Diocesi Locri-Gerace – Omelie Messe in Coena Domini

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Messa in Coena Domini

(Casa Circondariale di Locri 28 marzo 2018)

Siamo qui per partecipare alla cena del Signore. Facciamo memoria di quanto Egli ha fatto durante quell’ultima cena con i discepoli.

Fare memoria: non è un semplice ricordo, ma riattualizzazione di quanto Gesù ha fatto nell’ultima cena. Ha voluto attorno a sé i suoi amici. Ma il suo rapporto di amicizia è turbato: c’è in corso un tradimento. Giuda tradisce e va via. Il tradimento è opera di satana (“il divisore”), colui che rompe l’unità e toglie la pace. Fare memoria è riconoscere l’attualità di quanto è accaduto in quella cena. Tutto è avvenuto per me, per te, ed ha ancora valore. Tutto quello può accadere ancora oggi.

Gesù non si allontana, nonostante il tradimento di Giuda, nonostante i nostri tradimenti. E’ come il padre della parabola del Figliol prodigo che non si stanca di aspettare alla porta il ritorno del figlio. Il suo cuore non smette di battere, rimane “padre”, anche quando il figlio va via di casa. La sua fedeltà non ha limiti. Il padre tradito, umiliato ed offeso, non smette di essere padre. Non si vendica, vuole il bene del figlio. Aspetta il suo ritorno nella speranza che si ravveda. E’ un padre che ama il figlio, lo rispetta affidandosi alla sua libertà.

Gesù rimane con noi. Nella seconda lettura (I Cor 11,23-26) San Paolo richiama i gesti significativi compiuti in quell’ultima cena: Gesù sceglie il pane ed il vino come segno reale di ciò che sta per compiere. Ed assicura: “Ogni volta che mangerete questo pane e berrete al calice, voi annunziate la morte del Signore”. In questo modo si realizza la sua promessa: “Ecco io sono voi tutti i giorni sino alla fine del mondo”. Quella di Gesù è una presenza rassicuratrice, non più limitata dallo spazio e dal tempo. Gesù è presente ovunque c’è una feritoia attraverso cui possa entrare. Ovunque c’è anche un cuore arido e freddo pronto ad accoglierlo. E’ presente ove l’uomo, smarrito e disorientato, è offeso, umiliato e condannato. E’ presente ovunque l’uomo ha bisogno di Lui e gli apre la porta del suo cuore.

Il Signore si fa presente in questa celebrazione eucaristica in questa Casa Circondariale. Non vuole che alcuno si perda definitivamente. Non vuole vedere nessuno morire sotto i colpi della rassegnazione e dello sconforto. Il suo sguardo si posa su ciascuno. E anche se c’è ancora da trascorrere del tempo qui dentro, anche se c’è ancora una colpa da espiare, il Signore resta vicino nella sofferenza e nella solitudine della cella. Vuole che riscopriate la luce del bene, che troviate la forza di chiedere perdono a chi avete offeso e che perdoniate a colui dal quale avete ricevuto offesa. Questo è anche tempo di ravvedimento e di conversione. Accogliere e vivere il Vangelo del perdono e della riconciliazione: non conservate nel vostro cuore propositi di vendetta. Con la violenza non si risolve nulla. Le armi portano solo morte, distruzione. Esse sono fatte per la morte e non per la vita. E’ la non violenza a vincere. Farsi ragione da soli e mettersi al sopra della legge non è la via da seguire. Sappiate che la sicurezza non è affatto assicurata dal possesso delle armi. Il Signore continua a scommettere su di voi, continua a soffrire e a morire. Ma a tutti e a ciascuno chiede amore, chiede di lottare contro gli egoismi e le chiusure. Anche in questo luogo. Mettere al primo posto sempre il bene altrui più che il proprio: è questa la scelta vincente.

Gesù lava i piedi, abbassandosi e piegandosi davanti a noi. Ecco l’umiltà di un Dio che ama veramente, indicandoci la via da seguire. Egli vuole togliere il marcio: c’è troppo fango in noi e nel mondo in cui viviamo. E’ il fango del peccato, del male morale. E’ il peccato a rendere impuri, è l’amore sbagliato, l’amore di sé, il rifiuto di Dio e dell’altro. Il peccato è ciò che si crede amore, ma amore non è, ciò che si riveste di altruismo, ma nasconde gl’interessi dell’io. Il peccato mette il proprio “Io” al posto di Dio, porta a farsi giudici del bene e del male, a decidere della vita dell’altro, a farsi padrone del futuro degli altri, a comportarsi con arroganza, a sottomettere gli altri a se stessi, a mettere al primo posto la bramosia del denaro, il guadagno ad ogni costo. E’ peccato cercare il benessere, volendo la morte dell’altro, è procurarsi il “pane sporco” attraverso vie illecite. Il peccato è far danno all’ambiente, ai beni altrui, è procurarsi ingiusta ricchezza per vie illecite (estorsioni, pizzo, spaccio di stupefacenti, usura). E’ fare male alla propria famiglia, al proprio paese. E’ non riconoscere altra legge al di sopra di sé. Quando si fa così, non è possibile ovviamente alcuna comunione con Dio e la partecipazione all’Eucaristia è vana, è sacrilega e profanazione del Corpo di Gesù.

Chi desidera sedersi alla mensa con Gesù deve prima lasciarsi lavare, riconoscendo lo sporco che c’è in noi: “se non ti laverò, non avrai parte con me” (Gv 13, 8). Pietro pensava prima alla pulizia del corpo. Più tardi, però, dopo aver rinnegato Gesù per tre volte, capisce che aveva bisogno di essere interiormente purificato. Per aver parte con Gesù era necessario lasciarsi lavare da Lui. Gesù parla dal punto di vista spirituale. Rivolgendosi a Giuda, dice che non tutti sono puri e Giuda non lo è per il peccato di infedeltà. Il suo “bacio” è tradimento non un gesto di amicizia. Ed il tradimento dell’amico uccide se stessi prima ancora che l’amico. Ma quel Gesù tradito venuto a salvare dalla morte e a ridonare la vita è capace di dare la vita anche a Giuda.

Gesù che lava i piedi manifesta il suo amore verso i discepoli. Un amore, il suo, che si esprime nel perdono dei peccati. Il perdono è un dono di amore che Gesù vuol fare a tutti. Senza il perdono non è possibile ‘aver parte con Lui’.

Che cosa significa per noi lasciarci lavare da Gesù per essere ‘mondi’ e avere parte con lui? Come Gesù può lavarci completamente?

La lavanda dei piedi è un gesto di purificazione di tutta la persona, espressione del desiderio di Gesù di metterci in condizione di vivere con Lui un rapporto di amicizia, di servizio e di fraternità. Per vivere bene la vita occorre fare proprio il Vangelo del servizio e del lavarsi i piedi l’uno con l’altro.

Partecipiamo in raccoglimento alla Cena del Signore. L’Eucaristia è comunione con Lui: è vera la comunione con Lui, quando si vive la comunione con gli altri.

Francesco Oliva, Vescovo di Locri-Gerace

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Messa in Coena Domini

(Cattedrale di Locri 29 marzo 2018)

E’ la sera della memoria, la memoria di una cena che tutto il mistero cristiano: la vita donata nel segno del pane spezzato consegnato da Gesù ai discepoli dopo il tradimento di giuda; la presenza assicurataci da Gesù nel segno dell’Eucaristia.

Una vita donata è quella di Gesù. La dona offrendola sulla croce e lasciando che Giuda lo tradisse con un bacio. Nonostante il tradimento di Giuda, nonostante i nostri tradimenti. Gesù rimane con noi. San Paolo (I Cor 11,23-26) riporta i gesti significativi compiuti in quell’ultima cena: Gesù prende il pane, lo spezza e lo distribuisce ai suoi discepoli. La divisione del pane spezzato che si moltiplica, in modo che tutti ne possono mangiare. Solo Giuda, andato via, non ne può mangiare. Gesù prende anche il calice del vino come segno della sua offerta e lo consegna ai suoi discepoli. Con questi gesti assicura la sua presenza: “Ogni volta che mangerete questo pane e berrete al calice, voi annunziate la morte del Signore”. Si annuncia la morte di Gesù ogni volta che celebriamo l’Eucaristia, ogni volta che compiamo un gesto di donazione, un’offerta di amore. Gesù è presente l’uomo – imitando il suo sacrificio – compie un gesto di donazione.

E permettetemi qui un richiamo ad un fatto di attualità. Ieri sono state solennemente celebrate le esequie del militare francese, il tenente colonnello Arnaud BELTRAME. Lo ricordiamo per la sua tragica morte, nella quale è volontariamente incorso per frapporsi di fronte alla morte dell’ostaggio in mano ad un terrorista. Il gendarme eroe, ha sacrificato la propria vita per salvare la donna tenuta in ostaggio dal jihadista (di cui non intendo pronunciare il nome) venerdì scorso a Trèbes, nel sudovest del paese. Era giusto che un intero paese la Francia gli tributasse il giusto omaggio. Egli si è frapposto tra il terrorista e l’impiegata presa in ostaggio salvandole la vita, ma a costo della sua morte. Accettare di morire perché vivano gli innocenti, ecco il cuore della missione di un uomo che svolge servizio di ordine pubblico. Un martire laico, per il quale la vita dell’altro conta più della propria.

Torniamo al Vangelo ascoltato. Gesù lava i piedi, si abbassa davanti ai discepoli. Insegna che per amare occorre l’umiltà di abbassarsi. La prepotenza, l’arroganza genera morte. Ecco l’umiltà di un Dio che ama veramente, che vuole purificarci e lavarci dalla sporcizia che portiamo in noi. Non è difficile osservare il troppo fango che c’è nel mondo in cui viviamo. la sporcizia del peccato, che rende impuri. L’impurità si ha nell’amore sbagliato, nell’amore di sé sino al rifiuto di Dio e del prossimo. Il peccato è distorsione del bene, porta a mettere il proprio “Io” al posto di Dio, a farsi giudici degli altri, a decidere della loro vita, a farsi padrone del futuro degli altri, comportarsi con arroganza, sottomettere gli altri a se stessi. E’ peccato mettere al primo posto la bramosia del denaro, il guadagno ad ogni costo anche attraverso vie illecite. E’ peccato ricercare il benessere, volendo la morte dell’altro: è peccato procurarsi il “pane sporco” attraverso mezzi illeciti. E’ peccato quando si compiono atti che fanno male all’ambiente, che vanno contro i beni degli altri. E’ peccato attentare al bene della famiglia, creando divisioni nei rapporti coniugali e familiari, dimenticandosi dei figli, abbandonando i genitori ammalati o anziani. E’ peccato l’inosservanza dei comandamenti di Dio.

Siamo all’inizio del triduo pasquale. Riconosciamo lo sporco che c’è in noi. Se desideriamo partecipare alla mensa con Gesù dobbiamo prima lasciarsi lavare: “se non ti laverò, non avrai parte con me” (Gv 13, 8). Pietro pensava alla pulizia del corpo. Gesù si riferiva alla dimensione spirituale. Gesù invitando a lavarsi i piedi voleva far comprendere la necessità della purificazione dai peccati attraverso il suo umile gesto verso i discepoli.

E’ giusto allora chiederci: che cosa significa per noi lasciarci lavare da Gesù? Che cosa ne abbiamo dalla lavanda dei piedi?

La lavanda dei piedi è un atto di purificazione, espressione del desiderio di Gesù di metterci in condizione di vivere con Lui un rapporto di amicizia vera.

Il peccato è spesso nascosto in noi. Si cerca di apparire puri, e – come Pietro – si vorrebbe dire di non avere bisogno di lasciarsi lavare i piedi. Ma è tanta l’ipocrisia. Papa Francesco nell’udienza di ieri faceva riferimento ad “una cosa triste e dolorosa”. sapete a che cosa? Faceva riferimento ai “cristiani finti”. E chi sono? Sono quelli che dicono di credere, magari vanno anche a messa, ma sono i primi invidiosi, i più grandi egoisti, quelli a cui non importa nulla del vangelo di Gesù e se devono fare del male agli altri non se ne fanno problema. Sono cristiani di facciata. ”Il cristiano – dice il papa – non può vivere con la morte nell’anima, neanche essere causa di morte”. E fa l’esempio dei cosiddetti “cristiani mafiosi”. “Questi di cristiano non hanno nulla: si dicono cristiani, ma portano la morte nell’anima e agli altri. Preghiamo per loro, perché il Signore tocchi la loro anima”.

Partecipiamo questa sera alla Cena col Signore. L’Eucaristia è comunione con Lui: occorre essere prima lavati dalla testa ai piedi, interiormente, ossia liberati dal peccato, se si vuole vivere questa vera Comunione. E’ vera la comunione col Signore, quando si vive la comunione con i fratelli.

Francesco Oliva, Vescovo di Locri-Gerace

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