfin spa di cui il Marano è socio ed amministratore delegato) al fine di far ottenere alla società Cooperfin spa il contratto d’appalto.

LA REGIONE NON SI ESPRIME Al momento ha chiesto di costituirsi una sola parte civile, Bruno Calvetta, allora direttore generale del dipartimento Lavoro, che avrebbe subìto pesanti pressioni da parte di Salerno, Ferrante e Vincenzo Spasari mediante minacce evocate attraverso la presenza di soggetti totalmente estranei agli ambienti della pubblica amministrazione ma ritenuti “contigui alla criminalità organizzata”. Secondo l’accusa, infatti, Spasari è ritenuto vicino alla famiglia Mancuso “e lo stesso Salerno sia ad essa che a Damiano Vallelunga e ai suoi familiari e sodali”. Le pressioni avrebbero costretto Calvetta ad affidare la responsabilità del progetto “Credito sociale” a Vincenzo Caserta, dirigente ritenuto vicino a Salerno. Per queste pressioni Salerno, Ferrante e Spasari sono accusati di estorsione.
Non c’è stata traccia o presenza, per una eventuale costituzione di parte civile, da parte della Regione Calabria in questo processo che vede tra gli imputati il consigliere regionale Nazzareno Salerno, tornato in consiglio regionale lo scorso primo dicembre dopo essere stato scarcerato (si trovava ai domiciliari per questo procedimento) dal Tribunale dei Riesame, dopo nove mesi di custodia cautelare.
In questo procedimento il collegio difensivo è composto, tra gli altri, dagli avvocati Mario Murone, Francesco Iacopino, Giancarlo Pittelli, Vincenzo Gennaro, Francesco Gambardella, Domenico Naccari.

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