Sab. Mag 15th, 2021

VI Domenica T.O. B

Santa Messa all’Ospedale di Locri – 11 febbraio 2018

 

Giornata del malato

 

 

La giornata del malato pone davanti alla nostra riflessione la condizione di chi vive una situazione di sofferenza e di disagio. E soprattutto crea attenzione a tutto il mondo sanitario, a quanti sono preposti al servizio del malato: medici, infermieri, personale sanitario, cui è affidato il compito importantissimo di alleviare e curare le ferite dei nostri malati. E’ un atto di affidamento della fragilità e debolezza umana. Svolgere il servizio sanitario è rispondere ad un atto di fiducia che la società ripone in tutti gli operatori sanitari.

La liturgia ci pone davanti una patologia grave, che oggi può essere superata, ma che al tempo di Gesù creava lo scarto della società: la lebbra. Il vangelo racconta di un incontro tra Gesù e un uomo affetto da lebbra. La prima lettura descrive la condizione del lebbroso richiamando la prescrizione del Levitico: «Se qualcuno ha sulla pelle del corpo un tumore o una pustola o macchia bianca che faccia sospettare una piaga di lebbra, quel tale (…) sarà impuro, se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento» (Lv 13, 2.46).

Il lebbroso era un malato ripugnante, a tal punto che lo si considerava un uomo morto, una persona senza possibilità di relazione e di comunione, né con Dio né con gli uomini. Per la legge mosaica era castigato da Dio per i suoi peccati, un rifiutato dal cielo, il più malato dei malati, colto da malattia non soltanto fisica, essendo considerato un rifiuto della società, un vero scarto sociale, privato della possibilità di vivere normali rapporti affettivi, vestito in modo da farsi riconoscere a distanza: «porterà vesti strappate, sarà velato fino al labbro superiore, starà solo e fuori» (Lv 13,46). Essendo contagiosa, la lebbra esigeva che il malato fosse escluso dalla convivenza, segregato in un luogo deserto e se qualcuno gli si avvicinava doveva gridargli: “Sono impuro! Sono impuro!” (Lv 13,45-46). Gesù invece gli si avvicina, va contro corrente opponendosi alla cultura dello scarto: lo accoglie e lo tocca. Tocca l’intoccabile. Su questo sfondo risuona la richiesta coraggiosa che il lebbroso fa a Gesù: «Se vuoi, puoi purificarmi» (Mc 1, 40). Il “se vuoi” è un atto di vero affidamento, un fidarsi di Gesù, un gesto di fiducia. Toccato da questa richiesta, Gesù “ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!» (Mc 1, 41). Ecco la novità e la grandezza del comportamento di Gesù: la sua compassione e la sua tenerezza, il suo esporsi al contagio, il lasciarsi coinvolgere fino a toccare il lebbroso. Il vero miracolo è questa partecipazione alla sofferenza che si fa prossimità. Gesù non solo non passa oltre, ma va incontro al lebbroso senza mostrare alcuna riserva e paura, va incontro al dolore umano ed accoglie l’invocazione di aiuto.

Il lebbroso è un intoccabile per tutti, tranne che per Gesù. Il Rabbì di Nazareth non vede in lui un immondo o uno scarto della società, ma un uomo e un fratello: rompe ogni distanza, permette che quell’uomo riscopra la sua identità, sperimenti ancora la capacità di relazione e di incontro. Quel lebbroso che incontra Gesù non ha nome né volto: può essere ogni uomo. Il gesto folle di Gesù strappa il malato dalla sua solitudine, prima ancora che dalla sua malattia. C’è qualcosa di sorprendente in questo incontro: l’essere toccato da Gesù fa ricordare al lebbroso di essere vivo, di essere un figlio di Dio.

Gesù, sapendo di poter rivelare Dio, di poter dire una parola ultima e immensa sul cuore di Dio, risponde: «Lo voglio: guarisci!». Ricordiamocelo con forza: da sempre e per sempre Dio non vuole altro che figli guariti. A me dice: «Lo voglio: guarisci!». A Lazzaro grida: «Lo voglio: vieni fuori!». Alla figlia di Giairo: «Talità kum. Lo voglio: alzati!». Qualunque sia il nostro male, Dio può guarirlo, se a Lui ci rivolgiamo con la fiducia dei figli. È questo il vangelo: il Dio che si commuove dinanzi alla sofferenza, che risana la vita, a cui importa la felicità dei figli prima e più della loro fedeltà. A ogni pagina del Vangelo Gesù ci mostra il Dio che guarisce!

Gesù che ha compassione per il lebbroso affida a noi, alla chiesa il compito di “portare sui malati lo stesso sguardo ricco di tenerezza e compassione”. Tanti malati ricorrono alle cure mediche qui in ospedale e così questo luogo diviene la loro casa di cura, la famiglia che si prende cura di essi. Ma molti malati vengono curati in casa: “Non possiamo dimenticare la tenerezza e la perseveranza con cui molte famiglie seguono i propri figli, genitori e parenti, malati cronici o gravemente disabili. Le cure che sono prestate in famiglia sono una testimonianza straordinaria di amore per la persona umana”.

Desidero ricordare, in conclusione, che quanti “medici e infermieri, sacerdoti, consacrati e volontari, familiari e tutti coloro che si impegnano nella cura dei malati, partecipano a questa missione ecclesiale”. E’ una missione, una responsabilità condivisa da svolgere, non risparmiandosi soprattutto quando turni massacranti di lavoro fanno affiorare la stanchezza e spesso lo scoraggiamento.

Oggi, festa della Madonna di Lourdes, desidero affidare a Maria, Madre della tenerezza, tutti i malati nel corpo e nello spirito, perché li sostenga nella speranza. A lei chiediamo per tutti gli operatori sanitari del nostro ospedale di essere accoglienti verso i fratelli infermi. C’è veramente bisogno di grazie speciali per poter essere all’altezza di questo servizio di cura per i malati.

La Madre del Signore ci aiuti a vivere con amore la vocazione al servizio della vita e della salute. Interceda per noi presso il Padre e possa dare conforto a tutte le persone ammalate, specie a quelle ricoverate in questo ospedale, in modo da saper vivere la propria sofferenza in comunione con il Signore Gesù. La nostra Madre celeste sostenga tutti coloro che di essi si prendono cura. A tutti, malati, operatori sanitari e volontari, va la Benedizione del Signore.

 

Francesco Oliva, Vescovo di Locri-Gerace

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