Massoneria: negli elenchi anche dipendenti dei ministeri della Difesa e della Giustizia, nonché dell’Asp.

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Ci sono gli «attivi» (i membri effettivi), i «bussanti» (quelli in predicato di entrare) e poi anche i «sospesi» e i «depennati». In tutto, tra Calabria e Sicilia, risultano complessivamente censiti poco più di 17mila nomi, ripartiti in 389 logge, che in un modo o nell’altro gravitano in quello che spesso è stato definito un “mondo di mezzo”. Il numero viene fuori dalla relazione che la commissione parlamentare Antimafia ha approvato lo scorso 21 dicembre dopo l’inchiesta che ha portato al sequestro degli elenchi di quattro obbedienze massoniche. La maggiore incidenza riguarda gli iscritti al Grande Oriente d’Italia (11.167 pari al 65,4%), seguono a distanza la Gran loggia d’Italia degli antichi liberi accettati muratori e la Gran loggia regolare d’Italia (rispettivamente con 3.646 e 1.959 soggetti censiti). Infine, con numeri molto più risicati, la Serenissima gran loggia d’Italia con 295 aderenti nelle due regioni. Andando a vedere la ripartizione su base regionale, invece, il numero dei soggetti censiti in logge calabresi si avvicina a 10mila (9.248) e supera di circa 1.400 unità quello riferito alle logge siciliane.

I MAFIOSI NELLE LOGGE SCIOLTE Nel lessico dei “liberi muratori” quando si parla di «abbattere le colonne» ci si riferisce allo scioglimento di una loggia. Su questi “abbattimenti” l’Antimafia ha provato a indagare soprattutto in relazione ai motivi dello scioglimento rilevando che, in alcuni casi, come quello della ormai famigerata loggia del Goi “Rocco Verduci” di Gerace, «le cause di cessazione erano state esternate con motivi di natura formale e non con le reali motivazioni inerenti all’accertata infiltrazione mafiosa». Sulla base di quanto rilevato dallo Scico della Guardia di Finanza, le quattro obbedienze hanno provveduto nel complesso a sciogliere 138 logge, di cui 86 in Sicilia e 52 in Calabria (25 logge appartenenti al Grande oriente d’Italia, 52 alla Gran loggia d’Italia, 41 della Gran Loggia Regolare d’Italia e 20 alla Serenissima Gran Loggia d’Italia). Nella stragrande maggioranza dei casi, la documentazione rinvenuta sulle logge abbattute è «apparsa carente di taluni documenti essenziali». In primo luogo sono state esaminate le logge del Goi abbattute nel Reggino (a Gerace, Locri e Brancaleone) le cui vicende sono in parte già note. Ma non solo.

LA “VERDUCI” DI GERACE La storia tormentata della loggia di Gerace comincia il 28 dicembre 2007 quando dieci appartenenti a un’altra loggia del Goi (“I Figli di Zaleuco” di Gioiosa Jonica) sottoscrivono l’atto per fondare la “Rocco Verduci”. Stando alla documentazione sequestrata su disposizione dell’Antimafia, ad avviso di un massone protagonista di quelle vicende, tra i fondatori di fatto della nuova officina ci sarebbe stato anche un undicesimo fratello, già appartenente alla “Figli di Zaleuco” e massone del Goi sin dal 1981, di cui non c’è traccia nelle carte. «Si trattava di un medico incensurato, impiegato presso la Asl di Locri, ma figlio di un notissimo esponente di primo piano della ‘ndrangheta della Locride, riconosciuto come uno dei capi storici dell’organizzazione mafiosa calabrese». Le colonne della loggia furono “innalzate” il 18 aprile 2009 con decreto del gran maestro Gustavo Raffi, che disponeva il transito dei dieci membri fondatori; l’undicesimo fratello, cioè il figlio medico del capomafia, risulterà formalmente iscritto nella loggia solo due anni dopo, ovvero a partire dal 7 giugno 2011. «Nel luglio 2013, un massone della “Rocco Verduci”, avvocato e magistrato onorario presso un ufficio giudiziario calabrese, denunciava al vertice calabrese del Goi – prosegue la relazione dell’Antimafia – il fatto che alla loggia appartenessero soggetti vicini alla malavita organizzata o comunque aventi stretti rapporti di parentela con esponenti della ‘ndrangheta». L’aspetto «più inquietante», secondo la Commissione, è che «dagli atti ispettivi della loggia emergevano elementi che inducono a ritenere che all’interno della “Rocco Verduci”, in almeno due circostanze, si fossero verificate situazioni sintomatiche di gravi tentativi di corruzione in atti giudiziari in relazione a vicende processuali che intersecano il mondo della ‘ndrangheta calabrese».  Ci fu quindi una «ispezione massonica» disposta dal gran maestro Raffi, ma «al di là degli accertamenti degli ispettori sulla loggia di Gerace, va detto – segnala l’Antimafia – che quei sospetti trovano un certo riscontro nell’analisi condotta dalla Direzione investigativa antimafia sul conto di tutti i membri della “Rocco Verduci”, gran parte dei quali ora in sonno o espulsi, altri invece tutt’ora nei ranghi del Goi in altre logge dell’alto ionico reggino. Si aggiunga che, alla loggia “Rocco Verduci” aderivano medici ospedalieri della disciolta Asl n. 9 di Locri, dipendenti pubblici, avvocati e imprenditori del luogo». Un quadro «desolante», in cui i professionisti «o erano contigui alla mafia o, tramite quella loggia, coltivavano vincoli di fratellanza con soggetti condannati o in odore di ‘ndrangheta, o inseriti nel narcotraffico o coinvolti nel riciclaggio di proventi illeciti». Il 20 settembre 2013 Raffi sospese la loggia anche per «un possibile inquinamento, addirittura di carattere malavitoso, riconducibile all’ambiente circostante, che ingenera inquietudine e disarmonia anche tra i fratelli della Circoscrizione». Pochi mesi dopo, il 20 giugno 2014, Stefano Bisi, divenuto il nuovo gran maestro del Goi, revocò la sospensione della loggia sostenendo che «allo stato sono venute meno le ragioni che consigliarono l’adozione del provvedimento cautelare». Tuttavia,il 21 novembre 2014 lo stesso Bisi sciolse la loggia «senza però esplicitarne in modo chiaro le ragioni ed anzi, concedendo la possibilità a molti di quegli stessi fratelli “malavitosi” iscritti alla “Rocco Verduci” di chiedere l’affiliazione ad altra loggia della stessa circoscrizione».

“I CINQUE MARTIRI” DI LOCRI La Commissione annota che da una verifica di polizia eseguita dalla Dia, sui 75 aderenti alla loggia “I cinque martiri” di Locri sono emersi 18 massoni «con elementi indicativi di una loro appartenenza, riconducibilità o contiguità alla ‘ndrangheta». La loggia è stata cancellata il 21 novembre 2014 disponendo, tuttavia, che «i suoi appartenenti potessero continuare l’attività massonica affiliandosi ad altra articolazione del Goi calabrese». Ma negli atti acquisiti dalla Commissione non c’è traccia del testo del decreto di abbattimento, dunque non è possibile conoscere le ragioni formali del provvedimento.

LA LOGGIA DI BRANCALEONE per quanto riguarda la “Vincenzo De Angelis” di Brancaleone, sono stati censiti 21 iscritti, quasi la metà dei quali dipendenti pubblici (10), di cui 6 dipendenti dell’Azienda sanitaria provinciale di Reggio Calabria e altri due appartenenti ai ministeri della Giustizia e della Difesa. «Per poco meno della metà degli appartenenti alla loggia di Brancaleone (8) risultano frequentazioni – si legge nella relazione – con numerosi soggetti aventi gravissimi pregiudizi per associazione mafiosa, traffico internazionale di stupefacenti ed estorsione. Sul conto di altri due aderenti alla loggia, entrambi dipendenti pubblici, risultano, in un caso, gravami per omicidio volontario, reati contro la pubblica amministrazione e truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche e, nell’altro, per associazione per delinquere, truffa e reati contro la pubblica amministrazione». La loggia è stata “abbattuta” il 26 febbraio 2016, ma nel relativo decreto di scioglimento «veniva consentito a 17 iscritti, di cui uno sospeso, di continuare a frequentare l’obbedienza affiliandosi ad altra loggia».

NON SOLO GOI Le presunte infiltrazioni mafiose non sembrano limitarsi alle sole logge del Grande Oriente d’Italia. Dalle analisi a campione effettuate sulle logge abbattute in Calabria, emergono profili di criticità anche per la loggia, poi “abbattuta”, denominata “Mario Placido” di Roccella Jonica, affiliata alla Serenissima Gran Loggia d’Italia. «Almeno sette dei suoi appartenenti sono, infatti, risultati collegati con esponenti della ‘ndrangheta calabrese ed un altro annovera pregiudizi per corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio. Colpisce, in particolare, il profilo personale di un massone appartenente a tale loggia – specifica la Commissione – il quale, benché sostanzialmente incensurato, risulta essere stato, da precedenti di polizia, in rapporto di frequentazione con ben ventuno soggetti con precedenti per mafia e con altri soggetti indiziati di essere coinvolti nel traffico di stupefacenti». Infine, l’Antimafia segnala che nel piè di lista della loggia compare un altro figlio di un boss di Locri, cioè il fratello del massone che era stato segnalato nella “Verduci” di Gerace.

L’ARABA FENICE Anche le vicende della loggia “Araba Fenice n. 98” di Reggio, appartenente alla Gran Loggia Regolare d’Italia, sono finite nella bufera per un iscritto, Giovanni Zumbo, che (a meno di un’improbabile omonimia, visto che negli elenchi non ci sono le generalità) è stato condannato ad 11 anni di reclusione, con sentenza definitiva, per concorso esterno in associazione mafiosa. «La figura di Giovanni Zumbo appare emblematica sul ruolo di cerniera che la massoneria può assumere tra la ‘ndrangheta, da un lato, e gli apparati dello Stato, dall’altro».

LA LOGGIA CROTONESE Nella relazione della commissione Antimafia viene infine citato il caso della loggia crotonese “Lacinia” (Goi) che «si caratterizza, in particolare, per il fatto che nell’ambito dei soggetti che ne hanno fatto parte è stata individuata una dozzina di massoni con evidenze, risalenti al luglio 2007, attinenti al reato di cui all’art. 2 della legge 17/1982 sulle associazioni segrete, taluni dei quali peraltro in posizione di dipendenti pubblici (personale del ministero della giustizia, dell’agenzia delle entrate, dell’Inps, ecc.)». Anche per questa loggia «non mancano coloro per i quali gli elementi di polizia indicano rapporti di frequentazione con soggetti pregiudicati». In un caso, un massone della loggia “Lacinia” è stato «posto in relazione con tre diversi esponenti ritenuti appartenenti alla ‘ndrangheta, due dei quali anche con pregiudizi per traffico di droga e l’altro per estorsione. In un altro, vi è traccia di una frequentazione con un soggetto con precedenti per mafia, estorsione e usura. Per altri due membri della loggia sono emerse evidenze di polizia per il reato di estorsione e per corruzione». La loggia risulta sciolta il 9 luglio 2010 dal gran maestro Raffi, un provvedimento motivato solo da «contrasti all’interno della loggia» e «altre violazioni di mero rito massonico».

Sergio Pelaia – http://www.corrieredellacalabria.it/

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