Cinquefrondi, il primo cittadino Conia: “Non mi faccio logorare”

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Nel corso di una assemblea partecipata il sindaco non smentisce né conferma ritiro delle dimissioni. Spiegate le ragioni del gesto. Preponderanti quelle politiche

Di Giuseppe Campisi

Cinquefrondi – Inutile girarci troppo intorno: le dimissioni del sindaco Michele Conia hanno una base pronunciatamente politica, e poi condita con tutto il resto. Tranne che con le minacce, come ha tenuto a chiarire lo stesso primo cittadino sgombrando il campo ad inutili equivoci o retropensieri criminali. Nell’ affollata assemblea pubblica convocata nell’aula consiliare dei tre “pilastri” tecnico-amministrativo-politici ciò che emerge con tutta evidenza è proprio quest’ultimo elemento che rivela una frattura interna con uno o più elementi “non allineati” alla linea dettata dal sindaco. La ricostruzione della vicenda affonda le sue radici nella costituzione di Rinascita e racconta di un progetto condiviso e messo alla prova elettorale per ben due volte con due esiti contrapposti: bocciato dai cinquefrondesi nel 2010 e premiato con 1760 voti nel 2015. Un progetto però, che al suo varo, non aveva le etichette partitiche che invece oggi palesemente rivendica, quelle cioè del sindaco e di larga parte della maggioranza confluiti in Sinistra Italiana e quelle del vice (e forse di qualcun altro) passato (od in procinto di farlo) nel Partito Democratico.

Conia ha raccontato della difficile situazione debitoria che tutt’ora attanaglia le casse comunali ereditata dalle precedenti gestioni sottolineando la pesante entità (8 milioni di euro) paragonabile a quella di città metropolitane, della inevitabile necessità dell’invio dei quattro ruoli dell’acqua ai cittadini, del meritorio intervento sui debiti Sorical ed SVG stralciati di 1,5 mln/€, di tutta una serie di ostacoli predisposti – mettendo il Pd nel mirino – dal governo centrale con mancati trasferimenti per ben 800mila euro aggravati dalle giunte piddine Oliverio e Falcomatà su tariffe rifiuti e contributi mensa atte a penalizzare il lavoro di riequilibrio dell’imposizione fiscale sui cittadini che – pur nel programma – avrebbero compromesso la possibilità di chiudere il bilancio del Comune per la somma di 25mila euro. Ecco svelato il primo mistero relativo al problema amministrativo. Sarebbe invece da imputare a presunte tensioni con dirigenti e personale municipale la seconda questione inerente l’aspetto tecnico.

Frizioni peraltro smentite dallo stesso sindaco che ha però rivendicato il suo ruolo di indirizzo politico «per far funzionare gli uffici» come potere inviso a qualche “avvoltoio”. Quindi il vero nodo: la contesa politica interna. Una quasi arringa, strutturata e infarcita di riferimenti alla gestione endogena alla governance, che – seppur senza mai citarlo – pareva essere cucita su misura sulla figura del vicesindaco Giuseppe Longo, presente in prima fila a fare il convitato non di pietra, nel cuore dell’agorà cinquefrondese. «Non mi interessa essere il sindaco ma fare il sindaco» è stato l’incipit dell’ultima parte di esposizione del suo discorso teso a motivare il gesto delle dimissioni – sulla cui revoca non si è sbottonato legandola ipoteticamente peraltro alle determinazioni in divenire della sua maggioranza – quasi giustificando l’ineluttabilità dell’atto quale extrema ratio rispetto ad una balenata spaccatura della compagine di governo. E qui la metafora della nave,dei marinai, dei passeggeri ed, ovviamente, del suo comandante. «Il problema è che qui, qualcuno, vorrebbe far cambiare rotta alla nave magari essendosi preparato per tempo la scialuppa di salvataggio.

Ma i marinai devono remare come indica il comandante perché la rotta non si cambia. Perché se qualcuno vuole cambiare rotta abbia il coraggio di cambiare nave». Forse, a più di qualcuno in quel momento saranno fischiate le orecchie e la pressione avrà fatto sbalzare la colonnina di mercurio. E quel o quei qualcuno innominati avranno, politicamente, di che meditare. «Non si può discutere dopo 2 anni se cambiare percorso – ha rincarato Conia – perché o si sta da un lato o si sta dall altro». E poi ancora: «Le mie dimissioni sono un gesto per tornare ad interrogare voi cittadini per dire in modo chiaro dove vogliamo andare. Qui non c’è nessuna strategia. Io non devo mandare a casa nessuno, semmai sono i cittadini a dover decidere». Quindi il passaggio conclusivo che lascia inalterata la suspense sul ritiro delle dimissioni, per ora solo protocollate. «È un problema di correttezza: non si può logorare un sindaco alle spalle. Chi si è candidato con me lo sapeva che ero scomodo». È stato dunque una sorta di appuntamento all’inglese, per aprire la caccia alla volpe.

Un bagno di folla per la riconferma di una leadership nella quale certificare la fedeltà cieca ed assoluta ad una azione amministrativa ed al suo progetto politico particolare. Una prova di forza, insomma, che, al netto di pesature e critiche, ha inteso volutamente quotare i singoli e stanare posizioni individuali. Altro che numeri o strategia: qui il succo è che stiamo assistendo ad un vero e proprio esperimento sociale di esegesi politica in salsa locale che rischia di destabilizzare una comunità. Una finissima partita a scacchi le cui prossime mosse – c’è da crederlo – non tarderanno a manifestarsi sulla scena.

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