I guai dell’antimafia che si è fatta business

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Condanne, processi (quasi) al via, inchieste. Le storie parallele di ex eroi ed eroine sospettati di aver lucrato sulla legalità. La «truffa etica» e le platee osannanti che confondono onesti e disonesti 

Ci si fa vedere in giro con un magistrato, magari per qualche mese. Poi ci si “intrufola” in una scuola e si ripete con tono grave (quello aiuta sempre…) qualche frase contro la mafia. I più fortunati riescono a inventarsi un mestiere: possono iniziare a chiedere dei soldi. Perché di soldi, nel mondo dell’antimafia, ne circolano parecchi. Quella che da anni il Corriere della Calabria definisce antimafia danzante e saltellante è una cerchia ambita. Il patentino della lotta alla ‘ndrangheta smacchia (o almeno ci prova) carriere politiche, fa dimenticare attovagliamenti con boss e picciotti, raccoglie finanziamenti cospicui. Con il supporto di giornalisti e conferenzieri, contesi e invitati e portati in giro come le più classiche vacche di Fanfani. C’è chi l’ha definita una «truffa etica» (il prof dell’Unical Giancarlo Costabile dalle colonne del Corriere della Calabria), spiegando che «la parola che libera non può essere quella pagata, ma quella che sceglie di farsi testimonianza, militanza, azione sociale verso i deboli». Anche Raffaele Cantone ha paventato il rischio che «l’antimafia sociale si trasformi in un lavoro qualsiasi, una sorta di antimafia a pagamento, magari anche ben remunerata con fondi pubblici». E la commissione parlamentare sul fenomeno mafioso ha rilanciato, individuando Calabria e Sicilia come epicentri di certe storture. Qui «personalità considerate simboli della lotta alle mafie, hanno mostrato le contraddizioni e talvolta l’ipertrofia di un movimento che aveva visto nel tempo crescere la sua presenza, la sua visibilità e la sua capacità di influenza». E diverse sono le vicende che «hanno rivelato le strumentalizzazioni di chi, attraverso la scelta di campo in favore della legalità, mirava in realtà a consolidare posizioni di potere e conseguire indebiti vantaggi, violando la legge e confidando nell’immunità garantita del prestigio o dalla notorietà ottenuti attraverso le battaglie antimafia». Voci istituzionali contro una deriva che rischia di bruciare anche le esperienze migliori.
Sono parole, certo. Ma accompagnate da fatti, più o meno recenti, che hanno accompagnato “eroi” ed “eroine” giù dai palchi e lontani dalle platee osannanti, direttamente nei tribunali.

RIMBORSOPOLI A PROCESSO Tra meno di un mese, a Reggio Calabria, inizierà il processo per la “Rimborsopoli antimafia”. Imputato: Claudio La Camera, fondatore e per lungo tempo presidente dell’associazione Antigone-Museo della ‘ndrangheta e in tale veste per anni destinatario di quasi un milione di euro di finanziamenti pubblici. Quasi la metà – circa 434mila euro, secondo la Guardia di finanza – sarebbero stati destinati ai suoi fini personali. La presunta truffa avrebbe manipolato, gonfiando fatture e conti, i  fondi erogati da Provincia, Regione e ministeri, trasformandoli in beni e trasferte a uno e consumo di uno degli “eroi” dell’antimafia made in Calabria. La pulce è saltata all’orecchio degli investigatori quando La Camera è stato sorpreso a contrattare un affitto di favore con Natale Assumma, cognato dell’imprenditore-boss Giuseppe Stefano Liuzzo, che dell’appartamento in questione era, per gli inquirenti, il proprietario effettivo. Da quel sospetto è nato l’interesse dei magistrati per i conti di Antigone. Ed esaminando documenti e bilanci sono venute fuori anomalie confluite nell’inchiesta: spese mai sostenute, pranzi, cene, corse in taxi, auto noleggiate che nulla avevano a che fare con l’attività dell’associazione. E poi viaggi del presidente a Berlino, in Messico, in Perù, a Panama, a Parigi, a Vienna, a Venezia e a Roma, spesso rimborsati o sovvenzionati due volte da enti diversi. Un business nel quale è finito anche la “Conferenza internazionale sulla confisca dei beni sequestrati alla criminalità organizzata trasnazionale”, occasione di «ingiusto vantaggio patrimoniale (per “Antigone”) di 100mila euro». Ottenuto anche «in violazione delle procedure di evidenza pubblica». L’evento rivela anche un contatto con la giunta regionale nell’era Scopelliti. Secondo due funzionarie della Regione La Camera era «una persona che lui (l’ex governatore, ndr) conosceva bene e da lui accreditata».

GIRA IL MONDO CON L’ANTIMAFIA Accreditatissima è anche l’associazione Riferimenti-Gerbera gialla. La sua presidente, Adriana Musella, è indagata per malversazione e appropriazione indebita in un altro caso di “antimafia business”. Il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Gerardo Dominijanni e il pm Sara Amerio, contestano alla presidente di essersi appropriata di 32mila euro dell’associazione, e di aver destinato a finalità diverse da quelle per cui erano state concesse oltre 44.500 euro, erogati negli anni da enti pubblici e para-pubblici come il Consiglio regionale della Calabria, le Province di Reggio Calabria, Vibo Valentia, Verona, Salerno, i Comuni di Santa Maria Capua a Vetere, Bollate, Gioia Tauro, il Miur, il Consiglio Ordine degli Ingegneri di Salerno e la Camera di Commercio di Reggio Calabria. Un rosario di enti pronti a finanziare le attività dell’associazione. Peccato che secondo quanto emerso dalle indagini – che hanno preso il via dopo un’inchiesta giornalistica del Corriere della Calabria – non tutti i fondi ricevuti sarebbero stati destinati alla «costruzione della cultura antimafia». Alcuni sarebbero finiti in viaggi personali, cene e pranzi al ristorante, soggiorni in hotel, libri di ricette e manuali per diete famose, elettrodomestici, strumenti musicali, oggetti d’arredo, non meglio precisati prodotti arte orafa. Dall’analisi delle transazioni bancarie emergono tutta una serie di «operazioni che sono state saldate mediante i conti dell’associazione – segnala la guardia di finanza in un’informativa finita nella chiusura delle indagini – e che, almeno allo stato degli atti, non appaiono giustificabili in termini di coerenza con quanto risulta essere oggetto delle finalità di Riferimenti». A spese dell’associazione infatti, Musella e il suo ex compagno Salvatore Ulisse Di Palma (non indagato) – medico di mestiere che ha firmato un libro sulla storia del padre della presidente – hanno soggiornato in alberghi a Orvieto, Assisi, Verona, Firenze e Salerno. E poi un Capodanno sulla neve, e ancora notti in hotel a Roma, esattamente – emerge dalle carte – il giorno prima della partenza da Fiumicino per tre viaggi di piacere alle Maldive, in Messico e in Marocco e Andalusia. L’antimafia familiare di Riferimenti avrebbe reso possibili viaggi e soggiorni anche per alcuni parenti di Musella. A spese dell’associazione sarebbero andati in Folgaria – sede della “Settimana bianca dell’antimafia” – non solo l’ex compagno e la nipote di Musella, entrambi chiamati a fare da relatori, ma anche il figlio della parente. La presidente, ovviamente, si difende. In attesa di andare in aula lo fa sui social network, terreno privilegiato dell’Antimafia messa in discussione dalle inchieste. Il caso di Rosy Canale e della sua pagina facebook, “inventrice” del “Movimento delle donne di San Luca” condannata a quattro anni per truffa, è solo il più eclatante.

ONESTI E DISONESTI «Vado su poste.it e vedo i movimenti e praticamente c’erano 60 euro da Calzedonia, 20 euro alla Lindt, cioccolatini, vabbè spese fatte così (…) c’è rimasta malissimo, leggeva il codice e il prezzo, cacciava tutta la descrizione… ah, questa è della roba per la ludoteca, dove c’era scritto Lindt mi ha detto che erano fotocopie. Ho detto: sì vabbè, Rosy». E ancora: «Da Ferrone mi sembra che ha speso trecento euro… scarpe Geox altri duecento euro, H&M e poi ha speso un 4mila euro da Ikea per i mobili (…) che, per carità, per me puoi mandare pure qualcuno col culo per terra domani, però poi io non posso aspettare un mese per prendere i cento euro che mi mancano dallo stipendio perché mi dici sempre che sei senza soldi». Parla una ex collaboratrice di Canale. La Calabria ha scoperto (anche così) che accanto al capitalismo mafioso ce n’è uno antimafioso che si alimenta di finanziamenti pubblici. Che gioisce, festeggia l’arrivo degli agognati fondi per le attività sociali andando a mangiare pesce o pianificando lo shopping pomeridiano. C’è un’Antimafia che acquista le Hogan e un’altra che spende di tasca propria per attaccare manifesti. Un’Antimafia che pranza a sbafo a spese dei cittadini e una che mette mano al portafogli per organizzare la colazione a sacco a Rosarno, Locri, Scampia. È difficile metterle assieme nello stesso elenco, perché una differenza c’è. Fa specie, però, che l’ex eroina antimafia di San Luca continui a dare lezioni di giustizia e giornalismo, seppure da una postazione lontana dalla Calabria. Le falsità delle accuse, e il livore che le accompagna, propalate dagli States (in perfetto stile Sindona) dalla signora Canale, non ci sorprendono e non ci scompongono. Eravamo stati sin da subito tra i pochi che non avevano abboccato alla sua Antimafia con la partita Iva. Adesso lei pretenderebbe anche di impartire lezioni di etica e di morale: non le diamo peso e non le dedichiamo tempo. Basta una battuta di Umberto Ambrosoli: «Se i disonesti scrivono anche la storia degli onesti siamo perduti».

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